Bobby Joe Long’s Friendship’s Party: A Roma Est siamo tutti Henry Bowers

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Intervista di Luca Franceschini

La storia di come ho scoperto i Bobby JoeLong’s Friendship Party è breve e molto banale. Una mattina un amico mi tagga su facebook e mi posta il video di “Vortice de Totip” dicendo semplicemente: “Questo è il disco dell’anno”. Detto fatto. Dall’ascolto del brano in questione passo rapidamente a quello del disco intero, che per una settimana buona mi ha monopolizzato prepotentemente le casse dell’autoradio.È difficile parlarne, se non ci si è dentro. Difficile descrivere che cosa sia trovarsi New Order, Smiths, Echo& The Bunnymen, Siouxsie& The Banshee, Jesus and Mary Chain, tutti nello stesso disco, con un sound potente, dinamico e ossessivo, unitamente ad un parlato declamato che, in perfetto romano “coatto”, racconta storie di delirio metropolitano dove la periferia inquietante e degradata di Roma Est si illumina di una luce violacea e malsana, dove si muovono serial killer, poeti futuristi e personaggi concepiti dalla geniale penna di Stephen King. Per uno come me, cresciuto sin da ragazzino con i romanzi dello scrittore del Maine e accanito consumatore sin dalla nascita di film horror e storie macabre di ogni genere, tutto questo, semplicemente, non mi sembrava vero. La faccenda si è fatta ancora più interessante quando, contattata la band per richiedere l’intervista (che a questo punto dovevo per forza realizzare) mi viene risposto che sì, la cosa si potrà fare, ma che non potrò nominare in alcun modo l’identità dei musicisti coinvolti nel progetto e che l’unico nome che potrò scrivere nel mio articolo dovrà essere quello di Henry Bowers. Vale a dire uno dei personaggi di “It”, senza dubbio il capolavoro assoluto dell’autore americano, tra i suoi romanzi quello che più di tutti ha toccato i vertici della vera letteratura. Con tutte queste premesse, è naturale che fossi parecchio curioso di parlare finalmente con colui che sta dietro a questa “oscura combo” a nome Bobby Joe Long (che per inciso, è un serial killer attualmente rinchiuso in un carcere della Florida, in attesa di esecuzione capitale). Ne è nata una conversazione lucida e piacevole, che ha messo ancora una volta in chiaro quanto in Italia, a dispetto di ciò che va di moda nel cosiddetto “rock alternativo”, ci sia  ancora gente con ha voglia di portare avanti un vero discorso culturale attraverso la musica.

Per cominciare, mi piacerebbe capire il motivo di tanta segretezza nel presentarsi…
È una questione di strategia. Lo so che può far ridere, ma abbiamo deciso di presentarci così, quale una “oscura combo romana”, con Henry Bowers come nome principale. È anche una decisione volta a non creare confusione relativa ai ruoli e alle individualità del gruppo. Poi comunque ci saranno i live e allora lì la gente avrà la possibilità di vedere chi siamo. A livello principale la mente sono io, nel senso che questo è un progetto mio, l’ho ideato personalmente e mi sono occupato di tutti i testi. È un discorso un po’ complicato perché questo non nasce esattamente come progetto musicale, ma è piuttosto un’ appendice di  qualcosa di più grande, in cui ho preso degli elementi che provenivano da altre situazioni di cui mi stavo occupando e le ho inserite in questo lavoro. Poi non so se hai avuto modo di leggere qualcosa in giro…

In realtà no. Ho solamente ascoltato il disco.
Ti spiego brevemente. È nato tutto l’anno scorso: avevo già in testa tutto questo mondo, l’immaginario che poi è finito sul disco, ma prima ho preferito registrare un brano, con relativo video, per vedere se potesse suscitare interesse. Così, dal nulla, abbiamo lanciato un ep, intitolato “Vortice de Totip”, senza nessun battage promozionale, semplicemente con l’invito a venirci a trovare allo 03:33 Basement di Roma Est, che è il luogo dove stanno di base alcuni elementi dei Bobby Joe Long. E qui la gente è venuta, le canzoni sono state ascoltate parecchio. L’idea di base di cui parlavo prima è proprio questo 03:33, che raggruppa diversi elementi artistici, dalla musica alla pittura, alla video arte, ai cortometraggi… insomma, c’è tutto un mondo dietro e in futuro realizzeremo di sicuro diverse altre cose. In questo momento stiamo portando avanti il progetto di Bobby Joe Long perché è uscito bene e c’è stato un ottimo riscontro.

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Mi fai capire meglio di cosa si tratta?
Vedilo come un marchio. Un marchio da cui partono tutti i progetti artistici a cui prendiamo parte. Il primo dei quali è la pittura, che io vedo un po’ come arte primordiale, la prima che di solito si porta avanti. Poi viene tutto il resto, anche perché più vai avanti, più ti evolvi e più sperimenti nuove forme. C’è inoltre da dire che in questo disco ho avuto la possibilità di collaborare con gente capace, che mi ha permesso di sviluppare un progetto valido. Non è una cosa banale da dire, gli elementi di questa “oscura combo romana” sono bravi. Pensa che abbiamo registrato le tracce in pochissimo tempo, ci abbiamo messo non più di tre ore per ciascuna: io arrivavo con la struttura pronta, dicevo loro come dovevano suonare le varie parti, un’idea di arrangiamento e ci capivamo al volo: si iniziava a suonare, in tre ore la parte musicale era pronta e io ci aggiungevo la voce. E’ stata un’esperienza bellissima, è sempre bellissimo quando si riesce a creare qualcosa senza problemi…

Scusami, prima parlavi di pittura come il punto di partenza del progetto. Potresti spiegarmi meglio perché?
Io dipingo, per cui quando ho fondato il progetto sono partito da qui. La pittura è il punto di partenza perché è un’arte in cui ci sei tu e basta, è un qualcosa che crei da solo, non hai bisogno di nessun altro per portarla avanti. Per altri progetti invece devi sempre collaborare con altra gente: se devi fare un film ti servono dei mezzi, se devi fare un disco anche. E infatti questi elementi ulteriori li abbiamo raccolti per strada: sviluppando questo progetto, per forza di cose entri in contatto con gente che ha il tuo stesso background, ci si incontra, ci si osserva, con alcuni è scattata una sintonia e quindi abbiamo fatto il disco.

Voi venite da Roma, una città che ultimamente è al centro di una certa scena Indie, anche se non mi piace usare questo termine…
“Pop Mainstream” andrebbe meglio, forse (ride NDA)….

Sì, diciamo che ormai potrebbe anche starci! Ecco, dicevo, voi venite da Roma e oggi Roma vuol dire soprattutto I Cani, The Giornalisti, Calcutta (che non sono tutti di Roma ma più o meno), quella gente lì. Voi invece fate un genere che non c’entra assolutamente nulla…
Senza arroganza, perché qui nessuno sta dicendo chi è bravo e chi non è bravo, ognuno è libero di fare le sue cose: io ho un background musicale vasto, che va dalla Cold Wave più sconosciuta a cose molto più pop come gli Smiths o i Sisters Of Mercy, per dire. Il problema è che qui a Roma, ma anche in Italia in generale, gli artisti più o meno fanno sempre le stesse cose, quelle che io chiamo “Pop Mainstream”: alla fine è musica d’autore, magari un po’ più accelerata, ma non è che cambi poi molto. Quindi noi abbiamo innanzitutto deciso di adottare questo linguaggio, che è  ben preciso, e di sposarlo ad un discorso culturale di un certo tipo. Un posto come Roma Est, dove viviamo noi, non esiste, non esiste proprio! Non solo nel senso che è brutto, che è degradato, ma che proprio non c’è, non viene considerato! Allora noi, come Bobby Joe Long, abbiamo preso questo luogo e lo abbiamo messo sotto una sorta di lente deformante, distorcendolo e infarcendolo di elementi diversi, particolari, come possono essere i personaggi di Stephen King, ad esempio. E mi piace l’idea che una persona che ascolti il disco per la musica, colpito dalla musica, abbia poi la curiosità di guardarsi bene tutti i riferimenti e di capire chi sono tutte le persone che nominiamo nei testi. Sai, nessuno cresce con un precettore accanto, no? Per cui può essere bello che uno a cui mancano certi elementi, tipo Dostoevskij o Majakovskij, se li vada a cercare. Gli piace la canzone e vuole saperne di più, ed è importante perché la cultura funziona così, credo. Anche la musica è così: negli anni i vari gruppi hanno giocato con un sacco di simbologie, hanno interagito con tantissimi immaginari, anche diversi fra loro. È l’arte e l’arte funziona così, non ha paura di provocare o di essere fuori luogo, di utilizzare un certo simbolo all’interno di una canzone. perché sa benissimo che in quel momento sta facendo arte, non sta mandando un messaggio. Ecco, Bobby Joe Long si rifà esattamente a questo immaginario, al vero spirito Punk che c’è nella musica, nel senso di “Facciamo le cose perché ci piace farle, punto!”. Che è una cosa che al giorno d’oggi in Italia non fa nessuno, almeno per quanto riguarda gli artisti che io ho chiamato “Pop Mainstream”, perché poi se indaghi nell’underground, di gente che fa cose interessanti ne trovi. Purtroppo, però, il music business punta la lente su cose che sono commercialmente più spendibili, ma che dal punto di vista culturale non dicono nulla.

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A livello musicale, i riferimenti sono ben precisi, sono quelli che elencavi tu prima. Mi ha però colpito che i pezzi hanno tutti una struttura definita, ma sono anche molto eterogenei, molto variegati, nel senso che non hai mai l’impressione di ascoltare sempre la stessa traccia, che è un problema che a volte succede con certe produzioni di questo tipo…
Beh, sono contento che si senta perché questo era esattamente quello che volevo fare. In generale, questo è una specie di concept album, nel quale un protagonista, che è un po’ il mio alter ego, diventa pazzo. Una sorta di “American Psycho” ambientato a Roma Est, insomma (ride NDA)! Rispetto ad un concept album vero e proprio, qui non c’è una storia che si sviluppa dall’inizio alla fine, è più tutto nella testa del protagonista, è la descrizione del suo delirio. Ci sono però degli elementi comuni: ad esempio, in “Serialità”, lui ad un certo punto ammazza una donna (anche se non viene detto esplicitamente nella canzone) che poi ti ritrovi qualche canzone dopo. Hai presente quella che parla della troia morta sotto il materasso? Ecco, è la stessa donna. In generale però, più che una storia c’è questa idea del delirio, di una persona che piano piano impazzisce e quindi fa discorsi sconnessi, lancia delle provocazioni. Questo per presentarti il quadro generale. Quindi io, con tutto questo in testa, sono entrato in studio e dicevo agli altri: “Questo è il testo, qui ci sono i ritornelli”. Poi avevo la fortuna di avere dei musicisti bravi e quindi, pur non suonando niente, davo loro indicazioni di come doveva essere una parte di chitarra, decidevo la cadenza della batteria, loro mi venivano dietro, ma poi provavamo tutti insieme varie soluzioni e vedevamo quella che ci piaceva di più. E’ stato un lavoro dove siamo stati un po’ tutti produttori, se capisci cosa intendo. Il processo creativo ha fatto sì che i contributi arrivassero da più parti per cui, magari, una volta ero io che davo un’idea, un’altra volta era un altro e così, lavorando insieme, si sono formate tutte le tracce. A volte invece è successo che le cose uscissero esattamente come le avevo in mente. Prendi “Worship Siouxsie Sioux”: quella è venuta fuori esattamente come ce l’avevo in testa! E’ stata un’esperienza davvero entusiasmante, c’era una intensa creatività tra noi e davvero se avessimo avuto più tempo avremmo magari registrato anche sedici tracce o forse di più. Anzi, magari adesso è possibile che, siccome m’è presa bene, mi metta a scrivere un altro disco (ride NDA)!

Ascoltando il disco in effetti si capisce quel che vuoi dire: c’è dentro un sacco di roba, una ricchezza musicale davvero notevole…
L’idea di fondo era questa, te la dico anche se ti potrei sembrare un megalomane: quando fai un’opera d’arte, prendi per esempio un quadro, la gente ti deve capire. Poi ci sta il discorso per cui uno non apprezza, ma comunque alla base ci deve essere la comprensione di quello che hai davanti. Non è facile leggere un quadro, ci sono tanti elementi da considerare e che uno deve conoscere, ma non è facile neppure da dipingere, ci possono essere dei passaggi che sono stati complicati da eseguire per il pittore e questo ad un osservatore potrebbe anche non risultare. Nella musica è differente, invece. Le cose vengono fatte e stanno lì, rimangono, per cui in qualsiasi momento uno le può scoprire e può rimanerne colpito. C’è un’immediatezza maggiore, insomma. Con questo disco è capitato proprio così: la gente l’ha sentito ed è rimasta entusiasta. Persino Enrico Ghedi dei Timoria ha sentito per caso l’ep, gli è piaciuto, ci è venuto a trovare e ha registrato una traccia con noi, “Notte Fuori”, il pezzo conclusivo. La cosa splendida di questa collaborazione è che ho avuto la possibilità di conoscere una persona bellissima, umile, uno che non solo è un maestro a livello musicale, ma che non te lo fa pesare: si è rapportato con noi in maniera molto semplice ed è uno che ha i dischi d’oro a casa, per dire! E’ una cosa su cui bisognerebbe riflettere, considerando che ci sono musicisti che hanno venduto cinque copie del loro lavoro e solo per questo si sentono in diritto di essere arroganti e questo fa ridere, sinceramente. Quindi fare questo disco è stata un’esperienza davvero particolare, ho conosciuto Enrico Ghedi, Ondarock è andato talmente tanto in fissa che l’ha fatto disco del mese (che è una cosa enorme, se ci pensi! Vuol dire che per loro è stato il disco più bello uscito nel mese di aprile, non solo un bel disco!) e tutto questo senza aver fatto nessun tipo di promozione, senza averlo spinto in nessun modo. Abbiamo realizzato un numero limitato di copie, le abbiamo vendute e la gente che ci ha conosciuto le ha comprate e lo ha fatto con sentimento, lo capiamo dai commenti che hanno fatto, dalle cose che ci hanno scritto, si capisce che sono tutte parole sincere. La cosa ha stupito anche me, ti dirò, non pensavo che potesse essere recepito così. E’ stato proprio bello!

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Mi hai appena confermato ciò che penso da qualche tempo: le lamentele di quelli che dicono che oggi è difficile farsi notare perché esce troppa roba, alla fine suonano un po’ come una scusa. Se una cosa è bella, se un prodotto è valido, se ha i numeri per distinguersi dal resto, la gente lo capisce. Se uno è bravo arriva, c’è poco da fare…
Sono d’accordo. Prendiamo per esempio il cinema: un tempo c’era Fellini e tutti andavano a vedere Fellini, oggi invece cosa c’è? Il cinema italiano è morto, le cose che in questi anni hanno sbancato i botteghini sono orrende, non si può neppure fare il paragone! Ma allora cosa vuol dire, che la gente è diventata scema tutto d’un tratto? Io non penso. Semplicemente, non ci sono più certi meccanismi. Allora mi sono detto: “Proviamo, che cosa ho da perdere?”. Io non sono un musicista, non vivo di musica, quindi se il disco fosse andato male cosa mi sarebbe potuto succedere? Ho voluto fare un esperimento, ho voluto registrare un prodotto con una fisionomia ben definita e ho capito, dalla reazione, che in Italia c’è gente che ha ancora un background culturale. Negli ultimi vent’anni abbiamo avuto il nulla più totale, le persone hanno bisogno di qualcosa d’intelligente, che vada oltre la storia d’amore banale e le quattro cazzate sparate sul muretto sotto casa! Per questo Bobby Joe Long, che è un progetto culturale, ha riscosso così tanto successo. È per questo, per dire, che siamo così provocatori, che citiamo i serial killer. Mica ci viene in mente di avallare i serial killer! Ma è una questione di linguaggio: per capirci, quando canto una canzone come “C’ho una troia morta sotto il materasso”, uno che la ascolta potrebbe dire: “Cavolo, questa è una bella canzone!” perché musicalmente ha un certo tipo di contenuto. Certo, il ritornello è quello, a prescindere da tutto, il testo dice quella cosa lì. Per cui uno potrebbe anche pensare che visto che ci sono quelle parole, sia una canzone improponibile. Però, se riesci a bypassare quello e a fissarti sul brano in sé, allora riesci a godertelo. E una cosa del genere io sono sicuro che è possibile. Dopotutto in Inghilterra l’hanno sempre fatto: se vai a vedere i testi dei gruppi Post Punk, non è che si esprimessero in un linguaggio forbito! Oppure prendi Tarantino: mette certe scene, certe battute nei suoi film… eppure la gente li guarda e li apprezza! Poi, però, se una cosa del genere la facesse un italiano, salterebbe su tutto il gotha dell’intellighenzia a dire che quello non si può fare, che è esagerato, ecc. È che spesso ci si scandalizza eccessivamente, tutto qui.

Hai scelto di inserire il parlato nelle tue canzoni, una cosa che, fatta in Italia, immediatamente ti fa accostare a gente come Massimo Volume e Offlaga Disco Pax. Però immagino sia solo una questione formale perché musicalmente voi vi muovete da tutt’altra parte…
E’ una scelta che dipende innanzitutto dal fatto che io ho una voce Punk, ma nel senso che non mi piace proprio cantare. Mi piace sentirlo, il canto, ma non mi piace mettermi a farlo. Non è che non ne sia capace, ma è una cosa che proprio non mi piace.  Quindi, siccome è così, poi non mi ci applico, quindi anche se avessi dei margini di miglioramento non riuscirei a raggiungerli. E poi c’è la declamazione, il delirio. E’ un disco che racconta il delirio e tu questo non lo puoi cantare perché il delirio va declamato. Le nostre canzoni sono così, se anche tu le dessi in mano a gente come Morrissey o Nick Cave, che sono dei fenomeni, non funzionerebbero. Alcune cose devono suonare in una certa maniera, devono essere “dette”. Poi c’è il discorso della metrica: io scrivo i testi in maniera tale che sembra che suonino, non è un parlato tradizionale, è un modo di scandire le parole che funziona perfettamente dentro la musica. Non poteva che essere così, quindi. Volendo, ci sarebbero state delle persone che avrebbero potuto dare un contributo canoro,ma non mi interessava. Anche uno come Ferretti, del resto, faceva così: non si può mica dire che le sue canzoni siano cantate! E anche le sue canzoni funzionavano bene così: se tu avessi messo Battisti, per modo di dire, a cantarle, avrebbe fatto schifo! Purtroppo poi le persone pensano che la canzone debba avere una certa forma, che debba essere cantata… ma non è vero! Anche perché, se fosse stato così, non avremmo avuto il Punk, il Post Punk, e tutti quei movimenti strani, fighi che si sono creati in quegli anni! E poi c’è anche un fattore non indifferente: il romano è perfetto da questo punto di vista. C’è molto campanilismo in Italia, so che molti lo considerano un italiano sporco, ma in realtà è perfetto per quello che vogliamo fare, gli dà proprio il colore giusto e poi è una lingua che piace, in generale. Non lo so, sarà stato il cinema, però mi rendo conto che la gente lo recepisce bene, tanto che penso che se i testi fossero stati “declamati” in fiorentino o in veneto, non sarebbe stata la stessa cosa…

Quindi stai dicendo che la New Wave e il romano hanno realizzato una perfetta fusione d’intenti, giusto?
È anche un discorso concettuale. Il disco si chiama “Roma Est”, noi viviamo a Roma Est per cui c’è un certo legame. Però poi, se ascolti bene, ti rendi conto che i testi sono in italiano, c’è tutta una certa ricerca di linguaggio, ci sono parole come “sapientemente” che non è che uno le usa sempre! Però tutto questo è sporcato col romano. Ero convinto che funzionasse, insomma e infatti a quanto pare ha funzionato: ho in mente tanta gente che l’ha comprato e che non è di Roma.

Beh anch’io in effetti l’ho apprezzato moltissimo e non sono di Roma!
Ma poi Roma è una città raccontata malissimo e Roma Est è il nulla cosmico, proprio! E’ una landa sperduta, desolata…

Scusami, ho bisogno di una delucidazione topografica: dove rimane esattamente, Roma Est?
Di per sé anche il Pigneto è Roma Est, ma lì siamo proprio all’inizio, dalle parti di Porta Maggiore, è ancora centro storico, quello. E’ grande, è sperduta, è come se fosse un grande nulla, non ti saprei dire esattamente fin dove arriva. Diciamo che se ti porto a Roma e ti faccio fare tutta la… (qui non ho capito, credo fosse una cosa che ha che fare con l’arco di Travertino ma non ci giurerei NDA) fino alla fine… ecco, lì saremmo a Roma Est. Parliamo di un’area di 15-20 km, è il nulla! Un po’ come ne “Il grande Lebowski”, se hai presente, sembra la periferia di Los Angeles! E’ un quartiere dormitorio dove respiri il delitto, proprio. Io sono qua e penso: “Può succedere di tutto!”. C’è un piattume, un degrado ma silente, che quasi non lo vedi. Non una cosa esplicitamente pericolosa come Detroit, ma comunque senti che nell’aria c’è un che di nocivo, di alienante, che ha a che fare con la spersonalizzazione. E’ un luogo che mi porto dentro e credo che nei miei testi si veda bene. Altre parti di Roma non sono così, te lo dico per esperienza. E’ una città grande e le periferie non sono belle da nessuna parte, però quella zona è diversa, davvero.

Hai quindi trovato il modo di fondere nei tuoi testi il luogo dove vivi con tutto quell’immaginario horror noir, letterario, reale e cinematografico che ami molto…
Sì, è proprio un immaginario preciso, che viene secondo me valorizzato anche dal suono che siamo riusciti a dare all’album. È un suono vintage, ma ha anche una sua personalità, ed è una cosa di cui vado veramente fiero. Può piacere o non piacere, ma non si può dire che suoni male, insomma. Quindi sì, ho voluto proprio creare  qualcosa che avesse dei contenuti e che fosse scritto in una certa maniera. Qualcosa che potesse suonare attuale sempre, che se anche lo ascoltassi tra quindici anni lo riusciresti ad apprezzare lo stesso, perché privo di quella patina di nostalgia che te lo rende antiquato. E che raccontasse in maniera delirante, che facesse capire che c’è una realtà che… perché tu, quando avrai sentito il disco ti sarai chiesto: “Ma che cazzo succede a Roma Est?” (ride NDA)! Ecco! E’ esattamente quello! Far capire che c’è questo tipo di realtà, che c’è gente che combina certe cose sottotraccia, una realtà che il cinema non ti racconta ma anche che, in positivo, contiene dei talenti nascosti.

Del tipo?
Ti faccio solo un esempio. Il chitarrista che ha suonato nel disco è veramente un fenomeno. Faccio uno strappo alla regola e ti dico il suo nome: si chiama Angelo. Questo lo puoi scrivere (ride NDA)! Ecco, lui è davvero bravo, è uno che potrebbe andare in giro per il mondo a fare il turnista con i migliori artisti in circolazione, però ha quarant’anni ed è sconosciuto! Ci sta proprio un mondo, insomma in Italia che, secondo me , è il terzo mondo d’Europa culturalmente parlando, se ne accorgono proprio in pochi. Siamo messi male perché non diamo lustro ad un sacco di gente che fa musica, che è bravissima e sta nascosta nei bassifondi. Quindi ho deciso di fare questo disco un po’ come un riscatto generale: “Buttiamo questa cosa nella mischia e cerchiamo di divertirci!”.

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Il Post Punk, la New Wave, questo tipo di sonorità, sono probabilmente quelle che maggiormente vengono prese a modello dalle giovani band che si sono affacciate negli ultimi anni sulla scena. In Italia questo accade meno, però abbiamo anche noi le nostre belle realtà che pescano da quella tradizione (penso ai Soviet Soviet tra i nomi in qualche modo già affermati, ma ultimamente sono usciti act interessanti come HiddenHind o Yellow Traffic Light). Come ti spieghi questa cosa? Come è possibile che un movimento che ha avuto sostanzialmente la natura di avanguardia, abbia potuto sedimentarsi al punto da ispirare così tante nuove band?
Guarda, secondo me la spiegazione è semplice: gli anni ’90 hanno portato ad un rifiuto totale di quelli ’80, come se fossero un qualcosa di cui bisognasse vergognarsi profondamente. Il Grunge e quelle cose lì schifavano il decennio precedente in una maniera assurda, se ti ricordi. Contemporaneamente era passata l’idea che gli anni ’70 fossero il non plus ultra della musica, ma è evidente che anche questa era una visione distorta. In realtà gli anni ’80 sono stati di una ricchezza unica: c’erano un sacco di band che lavoravano, si influenzavano a vicenda, tiravano fuori un sacco di idee. Parlo dell’Inghilterra, per lo meno perché noi in Italia eravamo ancora in fissa col Prog (ride NDA)! Oh, io lo odio il Prog, lo odio proprio in maniera viscerale, non posso farci niente, per me è proprio la rovina della musica! In Inghilterra, dicevo, quegli anni sono stati proprio una fucina di idee, di situazioni differenti… ma anche a Berlino, eh! È stato un decennio dove c’erano veramente tantissime cose e la qualità era altissima a tutti i livelli. Per dire, i Duran Duran facevano pop, erano per così dire commerciali, ma avevano certi pezzi che a sentirli adesso, capisci che c’è un abisso con i gruppi che oggi vendono milioni di copie. Quindi gli anni ’90, col loro rifiuto, hanno portato alla sottovalutazione di un periodo che invece è stato ricchissimo a livello creativo. Per cui io penso semplicemente che un ragazzo che oggi inizia a fare musica e vuole farla davvero, creando, non possa non guardare agli anni ’80 come ad un periodo assolutamente irripetibile. Anche gli anni ’70, comunque: ecco, i ’70 secondo me hanno svolto un ruolo preparatorio nei confronti degli ’80.  Penso soprattutto al 1977, con l’inizio del Punk. Il Punk è stato ispirazione per tutto quello che venuto dopo, il decennio 1977-87 è stata un’autentica rivoluzione nella storia della musica. Come il Futurismo nell’arte, insomma. Hai presente John Foxx, quello degli Ultravox? Ecco, quando leggi le sue interviste, lui spesso parla proprio del Futurismo. Marinetti e quella gente lì hanno liberato l’arte in un modo che nella musica non era stato mai fatto, prima d’allora! Perché non sono stati i Beatles a liberare la musica, ma è stato il Punk a farlo, l’elettronica! E’ quella la vera rivoluzione, è il Futurismo musicale, ecco.

Quindi tu non sei d’accordo con la lettura secondo cui il Punk sarebbe stato semplicemente un Rock accellerato, in qualche modo ancora una musica tradizionale, mentre solo il Post Punk avrebbe operato la rottura col passato?
No, per niente, per me va messo tutto assieme. E’ tutto collegato, il Post Punk senza il Punk non ci sarebbe stato. I Joy Division si sono formati dopo un concerto dei Sex Pistols, per dire! Noi tendiamo a classificare, a dividere per generi, ad andare in ordine cronologico, per cui diciamo che il Post Punk si chiama così perché viene dopo il Punk , ma non è vero, non sono due cose diverse. Senza i Sex Pistols non ci sarebbero stati i Joy Division, ma proprio a livello sonoro, non solo biografico! È l’idea per cui la musica la puoi fare in modo cavernoso, per così dire, canti in maniera differente… quello è il Punk! O la New Wave, che ha basi Punk e inserti elettronici: ha dentro tutto, è una fusione generale di tutto quello che girava da fine anni ’70 in avanti. Prendi uno come Billy Idol, ad esempio: anche lui è uno che ha tirato dentro un sacco di elementi diversi, anche se poi alla fine ha fatto tutto in chiave Pop Rock… mi è venuto in mente perché ho un disco sotto mano adesso, mentre sto parlando con te (ride NDA)… comunque, dicevo, noi classifichiamo,  ma nella musica non si dovrebbe mai farlo. Un altro esempio interessante è quello di Johnny Rotten: tutti hanno in mente che lui è  il cantante dei Sex Pistols, per cui il suo percorso coi PIL viene sempre sottovalutato, però nell’arco di quattro, cinque anni che cosa ha fatto, in termini di sperimentazione ed esplorazione dei linguaggi? Ha vissuto il Punk, ha visto come è finito, ha preso quello che ha fatto finire il Punk e l’ha fatto suo, si è spostato completamente! In questo senso, dico, si deve parlare di Futurismo, si deve parlare di rivoluzione.

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Tornando ai testi, me l’avevi detto all’inizio, ma vorrei che lo approfondissi. Il vostro progetto ha sicuramente un’identità molto forte ed è facile farsi colpire al primo ascolto perché è innegabile che testi e musiche, come dicevamo prima, abbiano un impatto vincente. Resta però che i testi che scrivi non sono semplici e che per capirli occorre fermarsi e leggerli con attenzione, farci un lavoro sopra. Quello che volevo chiederti è: non hai paura che la maggior parte della gente dica: “Fighi questi! Fanno New Wave col parlato in romano!” però poi si fermi qui? Non hai paura, in sintesi, di passare un po’ come fenomeno di costume?
No, non ho paura proprio perché, come ti ho detto prima, confido nel fatto che là fuori ci sia gente mediamente intelligente, che abbia voglia di confrontarsi col mio disco in maniera seria. Se uno rimane in superficie, allora non mi interessa, sono fatti suoi! Come ti ho detto, io penso che questo lavoro abbia delle qualità e che queste possano essere riconosciute. Poi è ovvio, se uno vuole criticare dicendo: “Canta male, è stonato, non c’è tutta sta grande musica.”, allora si vada a sentire Charlie Parker (ride NDA)! E’ la stessa cosa di dire: “Tolstoj è bravo, tutti gli scrittori romani di adesso non valgono nulla!”. Vabbeh, grazie tante! Se si ragiona così è chiaro, andiamo a casa tutti! Confido nelle persone, confido che chi si approccia a questo prodotto, lo ascolti e si faccia coinvolgere. Del resto ci vuole anche un po’ di tempo, sulle cose bisogna ritornarci…

Senti, invece tutti questi serial killer? Anche di questo hai parlato un po’ all’inizio, ma te lo richiedo: cosa c’è di così affascinante in questo argomento?
Beh, io leggo tanto e ho letto anche tanti libri su di loro, diciamo che li ho indagati parecchio. Penso che si tratti delle più grandi figure di outsider che esistano. A parte uno come Ted Bundy, un’eccezione perché era bello, affascinante, avrebbe potuto anche diventare governatore, per dire. Lui è diverso, infatti è più facile vederlo come l’incarnazione del male assoluto. Però tutti gli altri sono dei vessati (senza giustificarli, eh!) nel senso che non hanno niente di appariscente, sono assolutamente insignificanti, però poi hanno espresso tutto quell’ orrore. Oggettivamente, il serial killer rappresenta l’abisso dell’umanità, qualcosa di cupo, di disperato. Normalmente nel male c’è un certo fascino, qui proprio per nulla. Anche uno come Richard Cottingham, che pure aveva un bel lavoro (era un tecnico informatico), aveva una famiglia… era un personaggio comune, capisci? Ecco, penso sia questo: sono personaggi comuni. Talmente comuni che poi, a leggere certi libri, ci trovi pure degli episodi che fanno ridere. Come “Quei bravi ragazzi” di Scorsese: è un film drammatico però fa anche ridere, è una commedia da un certo punto di vista.Per cui li ho scelti proprio per questo: sono personaggi comuni. La gente pensa che quello è il male e che quindi debba essere strano, terribile che debba far paura. Invece no, sono persone banali che comunque hanno fatto cose tremende. Ecco, poi però bisogna stare attenti perché in Italia la gente è superficiale. Può sembrare, nei miei pezzi, che ci sia una sorta di approvazione implicita nei confronti di certi personaggi. Se io canto: “Se fossi un Ted Bundy avrei un maggiolino color bronzo” la gente può pensare: “Ma cosa sta dicendo questo? Sta dicendo che vuole essere Ted Bundy?”. Ma in realtà il pubblico va svezzato, non si può sempre uscire con immagini edulcorate, con dichiarazioni sempre ben ponderate. Il pubblico va sconvolto! Bisogna sconvolgere la gente! I film horror non servivano forse a questo? Uno come Fulci per cosa li faceva, i film? Se devo mandare un messaggio, lo mando pesante!

Che poi la riprova è che quando esce qualcosa di estremo, di violento, ma fatto bene, di qualità, con una sua dignità artistica (prima citavi Tarantino), poi la gente lo va a vedere, lo apprezza…
Ma certo! Perché la gente mica è stupida! Il problema è che forse vive passivamente la cultura, però poi quando le dai un bel film da vedere, lo vede volentieri. Adesso, ad esempio è uscito “Lo chiamavano Jeeg Robot” che nel campo del cinema italiano, con tutto il vuoto che c’è stato negli ultimi quindici anni, è davvero un bel film…

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Non l’ho ancora visto.
Guarda, Luca Marinelli secondo me è un attore bravissimo, uno che potrebbe tranquillamente recitare coi più grandi, con Di Caprio, con Tarantino, con Christoph Waltz… scusa un attimo solo (si assenta per un istante NDA). Scusami eh, ma dovevo sistemare una cosa. Siamo a Roma Est, stiamo continuamente a sistemare cose (ride NDA)…

Una curiosità, ma non credo sia poco importante: perché tra tutti gli pseudonimi che potevi prendere, hai scelto proprio Henry Bowers?
Questa è una cosa importante, in effetti. Ti piace Stephen King?

Sì, moltissimo.
Ecco, allora mi potrai capire. A me lui piace tantissimo come scrittore, perché crea dei mondi fantastici, ti fa entrare dentro le storie, scrive benissimo. Però ha questa visione molto manichea, per cui o è bianco o è nero, o sei buono o sei cattivo. Non so se l’hai notato, ma in tantissimi dei suoi romanzi c’è la classica figura del bullo, di quello che ha sbagliato tanto, anche perché magari ha avuto un’infanzia difficile e poi è diventato un teppista. Ci sono molti personaggi così nelle sue storie, personaggi un po’ coatti, no? Ecco, per lui questi sono dei cattivi, li tratta malissimo, li fa sempre morire nel peggior modo possibile. Henry Bowers, appunto: prima gli dà una sorta di alibi, per così dire, nel senso che lo mette in una situazione famigliare brutta. Però poi lo tratteggia come una persona terribile, gli fa fare le peggio cose, lo umilia in un certo senso, e alla fine lo fa morire male! E a me questa cosa stonava un po’, per cui prendere il nome di Henry Bowers è stata una sorta di riscatto, un modo per dire: a Roma Est siamo tutti Henry Bowers. Come una linguaccia fatta a Stephen King, quindi, che amo tantissimo come scrittore,ma di cui non condivido per nulla la visione morale.

Che poi tra l’altro, la cosa paradossale è che, mentre è così moralista sulle questioni etiche, poi ha una visione della vita tremenda, cinica, non ti lascia mai un minimo di speranza…
Sì, infatti secondo me lui è vittima di questo clima puritano, che è tipico di certe zone degli Stati Uniti, per cui devi sempre fare le cose bene, devi essere bravo, non puoi sbagliare. Mi piace tantissimo perché sa narrare bellissime storie di evasione in modo davvero superbo, ma sul resto non ci siamo. Invece un libro come “Riding the Bullet” mi aveva sorpreso perché lì, per una volta, fa una cosa che non aveva mai fatto: il personaggio principale, se ti ricordi, era stato messo in una situazione tale per cui doveva scegliere se fare morire lui stesso o la madre e alla fine lui aveva scelto di salvarsi e di uccidere la madre! Ecco, lì mi aveva sorpreso, non me l’aspettavo. Però davvero, non si può! Se tu leggi “IT”, che è il suo capolavoro per me, rimani colpito dal fatto che i buoni sono tutti degli sfigati, delle vittime, che alla fine però salvano il mondo. A Henry Bowers invece, che dipinge come un figo, per certi versi, poi fa scontare tutti i peccati dell’Occidente (ride NDA)! E allora è questo, Henry Bowers è proprio l’alter ego di Roma Est! Siamo tutti Henry Bowers!

Per concludere, mi pare che all’inizio dell’intervista avessi accennato a dei live… c’è qualcosa in ballo?
Guarda, appena finiamo di parlare prendo e vado in sala prove! Il progetto ci è piaciuto molto per cui sì, stiamo lavorando per portarlo dal vivo al più presto. Ci sono delle persone brave che ci hanno avvicinato, che si sono offerte per completare la formazione in vista di eventuali concerti. In studio abbiamo suonato in tre, adesso siamo in cinque. L’entusiasmo c’è per cui vediamo che succede!

C’è già qualcosa di programmato?
Non ancora. Anche perché sarà un lavoro lungo: voglio che dal vivo il disco suoni bene. Non per forza di cose uguale alla versione in studio, ma comunque neanche troppo raffazzonato, troppo grezzo,  non voglio fare un disco Punk. Ci stiamo lavorando, abbiamo enormi margini di miglioramento, ma l’entusiasmo è tanto!

Bryan Ferry

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Un pensiero riguardo “Bobby Joe Long’s Friendship’s Party: A Roma Est siamo tutti Henry Bowers

    […] la voce narrante, nonché l’ideatore dell’intero progetto) che lo scorso anno avevo fatto una interessantissima chiacchierata, che mi aveva aiutato a comprendere meglio questa band e ad entrare un po’ di più nel loro […]

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