The Charlatans – Modern nature (BMG, 2015)

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The-Charlatans-Modern-Nature

Articolo di Luca Franceschini.

Tim Burgess è senza dubbio un personaggio affascinante, anche se non certo tra i più “mainstream” del mondo del rock. Sempre a stretto contatto coi fans, con i quali chatta spesso e volentieri attraverso canali dedicati, nel 2008 fu tra i primi, assieme ai Radiohead, a rendere disponibile un disco della sua band in free download, andando a provocare sensibilmente il mercato e anticipando una tendenza che di lì a poco avrebbe preso piede, soprattutto nei circuiti più piccoli.
Ha gestito e gestisce tuttora un etichetta, con la quale è alla continua ricerca di nuovi artisti da lanciare.
Negli anni, ha rinunciato a proposte vantaggiose di colossi come Sanctuary e BMG, in nome della libertà di poter curare sempre e comunque i propri interessi.
Oggi, evidentemente, deve aver cambiato idea, dato che il nuovo lavoro dei suoi Charlatans esce proprio per BMG, ma credo che nessuno potrebbe bollarlo come traditore per questo.


Originari di Manchester, esattamente come molte delle band che contano in Gran Bretagna, i Charlatans vi hanno esordito nel 1990, quando la scena musicale era già stata ribattezzata “MadChester”, per la sua innovativa contaminazione con la disco e il funk.
Tim guardava soprattutto a Stone Roses, Happy Mondays e New Order, gruppi che, pur molto diversi tra loro, all’epoca erano già considerati colonne portanti della scena inglese.
“Some Friendly”, il loro fulminante esordio, è tuttora considerato come una gemma del pop rock britannico, un disco che raggiunse senza troppi problemi il primo posto delle classifiche inglesi e che poteva vantare una mega hit come “The Only One I Know”; assieme alla precedente “Indian Rope”, fu il brano che ebbe il merito di far conoscere questa band al mondo.
Negli anni si sono susseguiti tutta una serie di lavori, alcuni molto brillanti e altri meno, ci sono stati cambi di formazione e soprattutto c’è stata l’esplosione della nuova ondata del pop britannico: il successo travolgente dei vari Blur, Oasis, The Verve, li ha un po’ messi in secondo piano e oggi, (per lo meno dalle nostre parti), è veramente difficile, al di fuori dei secchioni della musica, trovare qualcuno che si ricordi ancora dei The Charlatans.
Del resto, anche loro sono rimasti in pausa parecchio. “Who We Touch”, il loro ultimo disco in studio, è del 2010. Poi la malattia del batterista Jon Brookes, la sua scomparsa nell’agosto del 2013, i dubbi (immagino) sul futuro, la decisione da prendere se continuare o meno.


Hanno deciso di continuare, alla fine. Tim Burgess, Mark Collins, Martin Blunt e Tony Rogers sono tornati a inizio anno con Modern Nature, il loro dodicesimo disco in studio e, a ben guardare, non si è trattato di una brutta decisione.
Sin dalla foto in copertina, che ritrae i quattro passeggiare all’alba in riva al mare, è evidente la tristezza per la morte dell’amico ma nello stesso tempo, la voglia di riscatto che li ha animati nel realizzare questo lavoro.
Jon non è stato sostituito: per registrare le parti di batteria la band si è avvalsa della collaborazione di amici di lunga data come Stephen Morris (New Order), Pete Salisbury (The Verve) e Gabriel Gurnsey (Factory Floor).
Sono entrati in studio assieme a Jim Spencer (New Order e Johnny Marr, tra gli altri) e si sono poi avvalsi per il missaggio di Craig Silver, noto soprattutto per aver lavorato con gente come Portishead o Arcade Fire.
Ad ascoltarlo, “Modern Nature” suona soprattutto come un disco malinconico. Ci sono tastiere soffuse, ci sono beat leggeri, c’è una sorta di atmosfera tenue e avvolgente che pervade l’intero lavoro. La voce di Tim è delicata, sofferta, come se non volesse fare troppo rumore.
Ovviamente i fragori e le scintille degli esordi sono lontani ma del resto sarebbe ridicolo pretendere le stesse cose da una band che oltretutto ha fatto il possibile, negli anni, per evolversi e fare cose sempre diverse.
Tuttavia, non mancano i brani dall’appeal radiofonico: “So Oh” e “Come Baby” sono indubbiamente trascinanti, pur rimanendo sempre molto trattenute, mentre un brano come “Let the Good Times Be Never Ending”, nella sua solarità, è quasi sorprendente, dice che c’è una gran voglia di ricominciare da parte dei quattro e di non perdersi il bello della vita.
Poi ci sono suadenti ballate come “Emilie” e “Need You To Know”, composizioni decisamente intime, dove il grigio potrebbe essere considerato il colore prevalente.
È un gran bel lavoro, questo “Modern Nature”: un disco adulto, consapevole e molto coraggioso, da parte di una band che ha conosciuto le luci della ribalta e che, pur essendone ora piuttosto lontana, sta mostrando di fregarsene ampiamente, anche perché il talento e la passione non si sono mai misurate dalle copie vendute.
Chissà se passeranno dalle nostre parti. Al momento hanno appena terminato un mini tour in Gran Bretagna e a breve partiranno per una serie di show nell’Estremo Oriente. Sinceramente la vedo molto dura ma se dovesse capitare varrà certamente la pena di esserci…

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