Il Diluvio – Il diluvio (Autoproduzione, 2017)

Postato il Aggiornato il

Articolo di Giovanni Carfì

Lavoro d’esordio per la band bresciana, composta da Omar Khrisat (chitarra folk), Simone Bettinzoli (chitarra elettrica e voce), Alessandro Serioli (tastiera e voce) e in ultimo dietro le pelli, Pier Bassini.

La cosa interessante, è la definizione stessa che la band attribuisce al proprio lavoro, definendolo diviso in cinque episodi. Spesso capita di doversi scontrare con l’uso di sinonimi per non essere ripetitivi, ma in questo caso non ci fu termine più adatto. Ognuno di questi “episodi”, riesce ad essere completo e conclusivo, per andare poi ad incastrarsi alla perfezione insieme agli altri, come quando mettiamo l’ultimo tassello di un puzzle.

Ma partiamo dalla “scatola”: sulla copertina del disco, una ragazza dal costume rosso giace inerme sulla spiaggia; non è chiaro se stia prendendo il sole, se stia dormendo, o se respiri ancora. La sensazione che ne scaturisce è particolare, una sorta di calma apparente, di quelle dove sta per succedere qualche cosa, ma non si sa esattamente in che momento.

Nonostante questo stato di incertezza emozionale, all’interno si nascondono senza troppo timore, il risultato di un gusto nella ricerca sia sonora, sia compositiva; dove nessuna nota o fraseggio è fuori posto, o ridondante. Questo ci regala un ricordo sonoro, dove bastano poche note per riportare alle nostre orecchie mentali, tutta la struttura dei brani.

Cinque le tracce che ci accompagneranno per meno di mezz’ora, coinvolgendo l’ascoltatore in una dimensione non troppo onirica, ma neanche troppo terrena; un giusto equilibrio fra i due livelli. Il primo approccio è affidato alla intro: “Get to the Moon” dove veniamo catturati da un banale “raggio traente” che ci proietta attraverso “Apollo1”, verso la luna; senza purtroppo riuscire ad arrivarvi, rappresentativo senso d’impotenza. Notevole l’uso effettato del basso, e le incursioni sonore della chitarra, un brano in crescendo che ben delinea il suono della band.

Segue “Rain”, un pezzo nel quale il registro basso del cantante, non eccelle come le parti più alte che ben si fondono con il resto. Anche qui nulla è casuale, e l’assolo che chiude l’ultima parte, sa di nostalgia e speranza allo stesso tempo. Un sospiro e si riparte con suoni rarefatti, riverberi ed echi, distillati e miscelati con leggere distorsioni nei ritornelli, una batteria cadenzata come un passo stanco ma pronto; questa è “Facebroke”, simbolo dell’alienazione tanto vicina e tanto subita da tutti noi, senza troppe lamentele. Assolutamente godibile il bridge, che si sviluppa da un giro di chitarra per poi sfociare in una parte strumentale veramente d’effetto.

Dulcis in fundo, si chiude il cerchio, e torniamo sulla spiaggia raccontata e rappresentata in copertina con “Lullaby”: un brano più folk rispetto agli altri, con armonizzazioni e bridge più dolci, che racconta di rapporti interrotti, o irrimediabilmente danneggiati, con la sensazione di qualcosa che si perde, come la sabbia che scivola dalle mani di un bambino. Ma sappiamo che nelle “loro” mani, la sabbia affidata al vento, potrà diventare base per un grandioso castello.

Un album ben articolato, dove l’uso misurato di pochi suoni, ma adatti all’esigenza sonora, regalano uniformità a tutto il disco, riuscendo ad allontanarsi dallo spettro della banalità, mantenendo un’atmosfera che ben accompagna i testi delle varie tracce.

Un lavoro nato dalla volontà di concretizzare emozioni e idee, nate dall’istinto durante le lunghe jam session; si avverte coesione e un’idea comune, che non si preoccupa dei vari background personali, ma ne estrae i giusti ingredienti.

Tracklist:
01. Get to the moon
02. Apollo 1
03. Rain
04. Facebroke
05. Lullaby

 

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