Antonin Artaud – Eliogabalo, o l’anarchico incoronato (Adelphi, 1969)

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«Quando il Gallo si taglia il membro, e gli si getta una veste da donna,
io vedo in questo rito il desiderio di farla finita con una certa contraddizione,
di riunire d’un solo colpo l’uomo e la donna, di combinarli,
di fonderli in uno, e di fonderli nel maschio e per mezzo del maschio.
Poiché il maschio è l’Iniziatore.»[1]  

Articolo di Sabrina Tolve

Ho iniziato a leggere Artaud intorno ai 18 anni.
Qualcuno dirà che è troppo tardi, o troppo presto. Io, onestamente, non lo so.
Eppure è a quasi dieci anni di distanza da quando ho iniziato a cibarmi della vitalità immensa di quest’uomo, che ho letto Eliogabalo, o l’anarchico incoronato, un testo dai connotati estremamente storici. Ma non solo un romanzo storico.

Di fatto, Eliogabalo fu imperatore di Roma.
Salito al trono imperiale come Marco Aurelio Antonino, il nome Eliogabalo gli fu dato dal culto solare di Emesa, di cui era sacerdote – ma Artaud dedica alcune pagine all’origine stesso del nome, alla sua simbologia, alla sua etimologia – dall’età di cinque anni.
La sua educazione è tutta intrisa dal femmineo che l’attornia: cresce, infatti, insieme alla madre (Giulia Soemia), la nonna e le due zie, che lo educano alla lussuria e alla fornicazione. E non solo.
Nel 217 non è ancora quattordicenne, ma ha già bellezza leggendaria ed è già vittima d’un piano politico ad opera della nonna, Giulia Mesa, che decide, strategicamente e con le armi della lusinga, di far capitolare Macrino, imperatore succeduto a Caracalla.
La battaglia contro Macrino è l’unico episodio militare della vita di Eliogabalo, e l’unico in cui lui dia prova della propria forza.
Ma da questo momento, tutto diviene sovvertimento delle regole.
Entra a Roma nel marzo del 218 in una modalità che non sembra una marcia imperiale, ma piuttosto una parata dionisiaca in cui falli, ubriachi, tori, donne nude e galli castrati si palesano in tutto il loro splendore: «Davanti a lui vi è il Fallo, tirato da trecento fanciulle dai seni nudi che precedono i trecento tori, ormai intorpiditi e calmi, ai quali è stato somministrato nelle ore che precedono l’aurora un sonnifero assai ben dosato.»[2]; caccia gli uomini dal Senato, per metterlo interamente in mano alle donne – e a sua madre;  si prostituisce per quaranta denari per le strade di Roma; sposa la prima Vestale con il puro intento di commettere un sacrilegio.
Non c’è bisogno di dire che i romani stavano storcendo il naso e che persone a lui care stavano complottando alle sue spalle. Penso sia palese.
E dunque: Giulia Mamea – sua zia – chiede ad Eliogabalo di essere il tutore d’Alessandro Severo, affinché quest’ultimo possa essere preparato al trono.
Nel sovvertimento e nell’anarchia totale – perché va sottolineato che Eliogabalo è un anarchico nato che non sopporta né ordine né titolo imperiale: è un libertino. È un dissacratore. È capace di grandi crudeltà nei confronti degli aristocratici, ma piange col popolo, cui permette grandi libertà – decide, allora, di attentare alla vita del cugino. I tentativi falliscono fino alla chiusa totale.
Inseguito dai pretoriani di palazzo, tenta di salvarsi insieme alla madre.
Ma quel che accade «è una scena da macello, uno scempio ripugnante, un antico quadro di mattatoio. Gli escrementi si mescolano al sangue, scivolano a un tempo col sangue sulle spade che frugano nelle carni di Eliogabalo e di sua madre. Poi si traggono i loro corpi […] una folla immensa marcia verso il lungofiume […] “Alle fogne” urla ora il popolino che ha approfittato delle liberalità di Eliogabalo, ma che le ha troppo ben digerite. “Alle fogne i due cadaveri, il cadavere d’Eliogabalo, alle fogne!”. Dopo essersi ben rimpinzata di sangue […] la truppa cerca di far passare il corpo d’Eliogabalo nella prima bocca di fogna in cui si imbatte. Ma benché sia sottile, è tuttavia troppo largo. Bisogna provvedere […]. È stata tolta la pelle mettendo a nudo lo scheletro […], ma una volta limato, è senza dubbio ancora troppo largo, e si getta il suo corpo nel Tevere […] Così finisce Eliogabalo, senza epitaffio e senza tomba, ma con dei funerali atroci. È morto vilmente, ma in stato d’aperta ribellione; e una simile vita, coronata da una tale morte, non ha bisogno, mi pare, di conclusione»[3].
Una storia atroce che permise al Caos di regnare indisturbato, seppur per pochi anni. E in quei pochi anni, l’unità originaria delle cose fu quasi palpabile.
Il furore sfrenato della dissoluzione diviene, in Artaud, l’enfasi polemica contro la cultura occidentale e le coercizioni; e diviene, altresì, manifesto del suo amore per la poesia.
«La poesia è molteplicità triturata e che restituisce fiamme. E la poesia, che riporta l’ordine, risuscita dapprima il disordine, il disordine dagli aspetti infiammati; essa fa scontrare loro degli aspetti che riconduce a un unico punto: fuoco, gesto, sangue, grido»[4].
E dunque, se non volete vedere delle somiglianze, siete in errore: io le vedo benissimo.

eliogabalo


Antonin Artaud (Marsiglia, 4 settembre 1896 – Ivry-sur-Seine, 4 marzo 1948), uno dei migliori uomini che la Francia potesse donare al mondo, nel secolo scorso. A causa di una meningite – si pensa – ebbe diversi problemi neurologici: balbuzie, crisi di nevralgie e anche lunghi periodi di depressione, che lo portarono a ricoveri lunghissimi e alla cura mediante laudano.
Uomo di teatro – rivoluzionario: da leggere, in assoluto, Il teatro e il suo doppio in cui teorizza il Teatro delle crudeltà -, fu anche attore di cinema, scrittore, regista, critico d’arte.
Ebbe i più diversi interessi e li approfondì tutti: un uomo tutto d’un pezzo e assolutamente eccessivo e su le righe.
Leggete di Artaud tutto quello che potete.

[1]    A. Artaud, Eliogabalo, o l’anarchico incoronato, Adelphi, Milano, 1981, pag. 100
[2]    Ibidem, pag. 119
[3]    Ibidem, pagg. 133 – 134
[4]    Ibidem, pag. 101

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