Gesualdo Bufalino – Argo il cieco, ovvero i sogni della memoria (Sellerio, 1984)

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Articolo di Sabrina Tolve

Per chi non lo sapesse, Argo è una figura mitologica: un gigante dai molteplici occhi (c’è chi ne enumera quattro, chi cento) che qui, in questo testo, è orbo. Perché Argo – cieco, però – è un po’ l’alter ego di Gesualdo. Forse lo scrittore, forse il personaggio dell’opera. Non è certo che l’omonimia comporti l’autobiografia.
E, di fatto, non è nemmeno essenziale saperlo.
Quel che è certo è che un uomo di oltre sessant’anni preferisce chiudere gli occhi, non un po’ alla volta, ma tutti – come Argo di fronte ad Ermes, quando il dio gli narra di Pan e Siringa accompagnando il racconto a una musica deliziosa -, per potersi rintanare in un’estate di quasi trent’anni prima.

Siamo a Modica, nelle profondità siciliane, «un paese in forma di melagrana spaccata; vicino al mare ma campagnolo; metà ristretto su uno sprone di roccia, metà sparpagliato ai suoi piedi; con tante scale fra le due metà, a far da pacieri, e nuvole in cielo da un campanile all’altro, trafelate come Cavalleggeri del Re. (…). Un teatro era il paese, un proscenio di pietre rosa, una festa di mirabilia. E come odorava di gelsomino sul far della sera.». Modica, questa melagrana di sassi tagliata a metà da un corso netto che ricopre, invero, un fiume, è lo scenario di una storia d’amore che ha come unico protagonista Gesualdo stesso.
Perché l’amore è una cosa privata e discreta e così va vissuta: v’è tutta una tensione verso l’altro, eppure un continuo tenere il punto su di sé. Un amore maturo, d’un uomo che a trent’anni s’innamora, in questo modo totalizzante, d’una donna – e dell’amore stesso. Perché ci sono ben tre muse a intessere la trama sensuale – amorosa di questo bel libro, sebbene sia sola una quella che rende vani tutti i tentativi e rende reali insuccessi e fallimenti continui. E, ad ogni modo, è un continuo arrancare, un continuo arroccarsi alle scale bellissime che come vene sanguigne palpitano a Modica.
Di fatto la felicità è tutta una cerca della bellezza, che qui s’incarna nel corpo della Donna. Non solo Maria Venera, ma anche le altre. Eppure è intorno alla prima che tutto nasce e cresce. E viene, poi, spazzato via dall’autunno.
Non si pensi, però, che l’aria respirata sia densa di patetismo, tutt’altro. Semmai si respira, tra le pagine del libro, un desiderio di voluttà sconcertante e che è assolutamente lirico. C’è un uso sapiente della parola che sa rapire il lettore e non lo lascia. E Bufalino è tanto bravo da guidare, attraverso continui sbalzi temporali – dal passato al presente desolante e che sfianca -, chiunque sia preso dal suo scritto.
Non c’è esagerazione alcuna se dico che il testo sembra composto in una prosa poetica arricchita da diversi riferimenti culturali che sono necessari allo sviluppo della storia, e mai – mai – ostentati.
E poi c’è un’ironia verso i parossismi della tradizione siciliana, verso le esagerazioni dei riti quotidiani, delle consuetudini, che sa far sorridere e rende la lettura fluida e leggera.
Autore prolifico – sebbene l’opera prima, Diceria dell’untore sia del 1981 e Argo il cieco sia il secondo romanzo, composto nel 1984, alla veneranda età di 64 anni -, Bufalino fu anche vincitore d’un Premio Campiello e d’un Premio Strega e, va detto, scrisse fino all’anno della sua morte, il 1996.
Un autore cui le muse non voltarono mai le spalle. E si vede.
Ad perpetuam memoriam.
argo il cieco - sellerio


Gesualdo Bufalino (Comiso,15 novembre 1920 – Comiso, 14 giugno 1996) è stato scrittore, poeta e aforista, oltre che insegnante di italiano nei licei per quasi tutta la vita. Scrive a quello che diverrà Dicerie dell’untore per più di trent’anni, e la pubblicazione dell’opera divenne una sorta di caso letterario. Da qui inizia un percorso di scrittura intensissimo, pubblicando poesie, romanzi – il secondo, l’abbiamo detto, è Argo il cieco -, saggi, aforismi. Fu un uomo appassionato di letteratura e arte in generale, dal cinema alla musica.
Muore nel 1996 a Comiso, a causa di un incidente stradale.
Se non hai mai letto niente di Bufalino, ripara alla mancanza immantinente.

 

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