R E C E N S I O N E
Recensione di Andrea Notarangelo
Il diciassettesimo disco dell’ex Velvet Underground John Cale segna un ulteriore passo avanti all’insegna della ricerca musicale e della sperimentazione. Non che questa sia una novità. Il musicista gallese, infatti, a differenza del suo dirimpettaio Lou Reed, ha sempre teso la mano all’inesplorato, lasciando tranquillamente al suo ex compagno di band il ruolo di Rock’n’roll star. Intendiamoci, non c’è nulla di male. Il compianto poeta ci ha dimostrato nella sua carriera come il rock, più che un genere, sia una fonte alla quale abbeverarsi a piene sorsate per scoprire ogni giorno una nuova essenza. John Cale, invece, quello della violectra (o viola elettrica che dir si voglia), è partito per un viaggio dal quale non è ancora tornato e sinceramente non è detto che lo farà mai.

L’ultima fatica Mercy (ne avevamo scritto qui) aveva consolidato il suo amore per i nuovi suoni, una mescola di funk, e rhythm and blues, che una volta si chiamava bristol sound, ma che in seguito è diventato altro. Oggi Poptical Illusion è qui a definire quel sentiero attraverso un sapore e dei colori diversi. Le nuove tracce raccontano di malinconia e lasciano all’ascoltatore l’opportunità di riempire la propria tela con luci e ombre differenti. “Provare per credere!” si diceva una volta e ci sentiamo qui di confermarlo quando schiacciamo play e ci facciamo immergere da God Made Me Do It (don’t ask me again), traccia dal bel cantato umbratile e una base circolare che ci avvolge come il velluto. Davies and Wales è un sicuro ricordo del suo passato ma un po’ anche del nostro e non vi sarà difficile rivedervi ragazzini in quell’intricata tessitura di tastiere, batteria serrata e una chitarra carica di languore. È solo una suggestione ma ogni volta che la riascolto non riesco a non pensare a Paul Banks degli Interpol e a come potrebbe finalmente far svoltare la sua carriera. Lo ammetto candidamente, tutto ciò è inquietante se pensiamo che tra i due cantanti corrono circa quarant’anni. Che John Cale sia sempre stato sul pezzo e innovativo ce lo conferma Calling You Out, un gioiellino trip hop che sembra uscito dai sogni di Robert 3D Del Naja e in generale da uno degli ultimi dischi dei Massive Attack. Edge Of Reason è sensuale e avvolgente come un amante o come un ricordo di quel che è stato e di quel che ci ha lasciato sulla pelle. All’inizio si parlava di un quadro melanconico tutto da dipingere ed è proprio così che ho inteso questo nuovo album. Non si tratta di suoni pilotati che portano l’ascoltatore a vivere una determinata emozione, ma a un concept più universale in quanto ti lascia l’opportunità di rivedere i tuoi trascorsi, come ad esempio un viaggio in macchina di notte mentre tuo padre guidava e parlava con tua madre e tu dietro guardavi il paesaggio mutare durante la discesa di un tortuoso sentiero di montagna. Oppure come in I’m Angry e l’immagine di una spiaggia vuota di fine estate dove ti trovi a camminare sulla riva e pensare al momento in cui avresti potuto rivelarti a quella ragazza simpatica. Ma poi la timidezza ha vinto ancora una volta e a quel punto cercavi di lasciare ombre e oscurità alle spalle in preparazione del nuovo anno che verrà. How We See The Light è un gioco di suoni perfetti che si scontrano tra loro e creano un effetto straniante. La batteria cadenzata qui segue in parte la chitarra per poi abbandonarla e decidere di flirtare con le tastiere.
Quindi abbiamo davanti a noi un disco perfetto? La risposta è no. John Cale ha creato l’ennesima prova interessante nella quale non ha timore di sperimentare e vincere, come ad esempio in Shark-Shark, una delle tracce più belle e vivaci del disco, ma anche di perdere, come in Funkball the Brewster, dove la sperimentazione rischia di diventare fine a sé stessa senza aggiungere o togliere nulla a pezzi ben più validi inseriti in questa raccolta. Queste parole troveranno pochi d’accordo, ma la lunghezza dell’album diventa qui una limitazione e fagocita prepotentemente lo spirito critico di chi ascolta. A un tratto i vocalizzi sembrano ripetersi, così come i ritmi e a far la differenza restano solo le intuizioni sonore di Cale. Tali giochi di prestigio sono sempre geniali ma non bastano a riscattare un’opera che sfoltita di qualche riempitivo sarebbe stata più leggera e di più facile assimilazione. Il titolo gioca con le parole e sembra essere un neologismo a metà tra illusione ottica e illusione pop. In verità ci troviamo al cospetto di un’opera d’arte tanto imperfetta quanto incredibile. Come in un disegno di Escher, ci illudiamo nella sua parte più pop, quando invece è il suo essere complesso che ci affascina e ci invita ad andare più a fondo. Forse il recensore è stato ingannato ma darà sempre un secondo ascolto ad un’opera di John Cale. Alla prossima.
Tracklist:
01. God Made Me Do It (don’t ask me again) (4:48)
02. Davies and Wales (4:15)
03. Calling You Out (4:49)
04. Edge of Reason (5:23)
05. I’m Angry (5:25)
06. How We See the Light (4:45)
07. Company Commander (4:07)
08. Setting Fires (5:40)
09. Shark-Shark (5:00)
10. Funkball the Brewster (5:34)
11. All to the Good (4:30)
12. Laughing in My Sleep (5:45)
13. There Will Be No River (3:58)
Photo © Madeline McManus




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