Santo Genet e il suo martirio: il Diario del ladro

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Articolo di Sabrina Tolve

Anni ’30.
Dalla Spagna all’Ungheria, rivoli di urina e fiori, tradimenti, omicidi, prostituzione, omosessualità e la miseria umana presa a piene mani.
Un percorso di santificazione che passa attraverso il martirio del delitto e della grazia.
La solitudine di Jean Genet, emarginato dalla società e guerrigliero del furto come risposta, rende questo libro pregno di silenzi: sono i gesti a fare rumore.
Un’autobiografia a metà, ecco cos’è il Diario del ladro. Un Genet che ci mostra il suo mondo fino al parossismo, dalle stanze da letto e i suoi pidocchi, presenti nell’amore come i gioielli della ricchezza incallita, ai quartieri laidi di Barcellona, viaggi a piedi e in treno: prendiamo di tutta quest’atmosfera respiri a pieni polmoni.
La polvere della strada e la società santifica che s’inverte.
Perché si può essere santi e si può trovare del misticismo anche nel buio di una cella, in un tubetto di vaselina che diviene salvifico e forte, di fronte agli sbirri in divisa.
Ci sono stralci di questo Diario che rappresentano il sublime angosciante di una letteratura che il più delle volte è taciuta, ma che rientra pienamente nella tradizione della bellezza.
Perché non c’è solo il travestimento, la taverna, il sesso conceduto per poche monete: c’è uno splendore di fondo che solo un uomo del calibro di Genet poteva sentire e provare, e passarci, sebbene incontrovertibilmente lontani da lui.
Descrizioni minuziose di oggetti che si fanno stendardo dell’amore: grappoli d’uva cui appoggiare il viso, pinzette per lo scasso che prendono vita.
E non importa se l’amore si mostra attraverso la crudeltà dell’infamia. È pur sempre amore.
Amore che si concede poco, e a tratti, che rende l’uomo libero, nonostante tutto.
La meraviglia, poi, dell’autore che diventa la sua opera d’arte, un’opera di cui si fa un trattato d’estetica poetica.
Ho amato questo libro. Perché nonostante la crudezza e il grottesco delle vicende umane, delle esistenze di questi personaggi – che pur se non sono stati veri, sicuramente esistono -, c’è l’impulso palpitante e fremente dell’incanto, sempre vivo.
Le strade e i quartieri d’Europa diventano Golgota e i petti degli amanti, sudari sacri su cui poggiarsi quando concesso.
Una carezza e un dondolìo continuo, cui fa da contorno tutto ciò che disgusta le menti benpensanti.
Il resto è vita, e il suo squallore.
Ma non è anche quello, miracolo?

diario del ladro

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1) Jean Genet (Parigi: 19 aprile 2010 – 15 aprile 1986), genio francese del Novecento. Abbandonato dalla madre e allevato da una famiglia adottiva come bambino carino e ben vestito, di fatto inizia la sua vita mistica e dedita al furto dalla giovane età di dieci anni. Per il vizio salvifico fu anche licenziato quando era tipografo e poi recluso a Mettray, una colonia penitenziaria, fino ai diciott’anni. Ormai con una forte identità e una giustissima ostentazione della propria omosessualità, si arruolò nella Legione Straniera, salvo lasciarla dopo aver ritirato il premio d’ingaggio. Inizia così una vita che s’incontra e si scontra con Il diario del ladro: non si sa cosa sia inventato e cosa no. Si sa solo che nel carcere a Fresnes (Genet ne girò tantissimi) iniziò a scrivere racconti e poesie che pubblicò a sue spese: fu così conosciuto da Jean Cocteau e Jean-Paul Sartre che gli evitarono anche il carcere a vita per recidiva, dopo l’ennesimo furto di un manoscritto originale in una libreria antiquaria di rue Bonaparte. Uomo schierato, uomo di genio, Genet fu sempre dalla parte di oppressi ed emarginati: lo stesso gruppo sociale da cui proveniva e che provò a non tradire mai. Se non avete letto niente di quest’uomo assolutamente grandioso, la sottoscritta vi consiglia anche tutte le sue opere teatrali, Nostra Signora dei Fiori e Querelle de Brest. Su di lui, invece, la sezione dedicata de La Letteratura e il Male di Bataille e Santo Genet, commediante e martire di Jean-Paul Sartre.

2) Il Diario del ladro, in lingua originale Journal du voleur è stato edito nel 1949 da Gallimard. In Italia la prima edizione, se non vado errata, è della Mondadori, 1959 (siete pregati di correggermi se non è così). Io però preferisco l’edizione del 1978 con la traduzione di Caproni.

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