Polar For The Masses: la nostra prima volta con una chitarra acustica

Postato il Aggiornato il

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Articolo di Eleonora Montesanti

“Fuori” è il sesto lavoro in studio dei Polar For The Masses, band vicentina che festeggia i dieci anni di attività con un disco adulto, in equilibrio tra le sonorità punk-rock arrabbiate che li hanno sempre contraddistinti e una svolta più riflessiva ed intimista, che si rivela una bella sorpresa. In occasione dell’uscita dell’album, prevista per domani, abbiamo avuto l’occasione di scambiare quattro chiacchiere con il gruppo.

“Fuori” è il vostro sesto disco, il terzo in italiano, il primo in cui alla potenza graffiante che vi caratterizza affiancate un lato più intimo, dolce e riflessivo. Significa che, dopo dieci anni di carriera, siete diventati grandi? 
“A noi sembra di avere iniziato ieri! L’entusiasmo è sempre lo stesso e la voglia, il bisogno di esprimerci, non tende a calare, anzi. Questo disco rappresenta una sintesi dei linguaggi che avevamo utilizzato nei due dischi precedenti, cantati in italiano. Oltre a una vena oscura e malinconica, condita col furore elettrico del punk rock, questa volta abbiamo aggiunto testi e atmosfere più introspettive. E’ venuto fuori un album molto variopinto, ricco di sfumature, che racconta molto di noi. Ma non siamo ancora diventati grandi, diciamo che stiamo iniziando a diventare vintage…

La definizione ufficiale di “Fuori” è: “all’esterno di un limite”. Quali sono i limiti e i confini da cui volete uscire con quest’album? 
L’idea del titolo è nata dall’immagine di copertina. Ci hanno sempre descritti come una band oscura, nervosa, dark. Ma non siamo dei tristoni pessimisti, ci sentiamo degli ipercinetici che vedono costantemente il bicchiere mezzo pieno! La copertina idealizza il concetto della luce alla fine di un tunnel e volevamo far passare la positività che ci muove, come persone, a cercare l’ossigeno fuori dalla nebbia in cui bene o male viviamo. Guardare oltre, tendere al meglio. Uscire fuori e respirare, vivere! Dai cazzo! (da pronunciare come Ruggero della gag dei Soliti Idioti)

Raccontateci della “prima volta con una chitarra acustica”…
Un bel giorno Simone arrivò in studio con alcune idee registrate a casa, col cellulare. Ovviamente quando ti viene un’idea, la butti giù con quello che hai per le mani, prima di dimenticartela, e quella volta usò una chitarra acustica, ovviamente scordata. La cosa ci piacque, accordatura a parte, e decidemmo di provare a mantenere quel tipo di suono, provando a imbastire più di qualche canzone. Alla fine ne abbiamo inserite tre nell’album, e ci pare funzionino bene, nel contesto. Se ci prendiamo gusto, magari nel prossimo album infiliamo una valigia al posto della batteria… (non è uno scherzo, Alessandro la sta sperimentando e la cosa ci piace parecchio!)

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Parlando del vostro percorso artistico e della vostra esperienza decennale con la musica, quanto è importante, secondo voi, che un artista si evolva e non sia sempre uguale a se stesso? 
Ogni band, ogni artista, deve trovare il proprio motivo d’esistere, il proprio percorso. Ti posso dire che per noi è fondamentale non ripeterci. Cerchiamo la nostra originalità, la nostra voce, che cambia col nostro cambiare, col nostro evolvere. Siamo esseri umani in costante movimento e mai uguali a ieri. Ci stanchiamo facilmente anche di noi stessi, e troviamo necessario cambiare, per continuare ad esistere. Ovviamente la nostra identità più profonda, resta costante e ben riconoscibile. Questo è ciò che funziona per noi, non è detto che sia lo stesso per gli altri. Adoriamo i Ramones perchè non sono mai cambiati, e David Bowie perchè cambiava sempre. Ognuno ha il proprio percorso, la propria via per realizzarsi.

Quali sono le ispirazioni – sia culturali, sia quotidiane – che hanno dato una direzione a questo disco? 
E’ rimasta la voglia di parlare del mondo in cui viviamo, come in precedenza, ma questa volta abbiamo parlato un po’ di più dei nostri sentimenti, delle nostre debolezze, dell’empatia, dell’amicizia. Quello che ci muove è lo stupore per la vita. Utilizziamo un linguaggio ricco di metafore, a volte molto ermetico, perchè in fondo ci piace lasciare un alone di dubbio, lo spazio per la libera interpretazione dell’ascoltatore. Ci sono pezzi in cui raccontiamo qualcosa che siamo quasi certi potrà essere intuito da qualcuno, e completamente frainteso da qualcun’altro. Ci piace ascoltare i nostri ascoltatori che ci raccontano cosa hanno sentito nei nostri testi, e scopriamo anche noi nuove chiavi di lettura, che danno un significato alternativo alle nostre canzoni, a noi stessi. E’ meglio che andare dallo psicologo!

Quella del musicista non è la vostra professione primaria. Nel senso che tutti voi, se non erro, svolgete anche un altro mestiere. Seppur vivere solo di musica sarebbe meraviglioso, personalmente credo che ci siano dei lati positivi nell’avere sempre un piede fuori, soprattutto per avere sempre uno sguardo sul mondo reale. Siete d’accordo con me? Quanto è importante quest’aspetto per la vostra creatività? 
In realtà uno di noi fa il musicista a tempo pieno, e in passato abbiamo più o meno tutti campato di sola musica. La vita, poi, ci ha portato a fare scelte diverse e a trovare un equilibrio che ci permette di fare quello che vogliamo, artisticamente parlando, senza pressioni. Avere la libertà di stabilire la propria direzione è per noi più importante che far saltare fuori un guadagno. Ci possiamo permettere dei momenti di pausa, o possiamo fare scelte “antieconomiche” che non potremmo fare se dovessimo portare a casa la pagnotta solo con la band. Attenzione, non è il discorso della volpe e l’uva. Siamo comunque ben consci che con la sola band non ci possiamo campare e quindi abbiamo altre attività, chi in ambito musicale e chi no. Se vuoi vivere di sola musica e sei al nostro livello di popolarità (e quindi di guadagno economico) significa che devi barcamenarti tra tanti progetti, per far quadrare il bilancio, perchè di fatto, almeno per quel che riguarda la nostra nicchia musicale, riesci a vivere solo finchè sei in tour, ma i tour non durano 365 giorni l’anno. Quindi ti devi inventare altre situazioni, altri progetti, fare il fonico, il turnista, insegnare, fare il produttore, l’agente, suonare con altre band. Quindi puoi decidere se avere altri lavori, in ambito musicale o in altro ambito, tutto qui. Per essere veramente liberi, dal punto di vista creativo, basta impostare le cose in modo corretto con la propria etichetta e il proprio management, ed è più facile di quel che possa sembrare.

“La buona sorte di Piero”, brano che ha stuzzicato anche l’interesse di Piero Pelù, si riunisce attorno a tutti coloro che sono “senza un poi” e che, magari, si rifugiano nella speranza della buona sorte (anche se nessuno, in realtà, vince sempre). Credete che la mancanza di prospettive future – che porta ad ancorarsi al presente – sia un demone del nostro tempo? 
Probabilmente si, ma pensiamo sia dovuto più alla memoria corta dell’uomo, che a una reale difficoltà. Siamo più precari dei nostri genitori e quindi viviamo il domani come una scommessa persa in partenza. Ma se guardiamo all’intera storia dell’uomo, di che ci possiamo lamentare? E poi viviamo meglio della maggior parte degli altri esseri umani del pianeta. “La buona sorte di Piero” è un inno punk all’ottimismo: possiamo guardare oltre al “no future”. Mettila come vuoi, ma non può piovere per sempre! L’incertezza è parte costante della condizione umana, mettiamoci in testa che siamo provvisori per natura e impariamo che è tutta questione di attitudine. Dai cazzo!

Qual è il vostro rapporto col palcoscenico? 
E’ riassumibile con un bel “dai cazzo!”. Siamo una live band e suonare dal vivo, in fin dei conti è la nostra ragione d’esistere. Ci piace l’adrenalina e anche se certe volte i problemi sembrano insormontabili, non ci facciamo vincere dal lato oscuro! Siamo come dei Jedi, la forza è potente in noi, hehe. In Sicilia si dice “suonare con la minchia di fuori”, per dire che te ne devi fregare del giudizio della gente e fare la tua cosa con la convinzione giusta. Volume rigorosamente a 11, e via! Abbiamo visto che funziona. Quando ti sventolano i pantaloni, vuol dire che va bene, e abbiamo visto che il pubblico apprezza! Schiettezza e volume. Cerchiamo di creare l’atmosfera giusta per far funzionare bene la band. Quando questo succede, coinvolgere emotivamente il pubblico è quasi automatico. Se si crea questo feeling, ti rendi conto che chi ascolta diventa un tutt’uno con chi suona, ed è meraviglioso. Se scatta l’invasione di palco a fine concerto, siamo in paradiso!

Cosa c’è nel futuro più immediato dei Polar For The Masses? E come vi vedete da qui a dieci anni (oltre a festeggiare il ventennale dei P4TM)? 
A breve saremo impegnati con i concerti, e prevediamo di esserlo per un bel po’ di tempo. Poi vedremo, l’intenzione è quella di continuare a creare nuove canzoni e di farle sentire alla gente. Sembra banale, ma per noi è un piccolo miracolo, essere riusciti in questi dieci anni a fare quello che volevamo con la massima libertà. E’ stato, ed è tuttora una sfida continua, perchè non è facile, ma le difficoltà rendono più gustosi i risultati che ottieni. Tra dieci anni saremo probabilmente un po’ più sordi, ma lo sai, il lupo perde il pelo ma non il vizio. Probabilmente saremo ancora in giro, con qualche ruga in più, un furgone speriamo più comodo, e tanta voglia di divertirci con chi ci vorrà ascoltare! “Dai cazzo!”

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