Bon.Not – Tre (Autoprodotto, 2016)

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Articolo di Giovanni Carfì

Nascono all’inizio del 2000, sono laziali e composti da due elementi, Riccardo e Domenico; chi fa cosa e perché, non è ben chiaro. Tra influenze elettroniche e voglia di imbracciare gli strumenti, decidono di perseguire un impegno che va al di là della sola musica. Il nome trae origine da Jules Bonnot, anarchico francese, di cui ammirano schiettezza e lucidità, ma mettono in mezzo un punto per non rubare troppo dalla sua storia.
Tutta la musica che fanno è sotto “Creative Commons”, per poterla rendere il più possibile fruibile e condivisibile. Inoltre hanno dato vita anche ad un collettivo dove teatro, musica, e altre arti si fondono insieme.

Divisi e attratti dalle sonorità sperimentali di molti gruppi italiani, ossessionati da suoni elettronici più oscuri e altri più minimali, si prefissano solo due costanti: non perseguire regole e usare un cantato in italiano per potersi esprimere al meglio, cercando un equilibrio tra animo cantautorale, elettronica e la possibilità di suonare chitarra e basso, creando un suono originale. Alla band, si aggiungono negli ultimi anni: Andrea, al quale le pelli vengono sostituite dal digitale, e Antonio che è pianista, consigliere all’occorrenza e ufficialmente fonico.
Nasce così “TRE”, album nel quale traspare una ricerca sonora fatta di furti, campionamenti di tutto ciò che li ha ispirati e una miscela di questi con il giusto groove strumentale a cui aggiungere il resto. Sonorità che conservano una certa malinconia, ma di quella da fine serata, con chitarre, e suoni elettronici intermittenti come un neon rotto, intorno al quale si trovano tanti piccoli insetti.
Questa è la sensazione che si ha fin dalla prima traccia “Cosa rimane”. Un sottopasso o una galleria, un sapore acre e chilometri da fare contro il vento, apparentemente senza direzione. Una sorta di fuga, con chitarre che aggiungono determinazione e ritmo nel procedere. L’elettronica ben presente è perfettamente adesa e fusa con gli altri strumenti. La corsa prosegue con il brano successivo, ma questa volta è “La preda” che corre, o forse si nasconde. Suoni meno claustrofobici e qualche apertura, grazie al pianoforte che, mentre la voce si perde nell’impasto sonoro, rimane isolato ed esposto sul finire del brano.

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C’è linearità tra le varie tracce, in una successione quasi naturale, i suoni che chiudono un brano ne aprono uno nuovo. Non a caso ritroviamo il pianoforte; cristallino e in contrasto con una base che ruba una cassa molto cupa, che detta il ritmo senza essere dominante. Le voci si sovrappongono creando un intreccio sonoro molto bello, dove in modo automatico nasce un ritornello loop, che gira intorno alla fonetica alterata di “Ruberemo”, titolo della traccia. Uno dei brani che resta più impresso, grazie anche ad una struttura meno lineare.
Ci imbattiamo poi nell’unica “ballad” del disco: “Fino in fondo”. Mantiene i suoni elettronici della batteria, sui quali arpeggi di chitarra e pianoforte, creano un’atmosfera più romantica, o forse più malinconica. Spezza il disco, o comunque dà un po’ di respiro al tutto.
Ripartiamo con “Primavera”, dove c’è qualcosa in levare che trae in inganno. Una specie di “reggae”, ma sapientemente camuffato. Belli i giochi vocali, la linea di basso tiene incollati fino alla fine, con il pianoforte che ci segue dall’alto.
Ciò che accomuna di sicuro tutti i brani, è una sensazione definita “crepuscolare” dagli stessi autori, che ben descrive il suono voluto dalla band. Si sente l’influenza degli anni ‘90, forse più che degli anni ’00. Il connubio fra gli strumenti più tradizionali e quelli elettronici è più evidente in alcune tracce rispetto ad altre, ma il tipo di sonorità è uniforme per tutto il lavoro.
Gli ultimi due brani che chiudono il disco sembrano incentrati maggiormente sull’elettronica. Ne “L’impiccato”, viene fatto un lavoro più minimale e calibrato, con meno elementi sonori, lasciando più spazio alle liriche, incalzate da tappeti e doppie voci. I testi non distano molto dalle sonorità, gli uni sono la giusta conseguenza delle altre. Invece, nell’ultimo capitolo dal titolo “La mia voglia di viole”, i suoni si fanno più invasivi e presenti, tornano gli insetti e flash luminosi altalenanti. Potremmo essere in una stanza chiusa illuminata da un televisore, o allo stesso tempo sotto un albero dai rami molto fitti. L’effetto è straniante, ipnotico, come un flusso di coscienza interiore che offusca la mente.
Contrariamente alle sensazioni oscure, che possono nascere dall’ascolto di questo lavoro, i Bon.Not riescono nel loro intento di fondere sonorità un po’ meno recenti con un’elettronica più contemporanea, riuscendo a creare immagini sonore che ben si sposano con i testi.
Sul loro sito, una frase reca “Musica soffice da battaglia”, ma viene rettificato parlando di questo, come un lavoro più crudo. Probabilmente il prendere spunto da ciò che vediamo ogni giorno, cercare di tradurlo in musica, non può sempre attenersi ad una definizione data precedentemente.

Tracklist:
01. Cosa rimane
02. La preda
03. Ruberemo
04. Fino in fondo
05. Primavera
06. L’impiccato

 

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Un pensiero riguardo “Bon.Not – Tre (Autoprodotto, 2016)

    Recensione TRE offtopicmagazine.net – BON.NOT ha detto:
    13 luglio 2016 alle 11:52

    […] Bon.Not – Tre (Autoprodotto, 2016) […]

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