Giant³ Sand @ Biko, Milano – 1 Dicembre 2015

Postato il Aggiornato il

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Articolo di Luca Franceschini

I Giant³ Sand festeggiano i trent’anni di carriera con quello che potrebbe essere il loro ultimo tour. La band di Howe Gelb è una colonna portante del rock americano, soprattutto nella sua declinazione “Desert” e anche se i Calexico, nati proprio da una loro costola, si sono nel tempo guadagnati una notorietà maggiore, è indubbio che gli originali, unici e irripetibili siano loro, capaci nel tempo di realizzare vere e proprie pietre miliari nella storia di questo genere.
A maggio avevo avuto modo di ammirarli al Primavera Sound di Barcellona e mi avevano impressionato per la pulizia e la raffinatezza del loro suono, complice anche un nuovo disco come “Heartbreak Pass” che pare proprio essere in grado di rivaleggiare con i gloriosi capitoli del passato.
Purtroppo il Biko non è la location indicata per uno show di questo tipo ma ormai si sa che a Milano i posti per suonare dal vivo sono pochi, bisogna accontentarsi di quello che c’è.
Se non altro la capienza ridotta del posto fa sì che venga riempito in fretta e questo è senza dubbio un bene per la band, che si è trovata a suonare in un’atmosfera piuttosto calorosa.
L’inizio è come sempre a orari assurdi e, trattandosi di un martedì sera, la cosa è ancora più fastidiosa. Bisogna finirla, non se ne può davvero più. Lo scrivo ogni volta e non mi stancherò mai di farlo. Sta diventando una piaga, i concerti devono iniziare prima, chi non riesce ad arrivare in tempo se ne sta a casa, fine.

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È un Howe Gelb molto cordiale e rilassato ad accoglierci, quando dai diffusori la musica si interrompe. Ci dice che è qui per presentare i gruppi di apertura, che ha messo insieme lui stesso avendo come unico desiderio quello di farci ascoltare della buona musica.
In effetti l’idea è proprio quella di far esibire alcuni membri dell’attuale line up del gruppo in altre vesti, in una sorta di mini festival interno alla band.
Una bella idea, se non fosse che la prima a salire sul palco è la figlia dello stesso Gelb che assieme al proprio compagno suona tre canzoni scritte da lei, con l’apporto di tre quinti dei Sand, che non sembrano particolarmente contenti di prestarsi a questa cosa. I brani appaiono ispirati ad un garage rock piuttosto elementare e sono fiacchi e privi di mordente, situazione aggravata dal fatto che la ragazza non se la cava proprio benissimo dietro al microfono.
Un set da dimenticare, nonostante Gelb, dopo aver servito un Mohito alla figlia, si metta a suonare le tastiere nell’ultimo brano.
Va molto meglio subito dopo, perché sul palco salgono i due chitarristi Brian Lopez e Gabriel Sullivan, che si producono in un set acustico in cui suonano brani di loro composizione e una cover di “The Ghost of Tom Joad” di Springsteen. I due sono bravissimi, soprattutto dal punto di vista vocale (Lopez in particolare è strepitoso, con un timbro caldo e profondo che sta a metà tra Johnny Cash e Leonard Cohen) e i pezzi da loro suonati sono tutti di qualità altissima. Nel finale vengono raggiunti dal resto della band per un’altra manciata di brani, prima di congedarsi e ritornare sul palco come Giant³ Sand.

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Davvero bella questa idea dello special guest “interno” al gruppo anche perché, spiace dirlo, questa alla fine risulterà la parte musicalmente più bella della serata.
La line up della Sabbia Gigante è cambiata tantissimo nel corso degli anni. Attualmente Gelb pare aver trovato la dimensione ottimale in una sezione ritmica composta da Thøger T. Lund (basso) e Peter Dombernowsky (batteria) e nella già citata coppia di chitarristi Sullivan/Lopez, originari dell’Arizona come il singer e perfettamente famigliari con un certo tipo di sound.
Il mastermind della band, al di là del carisma e dell’indubbio fascino, è anche decisamente sui generis e questa sua stravaganza si ripercuote molto sul modo di gestire il concerto. Non c’è una scaletta prefissata, un copione evidentemente è stato abbozzato in precedenza ma in generale è lui a dettare il ritmo, attaccando dei brani che il resto della band non ricorda così bene (almeno a giudicare dagli sguardi e dal modo in cui i chitarristi gli osservano le mani prima di suonare gli accordi giusti) e quindi gli va dietro come può. Ne viene fuori un concerto che a sprazzi davvero sublimi alterna momenti interessanti ma di grande disordine e dove l’assenza di un filo conduttore fa sì che la tensione venga a rilasciarsi costantemente.
Sono forse i brani da “Heartbreak Pass” quelli che beneficiano di una resa migliore, probabilmente perché sono quelli che gli altri hanno assimilato meglio, avendoli suonati anche in studio.

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Gelb, dal canto suo, è ciarliero e perfettamente a suo agio, scherza a lungo col pubblico e prova anche ad accontentare le richieste che gli vengono fatte in termini di brani anche se non con buoni risultati. Divertente il siparietto in cui un fan gli chiede “Shiver” e lui risponde: “Ho bisogno che mi canti qualche verso, così mi viene in mente”. Quando questo avviene, prova ad accennare la canzone, gli altri quattro gli vanno dietro e ne esce una versione tutto sommato accettabile.
Non accade allo stesso modo con “Marble Girl”, della quale esegue solo un paio di strofe o poco meno alla chitarra, prima di lasciarla perdere insoddisfatto.
Poi arriva un momento in cui congeda Lopez e Sullivan e si siede alla tastiera, lasciando Lund e Dombernowsky nelle vesti di accompagnatori.
Ne escono una ventina di minuti di improvvisazione dal sapore vagamente jazz, con Gelb che si diverte un mondo ma che non sempre sembra avere davvero idea di dove voglia andare a parare.
Nei bis arriva una “Thumble & Tear” davvero roboante, direttamente dal disco d’esordio “Valley of Rain”. Un gran pezzo, indubbiamente uno dei migliori della serata. Il congedo è lungo, col pubblico entusiasta che applaude a lungo e il cantante che si intrattiene un po’ di più, facendo le ultime battute.
È stato bello avere la possibilità di vedere dal vivo un gruppo come i Giant Sand e un personaggio come Howe Gelb è senza dubbio imprescindibile e vale sempre la pena osservarlo in azione. Detto questo, la serata, per tutti i motivi elencati sopra, non è stata delle meglio riuscite. Peccato, perché se si fossero preparati a dovere come avevano fatto in occasione del festival spagnolo, ne sarebbe venuto fuori un grandissimo concerto. Rimane comunque uno show che andava visto, siamo contenti di esserci stati.

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[foto di Cico Casartelli]

 

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