Giuliano Dottori – L’arte della guerra, volume 2 (Musica distesa – 2015)

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Articolo di Eleonora Montesanti

E’ passato un anno dal primo volume de L’arte della guerra di Giuliano Dottori (l’abbiamo recensito qui), che era emerso come un lavoro maturo ed equilibrato, dove sonorità limpide e lunghi intermezzi strumentali facevano da sottofondo all’eterna guerra con la propria interiorità e il tentativo di equilibrarsi nella quotidianità e nel mondo.
Ed è proprio il mondo il protagonista assoluto di questo volume 2, che riparte dallo stesso concetto, ma ribalta in maniera complementare il suo punto di vista: le piccole e grandi sfide che affrontiamo ogni giorno vengono descritte e confrontate in maniera universale. La parola chiave che accompagna tutto il disco, infatti, è contaminazione, sia dal punto di vista della scrittura (l’introspezione qui diventa narrazione), sia, soprattutto, dal punto di vista stilistico: il marchio dottoriano è sempre presente e distinguibile, però queste sonorità così variegate mostrano una forte volontà di approcciarsi al cantautorato in un modo ancora differente e innovativo, andando a pescare tra atmosfere balcaniche, reggae, rap e squisitamente folk.
Come se non bastasse, poi, nel disco sono presenti anche due duetti (con Dimartino e Ghemon), che rinforzano ancora di più quest’apertura nei confronti del mondo, della natura e del tempo.

Entrando nello specifico, l’album si apre con Inseguendo la città, un perfetto brano di passaggio da un disco all’altro. Il tempo si dimostra da subito come un carnefice da cui scappare, come accade nei confronti della propria città, quella che ci fa sentire come se fossimo sempre nel posto giusto al momento sbagliato. Dunque si può solo cercare di frenare l’impulso di scappare da se stessi e dal tempo grazie alle distrazioni quotidiane (il lavoro, l’amore, un drink, la tv). Ma si può davvero fuggire dal tempo?
Fiorire, il duetto con Dimartino, sostiene di no: la vita, come la natura, è un ciclo continuo e inarrestabile. Siamo perennemente in viaggio, perennemente mutevoli, perennemente pronti a rinascere. E’ inutile, dunque, lasciarsi sopraffare dagli eventi, tanto vale spingere la vita dalla parte giusta: spingo forte / vado più veloce / io non vedo l’ora di arrivare lì / da te.

Un’alternativa ulteriore potrebbe essere Andare via. Si tratta di un brano frizzante, allegro, estivo, che potrebbe essere un tormentone. Andare lontano per avere l’illusione di stare meglio e recuperare il tempo, in velocità. La fuga in un posto ideale e senza contorni precisi (ovunque ma non qui), però, non è sufficiente se non sentiamo il cambiamento dentro di noi.

L’apice della contaminazione viene raggiunto ne Il pavimento del mattino. Le sonorità etniche, il rap di Ghemon e l’armonia del cantautorato creano una congestione di stili che funziona molto bene, al contrario dei personaggi di cui si narra in questo brano, che non riescono ad amalgamarsi e si ritrovano tristi e soli. E’ la grande solitudine della città – raccontata attraverso la metafora di un microcosmo condominiale – che a volte ci costringe al fatalismo, e dunque a pensare apaticamente che prima o poi qualcosa succederà: il tempo porterà qualche novità.
Anche Siamo tutti degli eroi, in realtà, rappresenta un buon manifesto di questo secondo volume de L’arte della guerra. All’inizio un ukulele e un basso si inseguono e introducono un confronto metaforico tra le grandi imprese compiute dalle vecchie generazioni e le battaglie – solo apparentemente più semplici – che ognuno affronta nella quotidianità. Oggi si combatte soprattutto contro la solitudine: la mancanza di empatia rende tutto più difficile, anche una sveglia alle sei di mattina o la ricerca di un parcheggio.

2041, invece, è un episodio a se stante, una sorta di ballata atipica, che parte da un assolo di chitarra folk ed esplode in uno strumentale devastante – posto esattamente a metà brano – che aiuta a metabolizzare la consapevolezza di essere adulti; adulti con un mutuo che scade nel 2041, adulti che rimpiangono la spensieratezza dell’essere giovani, adulti che nonostante tutto non perdono quel modo poetico e trasognato di filtrare il mondo: la fantasia. Indubbiamente il pezzo più bello del disco.

L’album si chiude con Angelina, dove il solito tempo sfuggente viene qui accostato ad una forte e magnetica componente femminile. In sostanza, è come se dicesse che non esistono segreti o trucchi per prevenire o cristallizzare il tempo che passa: è come una magia / se sveli il trucco non c’è più. Che poi, a dire il vero, da questo lavoro si evince che il tempo non è affatto un nemico, bisogna solo imparare ad affrontarlo con consapevolezza, lasciandosi sorprendere da ogni momento. E forse il trucco è proprio questo.

Lo avevamo già detto e siamo lieti di riaffermarlo: Giuliano Dottori è una conferma irrinunciabile per il cantautorato italiano. Ed è bellissimo guardare il mondo attraverso i suoi occhi.

Tracklist:

01)      Inseguendo la città
02)      Fiorire (feat. Dimartino)
03)      Andare via
04)      Il pavimento del mattino (feat. Ghemon)
05)      Forever giovane
06)      Siamo tutti degli eroi
07)      2041
08)      Angelina

 

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