Voci dal Pending Lips: intervista ai Seveso Casino Palace

Postato il Aggiornato il

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Intervista di Luca Franceschini

Tra le band più interessanti scoperte a questa edizione del Pending Lips, ci sono sicuramente i Seveso Casino Palace. Hanno un nome strano e apparentemente senza senso (ero partito con l’idea di chiederglielo subito, che cosa significasse, ma poi ho rischiato di dimenticarmene ed è venuto fuori solo alla fine). Sono giovanissimi (le due componenti femminili frequentano ancora le scuole superiori, gli altri sono in università), ma hanno un affiatamento che non diresti, personalità spiccata e soprattutto, scrivono canzoni energiche e dalla grande carica melodica.

Una band vecchio stile, che pesta sulla batteria, mette le chitarre in primo piano e miscela influenze che vanno dall’Hair Rock degli anni ’80 al Pop, al lato più Mainstream del sound di Seattle. Li ho visti nelle loro due esibizioni al Maglio (sono arrivati fino alle semifinali) e mi hanno coinvolto ed emozionato sin dalla prima nota. Così ho voluto conoscerli, per capire meglio chi sono e come è iniziata questa loro avventura. Questo è il resoconto di una lunga chiacchierata (che in realtà è durata molto di più di quello che si può leggere qui) che ha toccato diversi argomenti e che in qualche modo cerca di gettare luce su ciò che questi ragazzi hanno di così particolare…

Direi che la cosa più interessante che ho notato di voi è che, oltre a stare parecchio bene sul palco, avete dei bei pezzi, che hanno tiro e personalità. Mi piacerebbe capire da dove nasce questa vostra passione per la musica e come avete iniziato a suonare insieme…
Silvia Ansaldi: Ho sempre ascoltato musica sin da piccola, grazie soprattutto a mia madre. In casa mia ce n’è sempre stata molta e da subito i miei gusti si sono differenziati parecchio rispetto alle altre ragazze della mia età. Ho iniziato presto anche a studiare canto e mi è piaciuto tanto. La musica mi ha sempre aiutata nei momenti difficili  a superare certi crolli emotivi, è una compagna che ti porti costantemente accanto e che è per forza di cose fa parte della tua vita. Poi cresci, ci sono vari step, varie difficoltà, passi di esperienza che fai. A scuola di canto ho cambiato insegnanti, ho scoperto diverse cose, ho dovuto superare alcune prove, come ad esempio i noduli alle corde vocali. Questo mi ha aiutata a capire che cantare è parecchio diverso dal suonare uno strumento, è una cosa più profonda, più particolare, devi stare anche riguardata prima dei concerti, non puoi parlare troppo, ecc. Insomma è parte di me la musica e spero che un giorno questo possa diventare il mio lavoro! oggettivamente difficile capire che cosa stiamo facendo ora a livello di generi. Ci siamo conosciuti esattamente due anni fa e siamo partiti da questo grande amore per il folk americano e per quello contemporaneo, oltre che dalla devozione per i mostri sacri del passato. Proseguendo, abbiamo incorporato anche alcuni elementi pop. Riflettendoci, credo che, adesso come adesso, io sia quello che porta più melodia nelle nostre composizioni, mentre Filippo ha più a che vedere con la malinconia. Però in generale la nostra musica oggi vive di una commistione molto particolare.

Gianluca Vergani: ho iniziato grazie a mio padre, che mi ha fatto scoprire diverse band, però la vera folgorazione è avvenuta quando ho preso in mano la mia prima chitarra. Da allora, la musica per me è stata vissuta attraverso il rapporto con lo strumento, con cui ho da subito sviluppato una simbiosi molto forte, tanto che ancora oggi, quando rompo una corda dal vivo, ci rimango male (ride NDA)! Mi piace molto il fatto che la musica possa unire le persone attraverso delle note, una semplice melodia. E col tempo, anche grazie a loro, l’ho capita molto di più: prima ascoltavo solo determinate cose, principalmente rock, adesso ho ampliato molto le mie influenze, grazie alle esperienze condivise, al fatto che mi hanno proposto nuovi artisti. Trovo che sia una cosa molto bella non fossilizzarsi solo su un gruppo o su un genere, ma sapere riconoscere la dignità e il valore di proposte diverse, anche quelle che magari a gusti non piacciono. È difficile andare d’accordo con cinque persone, però è anche un’esperienza bellissima perché la soddisfazione che hai quando suoni assieme ad altri una canzone scritta da te, non ha veramente eguali. Sono momenti in cui ti rendi conto davvero di che cos’è il potere della musica.

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Salvatore Falzone: mia mamma suonava il piano da piccola, poi ha continuato, per cui io ho imparato a suonare il piano da lei. A dieci anni mi hanno regalato la  prima chitarra e ho iniziato a prendere lezioni. Alle medie ho avuto la mia prima band e da allora ho solo questo in testa: musica, band, band, musica… lo sport, per dire, non mi ha mai interessato! Ho suonato anche altri strumenti, come ad esempio la batteria, e a sedici anni ho preso in mano il basso. Quindi direi che la mia passione per la musica non è nata, ma mi è stata donata. Poi ho incontrato loro: questa è la prima band con cui faccio inediti e non mi sono mai trovato così bene!

Fabiana Lauro: anche per me la cosa è nata in famiglia. Mio padre suonava e ha sempre ascoltato molta roba. A casa mia c’è sempre stata musica, di tutti i generi, pensa che pochi giorni fa ho trovato un video di me a un anno e mezzo che ballavo “Sledgehammer” di Peter Gabriel! E anche alla sera, con la mia famiglia, c’erano momenti  in cui mio padre si metteva al piano e noi cantavamo, liberamente. Poi, a scuola, ho iniziato a suonare il pianoforte, come metà della mia classe. Alle medie le cose si sono complicate, il mio rapporto con lo strumento è diventato difficile, non mi piaceva più come prima. Alle superiori mi sono iscritta ad un’accademia musicale di Milano, ma ho deciso di suonare il flauto traverso. Avevo un’insegnante bravissima e col passare del tempo ho recuperato anche il mio rapporto con il piano, riprendendo a suonarlo. Qualche anno dopo anche mio fratello è entrato nella stessa scuola e abbiamo iniziato a suonare insieme. A quel punto il mio rapporto col piano era ripreso e in seguito ho anche iniziato a studiare canto. Con loro sto benissimo, siamo soprattutto un gruppo di amici, passiamo tanto tempo insieme, possiamo dire che la musica è una base di unità per tutti. Poi, frequentando il liceo artistico, è anche forse più facile trovare gente che ascolta musica, ci sono numerosi eventi che vengono organizzati che hanno protagoniste band locali… c’è sicuramente un ambiente culturale molto stimolante. Direi comunque che la musica, al momento, è l’unica cosa della mia vita di cui non potrei mai fare a meno!

Alessandro D’Amico: è una domanda difficile, sono contento che mi abbiano lasciato per ultimo (ride NDA)! Potrei dire che ho sempre ascoltato tantissima musica, sin dalle elementari, grazie alla mia insegnante, che quell’anno aveva deciso di farci suonare il pianoforte. Mi aveva preso tantissimo, al punto che tornavo a casa e mi tiravo giù le canzoni, ricordo che avevo imparato a suonare l’assolo di “Sweet Home Alabama” col piano! Poi alle medie ho suonato il flauto e la cosa assurda è che mi gasava anche quello (ride NDA)! Suonavo canzoni come “Accendi un diavolo in me” di Zucchero o cose di Morricone… niente di clamoroso, eppure mi gasava tantissimo! Proprio alle medie ho iniziato a suonare nella mia prima band. Da lì poi ho vissuto un’esperienza forte di ascoltatore, dal rock al metal, ultimamente anche l’hip pop. La scelta della batteria è avvenuta in modo piuttosto naturale, perché ho sempre avuto un forte senso del ritmo e ogni volta che sentivo una canzone mi veniva spontaneo battere il tempo. Poi, tre anni fa, per una serie di eventi concatenati e casuali, ho incontrato tutti loro in momenti diversi, per cui entrare nella band è stata una sorta di chiusura del cerchio, un passaggio obbligato!

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In effetti ho notato che tra di voi c’è un grossissimo affiatamento.
Fabiana: Siamo sicuramente più un gruppo di amici che una band musicale. Come dicevamo prima, passiamo tantissimo tempo insieme, ci sentiamo sempre…
Salvatore: Il nostro gruppo di WhatsApp è diventato ingestibile in effetti…
Fabiana: A proposito, ragazzi, avete capito perché l’altro giorno ho scritto “Sogno Calamari Piccanti” (stesso acronimo di Seveso Casino Place NDA)? Ho fatto una lista gigante di nomi così! (Risate NDA)

Ecco, facciamo che del nome del gruppo vi chiedo dopo, perché intuisco che la situazione potrebbe sfuggire di mano… vi faccio una domanda un po’ più seria: come nasce un vostro pezzo? E cosa deve succedere perché ciò che scrivete diventi a tutti gli effetti una canzone dei Seveso Casino Place?
Salvatore: Ogni canzone nasce dal pensiero di uno di noi, che magari parte dalla musica, anche solo da una strofa o da un riff, oppure dal testo. Poi si porta l’idea in sala prove e ci si lavora tutti insieme. Diciamo che abbiamo iniziato a scrivere canzoni quasi per forza, perché avevamo bisogno di inediti per partecipare ad Emergenza Rock. Poi le occasioni possono essere varie: ad esempio una volta ho pensato: “Come scriverebbe una canzone Silvia, se fosse nel mio corpo?” (Risate NDA) E così è nato il pezzo!
Alessandro: lavoriamo molto a pelle. Uno arriva con un abbozzo di idea, la si fa sentire a Silvia e le si chiede di cantarci sopra per capire se può uscire qualcosa di interessante…
Silvia: Io col tempo ho perso l’abitudine a suonare uno strumento per cui è molto difficile per me pensare a una canzone, ricrearne la struttura.
Fabiana: Ci mettiamo sempre un po’ a scrivere un pezzo, ad avere qualcosa che funzioni bene. Poi tendiamo a dare molta importanza ai testi, scriviamo tutti e mettiamo dentro le nostre esperienze, raccontiamo cose molto personali…
Silvia: Io  uso le canzoni per dire cose che non potrei mai dire a voce. Ad esempio, c’è un pezzo che si chiama “In Four And Four Hate”, che ha un testo che non c’entra niente col titolo, ma allo stesso tempo contiene un gioco di parole tra “Hate” come “Odio” (per odiare) e “Eight” (otto), sorta di traduzione scherzosa di “In quattro e quattr’otto”. È una canzone  nata in maniera veloce e naturale: avevo un testo con una melodia vocale, loro hanno tirato fuori subito un riff che si sposava perfettamente… infatti oggi è una delle canzoni a cui siamo più affezionati.
Gianluca: Ho suonato il riff portante quasi per caso, scazzato, durante una pausa, gli altri hanno sentito, mi hanno chiesto di rifarlo, abbiamo alzato il volume, Silvia ha cantato e funzionava…
Silvia: Ci accorgiamo subito se il pezzo funziona oppure no. Ad esempio, se Salvatore si muove è sempre un buon segno (risate NDA)! Comunque se sentiamo che qualcosa non è nelle nostre corde la lasciamo semplicemente da parte e poi capiamo se riprenderla in mano o no…

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Tra l’altro, in un momento in cui sembra sempre di più che la musica sia assemblata a tavolino, con artisti che compongono al computer o da soli in camera loro, è bello vedere che c’è ancora gente che si esprime in vecchio stile, jammando insieme e dal vivo suona i suoi strumenti, cercando di metterci più groove possibile…
Silvia: E’ vero e allo stesso tempo significativo che non sappiamo come definirci! Il nostro sound è il risultato di tutte le nostre influenze, delle nostre passioni, ci siamo contagiati a vicenda: io prima ascoltavo pop molto leggero, il mio idolo era Beyoncé, ma poi stando con loro ho ampliato moltissimo le mie influenze.
Gianluca: Diciamo che avere avuto nelle nostre fila un veterano come Salvatore ci ha aiutati tantissimo. Si è imposto molto, ci ha fatto suonare solo cover per un anno e mezzo, in modo tale da farci impratichire e prendere confidenza tra di noi. Poi Silvia continua a proporre Lady Gaga, ma fa niente (Risate NDA)!

L’impressione che ho avuto è che siate una band che sa crescere in itinere. Per dire, tra il primo e il secondo live del Pending Lips è apparso evidente che abbiate lavorato molto duramente sulla vostra performance…
Alessandro: Sì, abbiamo ascoltato i consigli degli amici che sono venuti a vederci, e anche di gente che fa teatro e  quindi ha una preparazione specifica; insieme abbiamo lavorato sulla presenza scenica. Silvia, ad esempio, ha provato a parlare di più, ad introdurre le canzoni…

In effetti, durante il primo live era solo Salvatore a parlare…
Silvia: Sì, perché lui è il più esperto, noi ancora non sapevamo come fare…
Fabiana: E’ però anche vero che fino al Pending noi non eravamo abituati ad avere una giuria tecnica che ci ascoltasse. Nei concerti precedenti più che altro avevamo i nostri amici che facevano casino! Quindi per noi è stato giocoforza uno stimolo per imparare, per migliorarci…

Allora, “Kurt Cobain”…
Salvatore: Ti piace quel pezzo?

Molto, è forse quello che mi ha colpito di più. È strano perché, quando vi ascoltavo suonarla, pensavo: “Caspita, per me Kurt Cobain rappresenta un sacco di cose, mi ricordo perfettamente dov’ero e cosa stavo facendo quando ho saputo della sua morte. Adesso ci sono qui questi ragazzi giovanissimi, che non erano ancora nati all’epoca dei fatti, e hanno deciso di chiamare una loro canzone col suo nome…
Salvatore: La canzone ha una genesi specifica, nel senso che stavo vivendo un periodo di sofferenza amorosa, un giorno ero sul letto che parlavo con loro su WhatsApp e di getto ho scritto il ritornello della canzone, mandandoglielo direttamente. È piaciuto e il resto è stato scritto piuttosto spontaneamente, sull’onda di questo. Ora, che cosa significa Kurt Cobain per noi? Siamo un gruppo del 2016, ma è come se non volessimo perdere quel sound grezzo che andava negli anni ’90, quel modo di suonare per cui si capiva che la musica era un qualcosa che avevi dentro, era tutto. È una visione, potremmo dire, Kurt Cobain per noi è una visione e un’ispirazione…

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Gianluca: Ricordo che qualche tempo fa ho avuto una discussione con un amico, lui proprio non capiva perché io ascoltassi rock, riteneva che fosse una musica suonata da drogati, che non avesse senso. Io allora gli ho fatto ascoltare “Kurt Cobain” dicendogli che la passione con cui abbiamo scritto quella canzone è la stessa con cui lui ascolta le cose che gli piacciono. È come diceva lui, un tentativo di portare avanti una certa visione di urgenza della musica e anche un modo per dire che non è vero che il rock è morto perché esiste ancora gente che scrive canzoni con questo fuoco dentro!
Fabiana: Cosa potrei dire, così di getto? Beh, innanzitutto che quando è stata scritta non c’ero, perché ero in Australia a studiare, sono stata là un anno. Io di fatto sono la meno creativa della band, quella che partecipa in minor misura al processo di scrittura. Comunque, quando sono tornata me l’hanno fatta sentire e mi è piaciuta subito. Non sono mai stata una grande fan dei Nirvana, però c’erano un paio di canzoni che ascoltavo sempre quando giocavo a basket, prima di ogni partita. Ricordo che quell’urgenza dei testi, quella violenza, mi dava una carica incredibile. Poi è vera quella cosa del testo: i nostri scritti hanno sempre un significato preciso e questo è bello. Ci sono certe canzoni che proprio non si capiscono, questo spesso mi dà fastidio. Tipo “Only The Horses” delle Scissor Sisters… non l’ho mai capita quella (si mette a canticchiarla, tra le risate degli altri NDA)!
Salvatore: Sì, però anche i nostri testi in realtà sono velati, a volte. Non tutto è esplicito, ci sono delle immagini che vanno interpretate, però quando lo fai, qualcosa ci guadagni sempre…

A questo punto direi che possiamo fare un gioco: ditemi il titolo di una canzone che ritenete particolarmente rappresentativa, la canzone della vita, una che avreste voluto scrivere voi. Non vale pensarci troppo…
Silvia: La mia è una canzone che ascoltavo da piccola, una che mi ha sostenuto e continua a sostenermi nei  momenti difficili: “Decode” dei Paramore. Hai presente? È stata anche la colonna sonora di “Twilight”…

Ah beh, adesso ce l’ho in mente di sicuro (risate NDA)!
Alessandro: “In The End” dei Linkin Park, perché è una band che mi fa impazzire!
Fabiana: Visto che mi hai detto di non pensarci troppo, siccome sono una che guarda molto i testi, mi è venuta subito in mente “L’autostrada” di Daniele Silvestri. Normalmente non ascolto tanta musica italiana, ma ci sono alcuni testi che mi entrano dentro, folgorandomi sin dal primo ascolto, com’è avvenuto con le parole  di questa canzone.
Gianluca: “Paradise City”. È una canzone praticamente perfetta da suonare, ricordo ancora quando Slash la fece dal vivo, il pubblico è letteralmente impazzito. È un pezzo che potresti tirare in lungo all’infinito, riempirlo di assoli, non smettere mai!
Salvatore: Così, senza pensare, direi “Immigrant Song” dei Led Zeppelin. Poi, se dovessi rifletterci, vorrei indicartene una dei Guns And Roses, perché sono il mio gruppo preferito, però non mi viene in mente nessuna canzone loro! Ma io vorrei avere scritto “Bosseggiando” di Guè Pequeno! È troppo bello quel pezzo (risate generali NDA)! Oh, non sto scherzando, eh! Ha stile, Guè Pequeno!
Alessandro: Ci piace divertirci, l’altro giorno siamo stati pure a vederlo, Guè Pequeno! Non è stato proprio bellissimo, però (risate NDA)! Comunque a me il rap piace. Non amo fare distinzioni di genere, non ce n’è uno che va bene e uno no, c’è roba bella e roba brutta all’interno di ogni categoria musicale.

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Per concludere: cosa c’è adesso nel vostro futuro? Sarebbe ora di registrare qualcosa, credo…
Gianluca: Adesso l’idea è sicuramente quella di registrare, sentiamo che è arrivato il momento, anche perché nei locali ce lo chiedono sempre.
Silvia: Ad Emergenza Rock ci dissero che dopo il nostro concerto uno della Warner aveva chiesto di noi, ma siccome non avevamo niente da dargli e non siamo riusciti ad entrare in studio in tempi brevi, è una possibilità che non ci siamo dati e ci è dispiaciuto.
Alessandro: E poi io ho voglia di spararmelo in macchina (ride NDA)! Ma, ad ogni modo, questa per noi è una bellissima esperienza. Se per caso tra qualche anno dovesse finire, vogliamo lasciare una traccia che sia soprattutto per noi stessi, per dire che ci siamo stati.
Silvia: Abbiamo comunque appena registrato “In Four and Four Hate”, che dovrebbe uscire a breve. Credo che gireremo anche un video, è un qualcosa a cui teniamo molto e ce lo vogliamo proprio godere!

Sentite, a questo punto devo chiedervelo: ma il vostro nome da dove esce?
Salvatore: Ti piace, come nome?

Ecco, diciamo che sarei un po’ esagerato se dicessi di sì! Più che altro, non  c’entra nulla col vostro genere…
Salvatore: Allora, ti spiego io da dove viene fuori…
Silvia: Anche perché è l’unico che lo sa (risate NDA)!
Salvatore: Allora… hai presente il Seveso? Il fiume che esonda sempre? Ecco, abbiamo cambiato nome quando è successo una delle ultime volte. Io volevo un nome ironico, per cui abbiamo preso il Casino Palace, il posto dove si gioca, no? e vi abbiamo unito la parola “Seveso”, per creare un gioco di parole. Lo so che non è molto serio, ma a me piaceva! E poi c’è un’altra cosa: ci siamo accorti che sono tre parole da sei lettere ciascuna. 666, capisci? È Satana… (risate NDA)

 

 

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