Younger and Better

Postato il Aggiornato il

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Intervista di Luca Franceschini

YOUNGER AND BETTER
Matteo Corradino: Chitarra
Dario Pruneddu: Voce e chitarra
Pietro Cafaro: Batteria
Gianluca Bonelli: Basso


Ciao ragazzi, raccontatemi qualcosa di voi, giusto per iniziare…
Dario: Siamo nati nel 2012 con l’idea di mettere insieme un po’ di idee che avevamo in testa da qualche anno. All’inizio eravamo una band palesemente indie rock, ma è un vestito che ci è andato stretto quasi subito e abbiamo deciso di cambiare stile. L’ep d’esordio, di sei tracce, è uscito nel 2012, e già da qui si sono visti alcuni cambiamenti, con una prima virata elettronica. Abbiamo ricevuto buone recensioni, talmente buone che siamo riusciti anche a partecipare a un festival… Direi che è stato un buon punto di partenza. Nel 2014 abbiamo fatto uscire “Due”, che è un ep di due tracce, quasi un demo. Poi gli inevitabili cambi di formazione, col batterista e il bassista che hanno lasciato la band, perché sono andati a vivere a Londra. È stato un momento delicato, avevamo appena finito di registrare “Take Care“, e ci trovavamo fermi. Siamo riusciti a reclutare nuovi componenti e la formazione si è stabilizzata, è quella che adesso vedi qui davanti a te. A questo punto abbiamo potuto iniziare a promuovere il nuovo ep.

Parliamo di “Take Care”, dunque…
Dario: Sì, inizialmente eravamo partiti con l’idea di registrare un album ma poi non siamo riusciti, ci siamo ritrovati solo con quattro pezzi che però funzionavano bene insieme, per cui abbiamo pensato che registrarli tutti di fila e pubblicare solo quelli avrebbe potuto avere comunque un buon impatto.

Le vostre influenze? C’è molta elettronica ma c’è anche un’innegabile impronta Post Punk…
Matteo: In generale prendiamo spunto dai 65daysofstatic, che per noi rappresentano l’apice, per idee e originalità, di quello che un musicista può fare al massimo della sua ispirazione. Però ascoltiamo anche tante altre cose…

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Cosa mi potete dire dei testi di questo ep?
Dario: I testi li scrivo io a seconda dei momenti, non penso di doverli inserire all’interno di una determinata formula. Ho dei testi che scrivo e a seconda delle sonorità che vengono fuori in sala, li scelgo ma non c’è un nesso logico all’interno delle canzoni. O meglio, c’è ma è più complessivo, meno legato ad un particolare…

Direi che è il momento di dare la parola ai “nuovi arrivati”: Pietro e Gianluca, mi raccontate come siete entrati a far parte della band?

Gianluca: Ci conoscevamo già, abbiamo fatto delle serate insieme con i rispettivi gruppi, poi un giorno li ho rincontranti, ho saputo che cercavano un bassista, l’ep mi piaceva e quindi mi sono proposto. Li volevo aiutare anche a trovare il batterista, ma con la persona che avevo in mente non si è più combinato. Ad ogni modo conoscevo anche Pietro, anche se non è arrivato tramite me…
Pietro: Io in realtà non sono un batterista, suonavo la chitarra in un’altra band ma la mia fama da batterista di scantinato evidentemente è arrivata anche a loro (ride NDA). Ho imparato i pezzi, siamo andati in sala e tutto è filato liscio, nonostante la mia tecnica non proprio sopraffina…

Siete molto giovani eppure dalla vostra musica traspaiono tante influenze e una certa varietà di ascolti. Come avete fatto ad appassionarvi a realtà così lontane da voi dal punto di vista anagrafico? Lo dicevo anche ai Nova Lumen, che oggi non è poi così scontato che accada…
Matteo: È tutta una questione di influenze esterne. Mio padre è un patito di musica, ha una marea di cd, si perderebbe una giornata per contarli tutti. Alle medie avevo dei compagni di classe che suonavano la chitarra per cui mi sono incuriosito. Con tutti questi input ho iniziato ad intraprendere il mio percorso…
Dario: Il mio primo disco fu “Smash” degli Offspring, che mi fu regalato a Natale quando avevo 13 anni. Da qui è partito tutto.
Pietro: Anch’io ho il padre patito di musica, mi ha istruito lui, poi ho scoperto io le varie band, girando su Youtube. Ho condiviso tanti ascolti con un mio compagno del liceo, ho preso in mano la chitarra e volevo solo suonare. Poi in terza liceo mi hanno regalato una batteria elettronica perché mia madre non voleva che facessi casino dato che sono uno che pesta molto (ride NDA)! Ho iniziato due anni fa, quindi.
Gianluca: Per me il percorso è stato un po’ più lungo, ho iniziato già dalle medie. Mio nonno era musicista, mio padre è un patito dei Pink Floyd ma non c’entra, non mi sono mai appassionato a questa band. Ho iniziato a suonare la chitarra, ho avuto un po’ di band, poi ho scoperto che il basso mi permetteva di sfogarmi di più per cui sono passato a quello. E poi ho scoperto la bellezza dello scrivere musica tua, che è un’attività che ti dà uno sfogo sentimentale che niente altro ti può dare.

 

Quindi scrivi?
Gianluca:
sì, ho altri progetti paralleli a questo.

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Pochi giorni fa è stato il trentacinquesimo anniversario della morte di Ian Curtis…
Matteo: i Joy Division sono un’altra band che abbiamo ascoltato tantissimo, una di quelle che ci ha influenzato automaticamente, senza quasi che ce ne rendessimo conto. Una band come la loro del resto è il punto di partenza per molti, è inevitabile che sia così.
Dario: A furia di ascoltare qualcosa, prima o poi la ributti fuori in quello che fai, entra in circolo e una volta che la fai tua non puoi più far finta di niente. Ci è successo coi Joy Division ma anche coi Nirvana, coi Radiohead…

Che giudizio date sull’attuale stato della musica rock in Italia? Ci sono tante cose che non stanno andando per il verso giusto, per quanto mi riguarda…
Dario: Direi che la recente chiusura de “Le Scimmie”è un episodio che fotografa molto bene la situazione. Sergio Israel, il direttore, non è mai stato un grande conoscitore di musica, come qualità o selezione. Quindi, adesso che c’è troppa concorrenza, che tutti suonano tutto e decidere chi è capace e chi no è molto più difficile di prima, lui per forza di cose non ce l’ha più fatta.
Sai, prima ti bastava fare un disco perché già il farlo voleva dire che avevi qualcosa in mano, che valevi. Invece oggi tutti li fanno, i dischi e la selezione è molto più dura, proprio perché c’è in giro molta più roba e quindi, su che base fai la tua valutazione? Non basta più avere il disco in mano per essere riconosciuti come validi…
Matteo: Oltre al disco poi ci sono altri fattori esterni, si guardano molto i social network, quante volte una band posta gli aggiornamenti quanti like riceve su Facebook, ecc. Questo, inevitabilmente, fa passare in secondo piano la qualità del disco, non ci si sofferma mai ad ascoltarlo davvero. Uno poi magari ci prova anche a capire se un disco potrà avere successo o meno ma la qualità non c’entra nella sua valutazione, perché quel che c’entra è solo il seguito che hai.
Dario: A furia di sentire merda è dura sentire roba buona, capire se c’è qualcosa da tenere…
Pietro: È per questo che ci siamo messi a scrivere merda (risate generali NDA)!

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