Kurt Cobain. Something in the way

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Articolo e illustrazione di Mauro Savino.

La morte non è più una presenza terribile che si nasconde nelle pieghe del destino di ognuno. Non più, da quando la catalogazione delle azioni, dei desideri e delle morti generate dall’orrore crescente fabbricato da un’umanità di insetti e mostri dal cuore dentato è divenuta bachechismo da social. La morte non è più pornografica. È la finzione strategica, è la scena del delitto, il suicidio del disperato nel mare di fango della società surmoderna o come la si vuol chiamare.

Questo significa che più nulla si sa della morte.

La morte di Kurt Cobain è una cartolina dall’Inferno di cui si hanno immagini, impressioni, interpretazioni. Tutto. Meno la morte.

La morte chiude il cerchio insensato dell’esistenza. Un tizio nasce in America, diventa una rock star e crepa sparandosi con un fucile, pare. E allora? Tutto ciò non ha senso.

La vita di nessuno di noi ne ha.

Ma la morte pone un sigillo sull’aver vissuto. Non si può dire altro. Per questo è l’unico tema filosofico decente. La morte non si può dire.

Kurt Cobain è morto vent’anni fa come un animale investito per strada.

Questo figlio del Nord West americano, nato in un villaggio di taglialegna, che ha fatto irruzione nel mondo del rock, per quel che può significare il termine, ha scombussolato le teste di una generazione di adolescenti e le idee di una certa scena musicale, si è dato un gran daffare per riuscirci (anche se diceva il contrario), e poi se n’è andato.

Su questo esistono testimonianze e frammenti.

Ma l’irrappresentabile esiste. Ed esiste, anche, nella genealogia.

Scrisse da ragazzino Something In The Way, “Qualcosa nella scatola”. Lui. La storia della vita da bohemien sotto il ponte è una frescaccia, anche se è vero che la madre lo cacciò di casa e che il padre non era all’altezza dell’amore che ci vuole per crescere un figlio. Ma la scatola ci fu. Non era però quella di cartone in cui alcune notti dormì, la più importante. La scatola di Cobain era il fatto di esistere. Puro e crudo. Alcuni non lo sopportano. Rockstars o stronzi qualunque. Cosa vuol dire esistere? Aver vissuto? Crescere?

Che razza di mondo è quello ‘adulto’? E al di là della psicologia, che non può spiegare tutto, cosa si nasconde nella scatola di cartone? L’impossibile vivere. La meraviglia fagocitata dall’innocenza che sfuma, come la giovinezza, come l’amore, come i genitori. Le nuvole dell’altrove, dell’altro, dell’Altro inconcepibile.

E poi ci siamo noi. Chi riesce a truffare quanto basta se stesso trova un impiego alle Poste, mette su famiglia, accende un mutuo, invecchia e crepa. Chi no, finisce come Majakowskij, Benjamin, Tenco. E Cobain. Questi non possono farle quelle cose. Perché quelle cose arrivano troppo tempo dopo il dramma della loro esistenza in quanto tale.

La vita è un insopportabile omaggio alla meraviglia caduca delle cose.

E per chi la prende così, non c’è amore che basti.

Bob Dylan disse di Cobain: “Quel ragazzo aveva un cuore”.

Appunto.

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