Les Fleurs des Maladives: essere una rock band negli anni dieci

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Articolo di Eleonora Montesanti

Il Rock è morto è il secondo album dei Les Fleurs des Maladives, prodotto da Max Zanotti. A tre anni dalla pubblicazione del precedente disco la band è tornata con un nuovo lavoro che affronta i temi dell’attualità incentrandoli sul valore profondo di Rock come concetto e attitudine. Proprio per quest’occasione abbiamo scambiato quattro chiacchiere con il trio comasco, che come sempre si dimostra essere determinato, sincero e famelicamente rock’n’roll.

Cari fiorellastri, iniziamo con una domanda che voglio farvi fin dal primo momento in cui ho visto il titolo del vostro nuovo album: Il rock è morto. Cosa significa per voi, oggi, essere rock’n’roll?
Essere Rock’n’Roll significa oggi quello che ha sempre significato: libertà di espressione, non conformarsi a mode, cliché ed opinioni precostituite: sviluppare un proprio percorso individuale avvertendo però sempre uno stretto legame con la comunità di cui si fa parte. L’uomo è per definizione un animale sociale , la comunicazione con i suoi simili che passa anche attraverso la musica e le arti è la base stessa della sua natura.

Fatemi tre esempi (del passato o del presente) di persone, non necessariamente artisti e musicisti, che per voi sono rock’n’roll.
Johnny Cash, Maradona, il Dalai Lama.

E’ molto interessante, nel disco, la forte associazione tra rock e autenticità. Nell’epoca in cui la musica è fortemente legata a meccanismi creativi spesso forzati, o quantomeno studiati a tavolino, credete che essere autentici possa essere rivoluzionario?
Assolutamente si. Essere autentico sviluppando un messaggio ed un linguaggio personale nello scrivere, ad oggi sono l’atto più rivoluzionario che può compiere un musicista. Se ci pensi bene è una cosa del tutto assurda perché questo è proprio il compito che dovrebbe avere ciascun artista!

Uno dei miei pezzi preferiti è La grande truffa dell’indie-rock, perché proprio ultimamente sono giunta a una conclusione che, per quanto sembri banale, è sacrosanta: la vera differenza non è tra alternativo e mainstream, bensì tra bello e brutto. Che ne pensate?
Hai centrato perfettamente il punto: che senso ha discutere ancora di musica alternativa/indie e di musica mainstream quando è chiaro a tutti che sono i due volti dello stesso sistema musicale? Fino a qualche tempo fa si pensava che l’avvento della scena indipendente ci avrebbe salvato dall’appiattimento intellettuale dettato dalla cultura di massa, oggi sappiamo che anche l’indie si avvale dei medesimi strumenti del mainstream. Ne “La grande truffa dell’indie-rock” prendiamo in prestito Sex Pistols e Victor Hugo per parlare proprio di questo: “in Italia c’è chi per vendersi pagherebbe e che per esser mainstream si trucca da indipendente”.
Non è per nulla banale quello che dici: la musica di fatto si divide in musica bella e musica brutta. Nient’altro. Il saper distinguere l’una dall’altra non è affatto un un’attività banale: l’educazione al gusto e al Bello è un fattore culturale che dovrebbe essere responsabilità di qualunque società civile, soprattutto nel nostro Paese.

Homo sapiens è il primo singolo estratto dal vostro secondo disco e, proprio in questi giorni, è in rotazione anche su MTV New Generation. Vi va di raccontarci la storia di questa canzone?
Homo sapiens è stata scritta tutta durante il viaggio di ritorno da un festival estivo: mi trovavo sul sedile del passeggero e ho cominciato a mettere in musica il testo della strofa canticchiando quella che poi è diventata la melodia della canzone. Lo spunto per il testo me l’ha dato Canitano ed i suoi studi di Scienze Naturali.
In generale ci piace molto unire due ambiti così apparentemente divisi come quello scientifico e quello musicale: ci sono molte canzoni dei Fleurs che parlano, o che hanno riferimenti scientifici (“Dharmasala”, “Chernobyl”…). Questo perché dal nostro punto di vista arte e scienza in realtà sono due discipline estremamente simili: entrambe cercano di dare un’interpretazione del mondo il più autentica e veritiera possibile.

All’interno de Il rock è morto ci sono un omaggio a Lucio Battisti e una citazione di Fabrizio De André, a conferma che il rock’n’roll non è solo un genere musicale. Che legame avete con la musica e la personalità di questi due artisti immensi?
C’è poco da dire: sono ovviamente due dei nostri autori preferiti e fanno parte da sempre del nostro personale bagaglio culturale musicale, come penso quello di tutti. Per antonomasia il rock è un genere associato alla cultura anglosassone, nella nostra musica però siamo portati in modo del tutto naturale ad inserire citazioni ed elementi prettamente “nostrani”. Fa tutto parte del nostro background, ed è più che normale che il nostro stile ne sia così fortemente influenzato.

Come è stato lavorare con Max Zanotti come produttore artistico?
E’ stata una bellissima esperienza, soprattutto molto stimolante. Durante le varie fasi di lavorazione abbiamo cercato di confrontarci con Max, apprendendo il più possibile da una persona come lui, con un’esperienza professionale immensa e un gusto musicale davvero fuori dal comune. È stata un’attività in cui ci siamo sentiti tutti perfettamente a nostro agio e calati nei nostri ruoli. Gli unici scontri veramente accesi si sono verificati tra Max e Canitano durante le partite tra Juve e Napoli: lì sì che volavano insulti!

Com’è essere una rock-band in una città come Como?
Kafkiano. Lo slogan turistico della nostra città è da sempre “Como, vita serena”: un luogo ameno perfetto per lasciarsi cullare dalla tranquillità delle onde del lago e che per sua stessa scelta non gode della fama di essere particolarmente “vivace”.
In realtà sono in tanti che negli anni hanno cercato di dare una smossa a questo torpore sensibilizzando la città, organizzando concerti, festival ed eventi (alcuni anche con ottimi risultati di riscontro e visibilità) ma sono attività che possono essere svolte unicamente con la bella stagione (confidando sempre nel meteo). A Como quello che manca è un luogo dove dare continuità e stabilità a queste energie che altrimenti da ottobre a maggio sono costrette ad andare in letargo. Basterebbe anche solo un punto di ritrovo dove ascoltare musica senza il bisogno di dover prendere l’auto per andare in Brianza: purtroppo sono anni che in centro città qualunque tipo di musica (in particolar modo quella dal vivo, anche se suonata in acustico) è completamente bandita. Speriamo davvero che questa situazione prima o poi si sblocchi.

Se questo disco avesse un colore, quale sarebbe? E perché?
Giallo acido: il colore della nostra copertina, omaggio alle grafiche e ai colori di “Nevermind the bollocks here’s the Sex Pistols”.

Cosa ascoltano LesFleursDesMaladives sotto la doccia?
Lo Shampoo di Giorgio Gaber.

 

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