Niccolò Fabi @ Carroponte, Sesto San Giovanni (Mi) – 06 luglio 2017

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Articolo di Luca Franceschini, immagini sonore di  Andrea Caristo

Penso sia indubbio che con “Una somma di piccole cose” Niccolò Fabi abbia raggiunto, per ora, il momento più alto della sua carriera; probabilmente non in termini di valore artistico (per chi scrive “Solo un uomo” rimane il suo capolavoro assoluto, anche se quest’ultimo disco rientra tranquillamente tra i suoi più belli) ma di sicuro per quanto riguarda la visibilità e il ritorno commerciale. La vittoria della Targa Tenco per il “miglior disco in assoluto” (risultato peraltro raggiunto anche dal precedente “Ecco”) è stata solo la punta dell’iceberg di un periodo decisamente fortunato, costellato di concerti sold out durante un tour che è durato quasi un anno e che ha toccato ogni luogo possibile dell’Italia, con qualche tappa sporadica anche all’estero.
Adesso, dopo qualche mese di pausa, si riparte. Ci si sarebbe potuti fermare di più, a mio parere, perché dopo essere stato tanto a lungo sotto i riflettori, sarebbe stato utile un break più consistente per ricaricare le pile ed evitare soprattutto che questo nuovo tour assomigli un po’ troppo al precedente (che poi è l’unico difetto di questo spettacolo, a ben vedere).

L’occasione però era ghiotta: ad ottobre uscirà “Diventi inventi 1997-2017”, originale gioco di parole per un disco che raccoglierà alcuni dei brani da tutta la carriera del cantautore romano, riletti però in chiave più moderna, secondo quella che è la sua attuale sensibilità.
Dovrebbe dunque essere un Greatest Hits atipico, forse la mossa migliore per un’operazione di questo tipo, utile più che altro per valorizzare alcuni brani che, soprattutto nella primissima parte del suo tragitto, non vantavano proprio arrangiamenti sopraffini.
Nulla ancora si sa della scaletta del disco, ma da qualche settimana stiamo ascoltando “Il giardiniere”, che è il primo estratto di questo lavoro. Una versione discreta, molto acustica, molto folk (“a la Bon Iver”, come ha sottolineato qualcuno), sicuramente più elegante e presentabile dell’originale.
Ed è proprio con questo pezzo che si apre il concerto del Carroponte, terza tappa, dopo Carpi e Napoli, di questo tour “riepilogativo”, per dire, perché “celebrativo” proprio non ci piace e non piace neanche a lui, come ha avuto modo di spiegare in corso d’opera.
Un buon inizio quindi, rilassato e disincantato quanto basta, prima che con “Una somma di piccole cose” e “Ha perso la città” si ritorni nel mood più riflessivo e profondo dell’ultimo disco.

La band è sempre la stessa, vale a dire quella del cantautore Alberto Bianco, che qui fa un po’ di tutto, dalla chitarra, al basso, ai cori, che comprende anche Filippo Cornaglia, Matteo Giai e Damir Nefat. A suo tempo non avevo scritto proprio bene di loro, lo stesso Niccolò, quando lo avevo intervistato, mi aveva detto di avere pazienza e io ho pazientato. Ora, non sono certo arrivati al livello di quella precedente, però bisogna riconoscere che l’amalgama e l’affiatamento che hanno raggiunto sono notevoli. Suonando insieme si migliora e il concerto di questa sera ne è stata una dimostrazione: gli arrangiamenti si sono fatti qua e là più curati, elaborati, con un’attenzione soprattutto alle code strumentali (belli gli assoli di Nefat alla chitarra), il ritmo e il tiro dei vari pezzi è complessivamente migliorato, gli errori e le sbavature sono minori; un ottimo concerto dunque, dal punto di vista tecnico è stato sicuramente il migliore dei quattro che ho visto con questa formazione.


Di bellezza, comunque, ne ha dispensata molta: a cominciare da “Solo un uomo”, presentata in una versione minimale, quasi sussurrata nella prima parte, con una leggerissima entrata della band nella seconda; o ancora, “La promessa”, ripescaggio quasi obbligato per quella che è probabilmente la sua canzone più bella di sempre.
Arriva anche qualche brano simbolo degli esordi, come “Rosso”, offerta in un’ottima versione elettrica, molto più convincente del Pop sintentico dell’originale. E poi, nei bis, quella “Capelli” che portò a Sanremo, che lo fece conoscere e che ne rivelò le doti di scrittura, al servizio di un brano solo apparentemente leggero e divertente. Come unica sorpresa della serata, una splendida “10 centimetri”, eseguita al piano elettrico, un brano che, ci ha detto lui, gli ricorda un periodo difficile della sua carriera, quando con “Sereno ad Ovest” le cose non stavano andando proprio benissimo in termini di vendite e di attenzione da parte del pubblico.

Al centro del concerto, il momento più significativo è poi dato dall’accoppiata “Ecco” / “Le chiavi di casa”, quest’ultima per la prima volta suonata dal vivo e riletta sorprendentemente in chiave elettrica, con una lunga coda finale, una versione che mi ha coinvolto molto di più di quella del disco. Due canzoni che, come dice lo stesso Niccolò dal palco, rappresentano rispettivamente il momento più difficile della sua vita e la possibilità di riprendersi, la morte di una vita e la nascita di un’altra. Un percorso, se vogliamo, naturale, ma nient’affatto scontato; è davvero bello, commovente vedere un uomo che ha trovato la forza di raccontarsi così, mettendo in musica e trasformando in bellezza i propri vissuti personali, anche quelli da cui la maggior parte delle persone normalmente tende a scappare.

Sarà questa sua attitudine sincera, questo essere sempre l’uomo della porta accanto, semplice e ben piantato per terra, questo suo modo quotidiano di suonare, di raccontare le proprie storie, che la gente avverte; sarà per questo che lo amano così tanto. Il Carroponte stasera è strapieno, per l’occasione si è addirittura utilizzato il palco più grande, l’intesa tra artista e pubblico è perfetta. Tutti cantano tutto, soprattutto durante i brani più celebri, da “Il negozio di antiquariato” a “Costruire”, da “Vento d’estate” a “Lasciarsi un giorno a Roma”, la partecipazione e l’entusiasmo raggiungono i massimi livelli, si crea davvero un bellissimo clima.
La chiusura, come al solito affidata a “Lontano da me”, parla della voglia di stare in tour, di vedere posti nuovi, del solito concetto, abusato, ma neanche poi così falso, della necessità di allontanarsi, di perdersi per potersi ritrovare (lo diceva anche Chesterton nel suo “Uomovivo” e io tendenzialmente di Chesterton mi sono sempre fidato).

È stata una bella serata, Niccolò e la sua band hanno ancora una volta regalato emozioni, ci hanno convinti davvero, forse per la prima volta da quando suonano insieme.
Adesso aspettiamo l’uscita della raccolta e poi, questa volta sì, sarà veramente il momento di fare una lunga pausa per dedicarsi al nuovo album. È decisamente un buon periodo per lui, ma il rischio di ripetersi è dietro l’angolo e deve a tutti i costi essere evitato. Nel frattempo, se ve lo siete persi, consultate il programma e andate a vederlo, suonerà parecchio quest’estate…

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