Articolo di Antonio Spanò Greco

Lavoro d’esordio del gruppo fiorentino Stolen Apple, fondato nel 2008, composto da quattro elementi, tutti provenienti da precedenti esperienze, e uscito nel settembre del 2106. A dire il vero nel 2015 sul loro sito pubblicarono When We Rise album composto da 11 tracce ma purtroppo non riuscirono a distribuirlo materialmente. Si definiscono alternative indie rock post punk rock psychedelic e il loro nome prende spunto dalla vicenda di Ernst Lossa, ragazzo tedesco di etnia Jenisch, ucciso a soli 14 anni nel 1944 a seguito della demenziale eutanasia selvaggia operata dal regime nazista, portata in scena in uno dei suoi spettacoli teatrali da Marco Paolini. Ernst nel suo ultimo periodo in vita aiutava i detenuti più bisognosi di cure rubando loro delle mele.

Trenches, trincee, è un titolo emblematico ed evocativo: la mente dell’uomo è in trincea, o le trincee sono nella nostra mente? Probabilmente tutte e due le ipotesi sono veritiere, forse dipende dal punto di vista e come lo si vive; i quattro esplorano tutte le ipotesi possibili e attraverso un tappeto sonoro poliedrico e incisivo ripercorrono il rock anni ‘80 e ‘90 nelle sue più svariate forme e riescono a propinarci nei dodici brani del disco un sound sì evocativo e riconducibile a svariati gruppi e stili, ma creano anche le basi affinché la loro proposta musicale possa evolversi in molteplici direzioni.

Al primo ascolto mi sono venuti in mente i Thin White Rope e i più famosi Dream Syndicate, restando in Italia i Cheap Wine dei primi lavori, e i leggendari Green On Red capitanati da Dan Stuart che qui in Italia ha trovato terreno fertile per le proprie esibizioni cui i nostri Stolen Apple hanno fatto da spalla nelle date toscane del tour. Negli ascolti successivi vengono a galla vari nomi e si apprezza la bravura del gruppo negli arrangiamenti con tappeti sonori mai banali evidenziando che i quattro di musica ne hanno masticata parecchia. I quattro sono Riccardo Dugini (voce e chitarra), Luca Petrarchi (voce e chitarra), Massimiliano Zatini (basso e voce), Alessandro Pagani (batteria e voce) e provengono dallo scioglimento del gruppo Nest, mentre Alessandro è anche un ex Subterraneans e uno dei fondatori della Valvola/Shado Records.

Red Line, la prima traccia, con un assolo di chitarra ossessivo, è devastante, mette subito in chiaro le proprie inclinazioni, nel mezzo reminiscenze psichedeliche ci conducono su altri livelli, il finale è un salto liberatorio dove non si vede però il fondo.Green Dawn è un pugnale che si rigira nella ferita, approcci new wave, stacchi secchi e visioni dark. Pavement è una ballata rock sgraziata e tagliente, desertica e visionaria, Fields Of Stone aumenta le visioni dark in un tormento che non riesci a controllare, un dilemma omnipresente cui è difficile rispondere, la cavalcata finale della chitarra ne amplifica i dubbi e le incertezze. Falling Grace rialza i toni e i ritmi, corsa senza freni tra le vie deserte di una metropoli americana che solo i neon dei locali ravvivano. Living On Saturday è lo specchietto della precedente, la riflessione dietro una vetrina su una strada deserta percorsa solo da un’auto lanciata senza freni, la pioggia distorce le forme e le luci. Mistery Town, la mia preferita, dilata le percezioni, raccoglie le nostre poche certezze e le sbatte contro un muro. In Something In My Days, dove i rimandi agli anni ruggenti del Paisley Underground sono più evidenti, Steve e Dan ringraziano, cosi come More Skin che ci confonde e illude ma non ci abbandona. Daydream, l’altra mia song del disco, è una poesia di Daniela Pagani, poetessa e prima cantante fiorentina ad aver partecipato allo Zecchino d’Oro nel 1970 scomparsa prematuramente a soli 22 anni, qui musicata sapientemente dalla band. Sold Out è un susseguirsi di urla e carezze, bastone e carota, rivoltella e baci. Chiude il disco In The Twilight, altra ballata elettrica seducente e avvolgente, una ninna nanna finale per allietarci il sonno. O per destarci dagli incubi?

Bel disco, distribuito in Italia da Audioglobe e ora attraverso Clearspot in tutta Europa, forse non digeribile dalle leve più giovani dei consumatori di musica, ma assolutamente da ascoltare per chi ha amato il rock usa anni 80-90 e da seguire in futuro per gli sviluppi che i quattro rocker toscani potranno proporci.