A. H. – arcaico uomo animale

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Articolo di Sabrina Tolve

Ho avuto il piacere di vedere A.H. di Antonio Latella al Teatro F. Stabile di Potenza.

A. H. non è solo una piéce teatrale sul più grande e famoso dittatore di tutti i tempi, Adolf Hitler. È un viaggio attraverso il significato e il significante del male, partendo dalla genesi della parola e dalla genesi della Bibbia.

La vita, e con essa la sua iniquità, è il primo elemento nel mare magnum dell’esistenza universale.

Quasi come un insegnante, Francesco Manetti – l’attore che tiene da solo in mano lo spettacolo, l’intero monologo – narra la nascita del logos, e dal logos detta le caratteristiche che ci fanno simili e differenti dagli animali.

Come se la violenza fosse un istinto imprescindibile dell’uomo, come se la brutalità fosse un fuoco sacro che mantiene sempre accesa la fiamma dell’animale umano, ecco che l’attore, tramite una retrogradatio vocale, narra la storia del verbo attraverso grugniti ed esplorazioni vocali, fino a impiantarsi nel petto d’ognuno di noi.

È l’io che si crea e si sfalda attraverso una simbologia che va oltre la parola parlata e, nella sintassi dello spettacolo, ci coinvolge nel travestimento del dittatore: Adolf Hitler. Perché il dono più grande che (D)io possa fare ad ognuno, è la morte.

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L’uomo che prende il posto della divinità, l’uomo che si fa baluardo sacro e decide la vita e la morte, l’uomo che diviene un superuomo della negromanzia, eletto della Nera Signora, spiega, in un ritmico levare fatto di soli gesti e versi gutturali, l’ascesa e la caduta dell’umanità mediante l’uso delle più diverse armi da guerra. Come a dire che l’essere umano, senza armi, non avrebbe avuto l’evoluzione che ha e che si è meritato nel corso dei secoli, imbrattandosi di sangue fraterno.

Ed è questa stessa evoluzione che ci porta a morire in silenzio, da soli.

Dall’Europa tutta, madre sola dell’olocausto, nasce la penitenza. All’uomo, dopo gli anni del nazismo, dopo la flagellazione della vita, dopo la sua cancellazione senza ritegno alcuno, dopo la tortura, la sottomissione, la paura, il terrore, la brutalità becera, non resta che denudarsi e cospargersi di polvere, neniando un mea culpa silenzioso che dovrebbe gravare su ognuno senza eccessive domande, ché quello che è stato si conosce ed è greve e triste patrimonio d’ognuno.

E ad ognuno è dato salvarsi se, con la consapevolezza adatta, si corre incontro alla storia con la sola verità impressa negli occhi.

Latella si supera e si stanzia in auge nella regia e nella drammaturgia italiana. Una drammaturgia non fatta solo di parole, ma di simboli e vibrazioni che vanno oltre il medio concepire.

È un lavoro fatto d’occhi e sensi acuìti, che colpisce lì dove deve, senza troppo fronzoli: minimale, efficace, impattante. Latella è il teatro che tutti dovremmo vedere e sentire.

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Grazie ad Alessandro Sala per le fotografie

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