Bluestouch – Wishkey’n’notes (Autoproduzione, 2015)

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Articolo e immagini sonore di Antonio Spanò Greco

Assistere a un concerto dei Bluestouch a metà settembre in Svizzera a un raduno di bikers provenienti da tutto il territorio elvetico è stata un esperienza catartica: ti purifica da tutte le scorie della vita moderna e ti riconduce all’essenzialità diretta e concisa di suoni scarni, sporchi e polverosi, a quei luoghi lontani dalle metropoli ai confini dei deserti aridi dove il mormorio del vento è interrotto solamente dal tintinnio dei bicchieri colmi di whiskey.


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Ero curioso di vedere il gruppo nella nuova formazione con l’amico Gerry “Geronimo” Gey alla voce ed armonica e con il sempreverde Roberto “Drugo Panzeri alla batteria che hanno sostituito rispettivamente Toto Carito e Roberto Lupi. La curiosità si è tramutata in piacevole sorpresa: i Bluestouch sono cresciuti, hanno consapevolezza dei loro mezzi e per due ore e mezza ininterrotte hanno tenuto testa ai commensali in pelle nera propinando classici del blues e del rock rivisitati, seguendo l’indole chitarristica di Max “Slide Boy” DePalma e sostenuti dal basso poderoso di Diedo “Dynamo” Danelli, e brani originali di propria composizione dove Gerry Gey si destreggia sia alla voce (che riesce a far diventare più blues non si può) che all’armonica e il nuovo pestatamburi Roberto Panzeri regala interventi precisi e mai sopra le righe.

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L’uscita inoltre del secondo lavoro in studio del complesso, intitolato Wishkey’n’notes, è l’occasione per fare quattro chiacchiere con Max, il fondatore del gruppo.

Ciao Max, parlami del tuo gruppo…
La Bluestouch band è una mia creazione datata ormai 2009, cercata e voluta dopo anni di militanza nelle solite e scontate rock blues band di provincia.
Avevo la mia idea di Musica, in cui mescolare le esperienze Rock, Blues e altro da cui provenivo, senza limitarmi e senza sacrificarmi dietro quei famosi “paletti” che a molti sembrano dare sicurezza.
Ho iniziato da zero il difficile compito di trovare gli elementi giusti (sì preparati musicalmente ma, che come me, vedessero il fare Musica come un’espressione libera e non come cliché obbligatori), spero tu capisca cosa intendo…
Ecco perché dal vivo improvvisiamo praticamente tutto. In giro a me sembra sempre più spesso di ascoltare le stesse cose: cambiano gli esecutori, cambiano le location, ma la “musica” ha sempre lo stesso gusto.
Non è stato facile, ma ho tenuto duro e sono arrivato a questo punto in cui tutto sembra maturare e prendere senso.

I cambiamenti dell’organico, voluti o meno?
I cambi di formazione sono stati tutti inevitabili, la determinazione e la passione che ho iniettato in questo progetto è stata inflessibile sulla direzione artistica da seguire. Le variazioni delle varie line up sono avvenute sia per incomprensioni artistico/professionali, sia per questioni tecniche. Ora, finalmente, sento di aver trovato gli elementi giusti, musicisti validi, a me affini, di talento, con cui nutrire di nuova linfa il “sound” della band che sta maturando, concerto dopo concerto.

I tuoi tre dischi preferiti?
Beh racchiudere in 3 unità i miei 3 dischi preferiti di sempre è davvero un ‘impresa, potrei schematizzarli così: Voodoo Child di Hendrix mi ha folgorato in piena adolescenza, Catfish Blues di Skip James mi ha mostrato l’infinita profondità del “Blues” che avevo nascosto dentro di me e Murdering Blues di Eric Sardinas mi ha folgorato e a 24 anni circa mi ha illuminato su come tirar fuori, su qual era il mio vero “linguaggio”, il mio vero “istinto”.
Ma dovrei citarne molti di più …

I tuoi ascolti odierni?
Ora sto ascoltando Jimmy Cornett, Brother Dege, Seasick Steve e Gary Clark Jr.

Raccontami la tua esperienza nei locali svizzeri: che differenze trovi con quelli italiani?
Appurato che ci piacerebbe girare l’Italia come stiamo facendo in Svizzera, posso solo dirti che oltre confine la mentalità, la cultura, il trattamento e le aspettative sono assai differenti e “libere”. Qui fatichiamo a conquistare ingaggi gratificanti mentre in territorio elvetico ormai sono 3-4 anni che veniamo contattati direttamente dai gestori di club, di biker fest e blues festival e siamo solo all’inizio. C’è poco da dire, un nostro fan, tramite canali della rete, ci ha notati e apprezzati e ha voluto proporci in un club nel cuore della Svizzera, noi siamo entrati in punta di piedi e abbiamo suonato come se non ci fosse un domani, siamo piaciuti, il nostro nome è iniziato a girare e continua a farlo.
Così è cominciato tutto, ma la Svizzera è solo l’inizio.

Progetti per il futuro dopo il vostro secondo lavoro?
Le nostre prospettive per il futuro sono la realizzazione di un nuovo album da registrare o in Italia o all’estero con “mezzi” (magari sponsor) maggiori per alzare il livello delle registrazioni. Penso sarà quasi esclusivamente di inediti e di matrice sicuramente più rock.
Il nostro sogno più grande per ora è un mini tour negli USA dove ci continuano a “corteggiare”.

Come realizzate i pezzi inediti?
I brani inediti, in entrambe le registrazioni, sono di mia composizione per quanto riguarda la musica, e di terzi per quanto riguarda la stesura dei testi (se vuoi nello specifico ti faccio nomi). Poi si butta tutto nel calderone e si arrangia tutti insieme; questo avviene anche per le cover che, tendenzialmente, cerchiamo sempre di riarrangiare e personalizzare.

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L’ascolto del nuovo lavoro non fa che confermare le buone impressioni avute al concerto: il suono è molto più bluesy, le sonorità quasi hard rock del primo si sono tramutate in musicalità propriamente blues con la slide di Max a dettare le danze, la voce di Gerry a svariare e il basso di Diego e la batteria di Roberto a rendere il tutto più corposo. Dieci brani incisi, sei cover e quattro inediti. Tra le cover figurano classici come Walkin’ blues di Robert Johnson, Baby please don’t go di Muddy Waters, Kokomo blues di Fred Mc Dowell, Shake’em on down di R.L. Burnside; le altre non sono propriamente dei classici, come Backroom friend di Johnny Winter e I started out with nothing di Seasick Steve, ma hanno contribuito alla formazione chitarristica di Max, che si presenta sul palco accompagnato dalle sue chitarre dobro e resofoniche. Come detto prima, le cover sono riarrangiate e non sono semplici imitazioni, ma prendono un forma ben precisa, seguono le inclinazioni della band, assumono una nuova veste e danno nuova linfa al genere. Invece i quattro inediti della band ci mettono al cospetto di una band che tenta di trovare una propria strada (nonostante i richiami ai maestri e agli ultimi ascolti di Max siano evidenti). Il tutto, comunque, è ben composto e arrangiato: Airplane Blues mette in mostra le qualità canore e armonicistiche del Gerry, Regal Blues Duolian ’75 rag time anni 40 non sfigurerebbe in un classico anni 40, When the blues will not let me sleep è lento e sporco alla maniera di John Campbell, mentre la conclusiva I’ve got a lord è un gospel per chiudere in allegria il tutto.

Il mio parere è più che positivo, i ragazzi meriterebbero anche in Italia l’attenzione che per il momento solo la Svizzera gli riserva. Aspetto con fiducia la loro crescita musicale e la penso anch’io come Max, che il prossimo lavoro debba essere solo di inediti. Certo che anche un bel live non sfigurerebbe, vero Max?

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