Paolo Benvegnù – Magnolia, Milano. 11 febbraio 2015

Postato il Aggiornato il

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Articolo di Luca Franceschini, foto di Andrea Furlan

Sembrerà un paradosso, ma Milano non aveva ancora assistito ad un concerto del nuovo tour di Paolo Benvegnù. Proprio la sua Milano, quella che anni fa ha abbandonato per Città di Castello ma che ha ancora saldamente nel cuore, ne era per il momento rimasta fuori.
Una brutta influenza lo aveva costretto a posticipare lo show di novembre in programma al Magnolia, per cui se lo sono beccati in quasi tutta Italia ma noi ancora nulla. Non avevo voluto spoiler e così, non essendo riuscito a recarmi a Bergamo a fine anno, avevo optato per un’attesa paziente ma anche piuttosto spasmodica.

All’entrata, purtroppo, la prima delusione: il palco scelto per la serata è quello di ridottissime dimensioni, sistemato all’interno di uno spazio secondario del locale. Non so, sinceramente, cosa sia passato nella testa degli organizzatori. Fatto sta che l’affluenza piuttosto consistente ci ha costretto per tutto il tempo a rimanere pigiati come sardine, con pure il pesante ingombro di giacche e giacconi vari che, data la temperatura, non si è proprio potuto lasciare in macchina.
Appena la band sale sul palco, la seconda delusione: Guglielmo Ridolfo Gagliano, il chitarrista compagno di mille battaglie e avventure, risulta non pervenuto. Le ragioni di questa assenza le spiegherà lo stesso Paolo alla fine del quarto pezzo: un grave lutto famigliare lo ha purtroppo costretto a casa e il pubblico gli tributa un lungo e affettuoso applauso.

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Nessun sostituto, Paolo sceglie di occuparsi di tutte le parti di chitarra e anche il bassista Luca Baldini si sobbarca un doppio lavoro. Il risultato è imponente: senza nulla togliere a Guglielmo, la sua mancanza quasi non si sente e l’impatto sonoro risulterà magnifico per tutto lo show.
Avevo sentito Paolo per telefono qualche giorno prima e, parlando del concerto imminente mi aveva detto che non sarei stato deluso perché la band non aveva mai suonato così bene.
Niente di nuovo, pensavo. In effetti ho visto lui e i suoi musicisti più volte durante il tour di “Hermann” e definire superlativo il loro live show è sempre stato il minimo che si potesse fare.
Eppure, questa sera c’è stato ancora spazio per lo stupore. Il trittico di pezzi da “Earth Hotel” che ha aperto l’esibizione è stato un concentrato di emozione e perfezione pura: il crescendo pulsante di “Nello spazio profondo”, le suggestioni Post punk di “Feed the Destruction”, le evanescenti atmosfere apocalittiche di “Avenida Silencio”.
Non solo si è avuta la conferma che il nuovo disco è meraviglioso anche in sede live, ma si è capito anche che questa band è davvero migliorata negli ultimi tempi. Squadra che vince non si cambia e così Michele Pazzaglia (tastiere), Luca Baldini (basso) e Andrea Franchi (batteria, chitarra acustica) accompagnano ancora una volta il Maestro milanese non solo in studio ma anche sul palco. E sembrano aver trovato la perfetta quadratura del cerchio. Arrangiamenti cesellati alla perfezione, un basso che questa sera è il vero cuore pulsante della macchina, le tastiere a sposarsi perfettamente con la chitarra di Benvegnù (che suona alla grande, soprattutto adesso che ha un peso più grosso sulle spalle), i quattro si lanciano a meraviglia nelle molteplici sfumature e intenzioni di cui questo concerto è ammantato.

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Ovviamente c’è “Earth Hotel” da promuovere e quindi è normale che dei 19 brani delle quasi due ore di set, almeno la metà provengano da qui. Hanno funzionato tutti benissimo, a cominciare dai tre iniziali, per continuare con “Orlando”, che è una delle cose più belle mai composte dall’ex Scisma e che questa sera ha raggiunto livelli di intensità impensati.
Bene anche il singolo “Una nuova innocenza” e “Stefan Zweig”, quest’ultima con Andrea Franchi alla chitarra acustica. Pezzo non certo semplice che però è stato interpretato alla grande ed è sembrato perfettamente amalgamato nel resto della setlist.
Il concerto di stasera ha rivelato anche un’altra verità, ovvero che il precedente “Hermann” è per ora il disco più importante di Benvegnù. Lo si sapeva già ma ne abbiamo avuto la conferma nel constatare che una buona metà dei suoi brani non ne vuole proprio sapere di andarsene dalla scaletta. D’altronde l’ossessività danzante di “Moses” o la pura poesia di “Avanzate, ascoltate”, sono cose che è semplicemente impossibile non voler sentire più.
La carica drammatica di questo disco, la dimensione epica, il voler raccontare l’uomo in tutte le sue sfumature, specialmente quelle che vorremmo censurare, sono probabilmente alla base del successo del disco, della sua bellezza e del fatto che rimarrà per sempre una pietra miliare della sua discografia. Intensissime, da questo punto di vista, anche “Love is Talking” e “Ho visto”, episodi stracollaudati ma sempre di sicuro effetto.

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Dai primi due dischi non viene suonato molto e si decide di andare sul sicuro: sempre emozionanti “Quando passa lei” e “La schiena” (quest’ultima è purtroppo da tempo l’unico estratto da “Le labbra”), che va a chiudere come di consueto il set regolare. C’è ovviamente anche “Il mare verticale”, anche questa sera in una resa superlativa. È una delle sue più belle canzoni e tutte le volte che la sento si capisce il perché.
I bis sono particolarmente consistenti, anche perché il pubblico è caldissimo e proprio non ne vuole sapere di andar via. Colpisce il fatto che Paolo, che è dotato di un’umiltà fuori dal comune, tutte le volte che la gente applaude, dirotta le ovazioni verso i membri della band, a suo parere i veri responsabili della bellezza che stiamo ascoltando.
E di bellezza ce n’è parecchia anche in queste ultime battute: “Piccola pornografia urbana” è uno dei brani più “scomodi” del disco nuovo ma rende benissimo, proposta in una versione ben più tirata ed energica che quella in studio. Molto bella anche “È solo un sogno” anche se forse tra i pezzi vecchi è uno di quelli che è invecchiato peggio.

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Sembra finita ma ancora una volta urla e applausi costringono i quattro a ripresentarsi on stage. Paolo arriva da solo, chitarra acustica in mano, e intrattiene per qualche minuto i presenti, raccontando della sua giovinezza a Milano e di quando si era casualmente trovato ad assistere alle riprese del videoclip di “Up Patriots to Arms” di Battiato. Precisa divertito che i due non si sono mai conosciuti e ricorda che nel giro di pochi giorni compirà cinquant’anni, ironizzando sugli “scatti” di carriera che ha avuto fin qui. Impressionante come riesca sempre ad essere esilarante, in totale contrasto coi drammi che invece canta nelle sue canzoni
È dunque il momento di una meravigliosa versione per chitarra e voce di “Andromeda Maria”, il cui ritornello (“Ed amare ogni cosa perché non c’è altro da fare”) sembra davvero l’emblema di quello che Benvegnù ha voluto fare e sta facendo da sempre con la sua musica.
La band ricompare poi sul palco per un’ottima “Sempiterni sguardi e primati”, episodio conclusivo di “Earth Hotel”, prima che l’immancabile “Cerchi nell’acqua” mandi tutti in delirio in una sorta di grande karaoke collettivo.
Questa volta, purtroppo, è davvero finita. È stato uno dei primi concerti di questo 2015 ma di sicuro rimarrà a lungo tra i migliori. Sarà anche vero che sta raccogliendo meno di quel che meriterebbe ma questo non toglie il fatto che Paolo Benvegnù e la sua band siano tra le cose più belle che abbiamo in Italia. È stata una lunga attesa ma ne è valsa la pena.

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