Verdena @ Phenomenon, Fontaneto D’Agogna (No) – 3 Aprile 2015

Postato il Aggiornato il

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Articolo di Luca Franceschini, fotografie di Luca Martone

Fontaneto d’Agogna è in provincia di Novara e non è proprio la location che a tutti verrebbe in mente, parlando di concerti rock di un certo richiamo. Eppure il Phenomenon, che ha aperto pochi anni fa, è ormai considerato una venue di altissimo livello nel nostro paese. Grande capienza, ottima acustica e, a dispetto della location non proprio centralissima, anche ben facile da trovare, essendo situato ad una manciata di chilometri dall’uscita dell’autostrada.Tutto questo per dire che la data odierna dei Verdena non è certo di quelle da snobbare. Dopo tutto non esiste solo Milano e il veloce sold out del concerto all’Alcatraz ha fatto riversare in Piemonte una marea entusiasta di fan.
L’ho già scritto in passato, parlando di questa band: sono un vero e proprio enigma. Fanno una musica difficile, articolata e claustrofobica, con testi incomprensibili e ben poche concessioni all’easy listening. Sono persone schive, umili, oserei dire quasi dimesse. Gente che da sempre vive in un paesino del bergamasco e che non ha gli atteggiamenti e i vissuti che ti aspetteresti da una rock star.
Eppure, oggi godono di un successo davvero enorme, per una band del loro calibro. Il precedente “Wow” ha venduto tantissimo, il tour è stato un trionfo e questo nuovo “Endkadenz” (che in realtà è solo la prima parte di un lavoro doppio, la cui seconda sezione vedrà la luce quest’estate), visti i dati di vendita e le affluenze di queste prime date, non sta facendo altro che confermare la tabella di marcia.

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Se si escludono quei nomi giganteschi che viaggiano su ben altre categorie di grandezza (Modà, Negramaro, Negrita, per citare i primi tre che mi vengono in mente), non credo sia azzardato definire i Verdena come il gruppo più importante che abbiamo in Italia. Di sicuro, a livello di rock (e intendo rock vero, non quello plasticoso e surrogato degli artisti sopra menzionati) non c’è nessuno al momento che possa tenere il loro passo.
Stasera la curiosità è tanta. I Verdena li ho già visti più volte e bene o male so cosa aspettarmi. L’interrogativo più grande riguarda però i brani del nuovo disco. Da studio sono ottimi ma sono tutto tranne che di facile presa, sarà interessante capire come interagiranno col vecchio materiale.
Alle 23 precise le luci si spengono e il pubblico, che cominciava a rumoreggiare insistentemente (non mi stancherò mai di dirlo: basta con questi orari di inizio vergognosi!) esplode in un boato. Alberto e Luca Ferrari, Roberta Sammarelli e Giuseppe Chiara, che in questo tour li affianca suonando chitarre e tastiere, salgono sul palco.
Si comincia, come prevedibile, con “Ho una fissa”, suonata quasi a luci spente, con solo qualche faro basso ad illuminare le sagome dei quattro. Suoni potenti, chitarre al limite della saturazione, la voce distorta esattamente come su disco, forse anche di più. L’atmosfera è quindi da subito scura, quasi straniata. Non sarà un concerto facile, non ci vuole molto a capirlo. Non a caso, il pubblico non è troppo scatenato. Segue con grande attenzione e nelle prime file si vedono braccia alzate e tentativi di stage diving. Nel complesso però, bisogna ascoltare, è davvero difficile lasciarsi andare totalmente.

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La successiva “Un po’ esageri” viene accolta con maggiore entusiasmo, forse perché, essendo il singolo, è il brano più orecchiabile del disco. Nonostante tutto, il suono è sempre molto distorto e quando questo si verificherà anche su alcuni dei vecchi brani, si capisce che è una scelta precisa: i Verdena hanno deciso di ammantare tutto lo show con le atmosfere di “Endkadenz” e francamente non c’è da dar loro torto.
Molto bella e riuscita anche “Sci desertico”, col suo andamento ipnotico e vagamente psichedelico. Poi la cavalcata di “Loniterp” è il primo excursus nel vecchio repertorio, prima di rituffarsi nel nuovo disco con “Vivere di conseguenza” e “Contro la ragione”, eseguiti con Alberto al piano. Due brani splendidi, decisamente ostici, ma che catalizzano totalmente l’attenzione del pubblico.
Si tratta, a mio parere, della svolta del concerto: “Endkadenz” si prende una fetta consistente della scaletta di ogni sera (ne vengono suonati infatti sempre undici brani su tredici) ma è talmente bello che non pesa, a patto ovviamente che si abbia avuto il tempo di assimilarlo per bene a casa propria.
Al di là del feeling generale più cupo e aggressivo (le luci si alzano, nel prosieguo, ma non concedono mai tantissimo), i tre ragazzi sono come al solito: composti e rilassati, suonano come se fossero alle prove, un pezzo dopo l’altro, inframmezzato da una breve pausa per accordare gli strumenti. Poca o nessuna presenza scenica, nessuna parola scambiata col pubblico, se non dei timidi “grazie” al termine di ogni esecuzione.

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Eppure, non sapresti quasi spiegare il perché, ma oltre a spaccare di brutto, sono tremendamente coinvolgenti e non stupisce che i loro live siano spesso considerati tra i più belli in assoluto tra quelli degli artisti del nostro paese.
Non sono mai stati dei mostri di tecnica (Alberto è un musicista sopraffino, ma più come compositore che come esecutore) e qua e là le imprecisioni si sentono. Eppure, l’impatto è sempre deflagrante e l’impressione di essenzialità che riescono a trasmettere conquista talmente tanto che non riesci più a distogliere occhi e orecchie.
Non a caso, suonano per due ore abbondanti ma avrebbero potuto tranquillamente andare avanti ancora.
La scaletta in questo tour non sta poi cambiando tanto: il focus, oltre che sull’ultimo disco, è incentrato anche su “Wow”, il doppio album che è stato già suonato in lungo e in largo ma che non sembra per niente aver esaurito la sua forza comunicativa. “Rossella Roll Over” provoca un bel pandemonio sotto al palco, mentre altrettanto violenta appare “Lui gareggia”, una mazzata pesantissima con chitarre distorte ben oltre il limite consentito. Sempre coinvolgente anche “Attonito”, introdotta da campionamenti in pieno stile Tom Waits. E poi, naturalmente, “Razzi arpie inferno e fiamme”, diventato in brevissimo tempo un classico imprescindibile, uno dei brani in cui la genialità compositiva del terzetto ha saputo risplendere in maniera più fulgida. Esecuzione impeccabile, pur priva della parte di controcanto che la impreziosisce così tanto in studio (sui cori i nostri non se la cavano proprio benissimo ma va bene anche così).

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Per chi attendeva spasmodicamente i brani della prima ora, non è stato messo molto sul piatto: una splendida “Il tramonto degli stupidi” (bonus track della versione in vinile di “Solo un grande sasso”) e, dallo stesso disco, una delicatissima “Nel mio letto”, che ha aperto una sorta di trilogia semiacustica comprendente anche “Nevischio” e la sempre acclamatissima “Angie”.
Dall’esordio di quindici anni fa, probabilmente l’unico lavoro a poter essere trascurato senza troppi problemi, è arrivata la sola “Viba”, che in queste ultime date ha preso il posto di “Valvonauta”. È diventata un po’ la loro “Creep”, sembrerebbe. La suonano sempre abbastanza spesso ma c’entra decisamente poco col salto che hanno fatto già dal disco successivo.
A non mancare per niente è invece “Requiem”, il cui suono acido e distorto si sposa piuttosto bene con le atmosfere di “Endkadenz”: “Non prendere l’acme Eugenio” e ovviamente “Muori Delay” vengono sparate brutalmente in faccia a un pubblico che, da parte sua, sembra gradire parecchio.
Purtroppo quest’ultima canzone coincide con la perdita quasi totale della voce da parte di Alberto. Con la precedente “Scegli me” ci si era accorti che qualcosa non andava ma adesso i problemi diventano seri e dispiace dire che, nonostante lo stoicismo del cantante, che fa il suo lavoro fino alla fine senza adottare facili trucchetti di mestiere, gli ultimi venti minuti del concerto risultano alquanto danneggiati.

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C’è spazio anche per un divertente siparietto tra lui e Roberta, che additano a responsabili dell’incidente gli spifferi che ci sarebbero stati sul palco. Un vero peccato, perché “Luna” e “Don Callisto”, in apertura di bis, avrebbero meritato ben altro livello di esecuzione. Va meglio, per fortuna, sulla conclusiva “Funeralus”, molto meno impegnativa dal punto di vista vocale. Una traccia lunga e tortuosa, come la prima parte di “Endkadenz” e come lo spettacolo a cui abbiamo assistito stasera, che viene accompagnata da immagini enigmatiche proiettate su uno schermo alle spalle dei musicisti.
Finale a parte, resta che i Verdena ci hanno regalato due ore di altissimo livello, dimostrando ancora una volta che possono anche fare ogni volta un disco diverso dall’altro, ma i loro concerti risulteranno sempre coerenti e omogenei fino alla fine.
Al pensiero che quest’estate porteranno già in giro brani nuovi, non stiamo più nella pelle.

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