The Wedding Present: George Best compie trent’anni – Intervista da Brighton

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Intervista di Luca Franceschini, immagini sonore di Andrew Jezard (tratte dal documentario di prossima uscita Something Left Behind)

Brighton non è forse più la location preferita dai londinesi per una rapida gita fuori porta al mare, ma rimane sempre una città piacevole, che ha sviluppato negli anni una propria identità culturale, lontana dalla grandeur e dal caos della capitale, e che proprio per questo, dicono i locali, se ne frega di essere assimilata alla vicina Hove, con cui dal 2000, in teoria, dovrebbe costituire un unico ente amministrativo (non sono risuscito a capire se sia effettivamente così, anche se il boato di disapprovazione quando il cantante dei Membranes ha chiesto al pubblico se ci fosse qualcuno di Hove, è stato sufficientemente esplicativo).

Oggi gli abitanti vanno fieri della loro squadra di calcio, i Seagulls, che proprio l’anno scorso hanno conquistato la promozione in Premier League e che sono talmente amati da meritarsi una piccolo spazio all’interno del museo di storia locale (ebbene sì, sono andato pure a visitare il museo di storia locale; si capisce che avevo tempo da ammazzare fino a sera, vero?). E poi c’è il famoso Pavillion, amatissimo da re Giorgio IV come sua residenza ufficiale quando non si trovava a Londra, invece odiato dalla regina Vittoria che proprio per questo lo vendette alla città, che lo aprì al pubblico in tempi recenti, dandoci modo di ammirare interni che non hanno davvero nulla da invidiare ai più celebri palazzi reali londinesi, austriaci o francesi.
Nel mondo del rock è famosa soprattutto perché qui, nel 1964, è avvenuto il famoso scontro tra gang da cui gli Who hanno preso ispirazione per il loro “Quadrophenia” che, a sua volta, è raccontato nel suddetto museo (dove però la lettura è che la stampa avrebbe montato a dismisura un episodio di per sé piuttosto banale). Mi hanno anche detto che dieci anni dopo vi si è tenuta l’edizione dell’Eurovision vinta dagli Abba, che da quel momento avrebbero poi scalato le classifiche di tutto il mondo. Il simpatico tizio che mi ha ospitato in questi giorni mi ha raccontato che a quel tempo era un bambino che viveva a Londra, ma dopo aver sentito il loro pezzo in televisione, ha smesso di tifare per la canzone in gara per la Gran Bretagna (“Che, tra parentesi, era veramente orrenda”, ci ha tenuto a precisare). In effetti una scritta che commemora l’avvenimento è posta in bella vista fuori dal Brighton Dome, che è anche la venue più importante per i concerti in città.

Ma Brighton è stata soprattutto la città dove Nick Cave ha scelto di vivere negli ultimi anni, quella immortalata in “Jubilee Street” (ci sono ovviamente andato in pellegrinaggio, anche se non c’è nulla che giustifichi davvero una visita), nel documentario “10.000 Days On Earth”, quella dove, nelle tragiche circostanze che sappiamo, ha perso la vita suo figlio Arthur.
Oggi, se non vado errato, lui non ci abita più. Ma ci vive David Gedge, leader, fondatore e vero e unico titolare dei Wedding Present, che sono poi la ragione per cui sono qui in questi giorni.
“George Best” ha compiuto 30 anni e a dispetto del fatto che lo stesso David non lo abbia mai considerato un granché come disco, rimane tuttora il preferito dei fan e, non solo a mio parere, uno dei dischi rock più belli degli anni ’80. Non dei più importanti, forse, perché questa band originaria di Leeds, che di fatto ha sempre continuato ad esistere e a sfornare dischi, seppur con line up di volta in volta diverse, è oggi del tutto sconosciuta al grande pubblico. Il loro momento di gloria lo hanno avuto all’inizio degli anni ’90, quando firmarono con la RCA e parteciparono più volte a festival prestigiosi come quello di Reading. Poi le cose sono peggiorate, ma non sembra proprio che David Gedge stia soffrendo, per questo calo di popolarità che dura ormai da due decenni. Da sempre gira il mondo per un piccolo ma affezionato zoccolo duro di fan (è appena tornato da un tour in Australia e Nuova Zelanda), i suoi dischi sono ancora oggetto di interesse (vedi le curatissime ed esaustive ristampe di tre anni fa), il suo posto nella storia, anche se piccolo, se l’è ormai guadagnato in pieno.

Ci eravamo conosciuti al Primavera Sound di quest’anno, dove erano stati invitati per ben tre concerti, tutti in situazioni particolari, al di fuori della consueta programmazione del festival. Gli orari mi avevano permesso di presenziare ad uno solo di questi, l’ultimo, in un bellissimo appartamento, con una cinquantina di persone presenti e tanta, tantissima energia.
Abbiamo scambiato due parole al termine dell’esibizione e quando gli ho detto che sarei stato a Brighton per l’At The Edge of The Sea, ha acconsentito senza problemi a farsi intervistare. “Scrivi pure direttamente a me – mi ha detto senza troppi problemi, dandomi il suo indirizzo mail – ci mettiamo d’accordo. Non è così inusuale, quando sono anni che sei abituato a fare il manager di te stesso”.
Il Concorde 2 è il club più famoso di Brighton. È situato ad una decina di minuti dal lungo complesso del molo che con le sue giostre e i suoi chioschi di cibo, bevande e dolci vari, è una delle principali attrazioni della città (e anche il suo luogo più pacchiano, se devo essere sincero). È una location che potrebbe anche essere piacevole, se non fosse che da quando la Madeira Terrace è in rovina, il posto non gode proprio di grandissima fama: è buio, non ci sono locali o servizi vari, l’impressione è anche che non sia una zona proprio sicurissima.
Ma è qui che da qualche anno David Gedge ha deciso di tenere il festival che porta il nome di una delle più vecchie canzoni dei suoi Wedding Present.

Due giorni di musica a ritmi serrati, dove si esibiscono alcuni dei gruppi della zona, più altri nomi storici della scena britannica, in ogni caso legati da un rapporto personale con David. A chiudere il tutto, ovviamente, ogni volta i Wedding Present suonano un set completo, mentre i Cinerama, l’altro progetto musicale di Gedge, attivo nel periodo in cui la sua prima creatura aveva optato per lo scioglimento, si esibiscono una sola delle due sere. Una sorta di Natale personalizzato, come mi dirà in seguito, un avvenimento dalle dimensioni decisamente piccole (il locale ha una capienza massima di 600 persone) ma dal feeling molto famigliare e intenso, tipico di chi la musica la vive davvero. Arriva gente da diversi paesi d’Europa, qualcuno anche dall’America, paese dove il gruppo è sempre andato molto bene. La maggior parte, però, almeno a giudicare da quel che si sente, è rigorosamente inglese. Nel corso dei due giorni, soprattutto il sabato, data la maggior lunghezza del programma, l’atmosfera che si respira sta a metà tra una festa in casa di amici e un festival vero e proprio. Un ambiente in cui musicisti, addetti ai lavori, pubblico sono comodamente mescolati insieme. Lo stesso David lo si vede spesso in giro, senza peraltro che nessuno tra i presenti lo importuni con richieste di autografi o foto. C’è aria di casa, insomma…

Quando arrivo sul posto, la band ha da poco terminato il soundcheck. Ho ascoltato qualche canzone da fuori e sono rimasto colpito dalla qualità dell’audio, al limite della perfezione. Decisamente di buon auspicio per quel che succederà.
Giusto per dare l’idea delle dimensioni e del clima dell’evento, il ragazzo che mi accoglie all’ingresso, colui che si occupa di controllare le prenotazioni e di consegnare i braccialetti validi per la due giorni, è anche il responsabile della Lout Promotions, l’agenzia di eventi che organizza l’At The Edge of The Sea.
David si palesa pochi minuti dopo, mi saluta invitandomi cortesemente ad entrare. Appare stanco, come sempre ha l’aria distaccata e poco entusiasta, ma è solo un’impressione: in realtà è un tipo molto ironico, straordinariamente disponibile, sin da quando si preoccupa che il soundcheck dei Membranes, che apriranno la serata, non disturbi la mia registrazione, alzandosi per chiudere le porte che separano la zona bar dove siamo noi, dal resto del locale. Tentativo che purtroppo sì rivelerà inefficace, così dobbiamo abbandonare i comodi divani per spostarci all’esterno dove, seduti per terra fuori dall’ingresso, con l’ancora sparuto pubblico che ci osserva indifferente, possiamo finalmente iniziare a chiacchierare.

Ricordo che nel 2014, quando sei stato intervistato per l’edizione speciale di “George Best”, dicesti che quel disco, contrariamente a quello che pensa la maggior parte dei vostri fan, non è uno dei tuoi preferiti. Che cosa rappresenta davvero per te? Hai un po’ cambiato il tuo giudizio, adesso che siete in giro a celebrarne il trentesimo anniversario?
Non proprio. Penso ancora che sia il nostro disco più debole. Nel frattempo sono sicuramente migliorato come cantante, come chitarrista, come songwriter… è una questione di esperienza che si acquisisce anche se, a pensarci, questo non riguarda per forza il disco in quanto tale. Credo che adesso mi piaccia di più, in realtà, perché in qualche modo riesco a vederci tutto il fascino che ci sta dietro; è molto ingenuo, da un certo punto di vista, perché è il primo disco della band, non sapevamo veramente che cosa stavamo facendo, siamo entrati in studio e abbiamo registrato le canzoni, tutto molto semplice, per cui c’è una sorta di passione in ogni pezzo. Credo che oggi suoni un po’ datato, riflette l’epoca in cui è stato scritto, ma penso che le canzoni siano buone, in definitiva.

Non siete nuovi a celebrazioni del genere: nel 2007 avevate già festeggiato il ventesimo anniversario di questo disco e proprio in queste settimane è uscito un cd/dvd dal vivo che documenta il concerto di Dublino…
In generale bisogna dire che quasi non mi ero accorto che fossero già passati trent’anni! Voglio dire, avevamo, come hai detto, già celebrato il ventennale e non mi sembrava fosse stato molto tempo fa. Poi, quando mi sono fermato a pensare, ho realizzato che erano già passati dieci anni da allora! La cosa è nata l’anno scorso, quando ci hanno invitato a suonare “George Best” a Manchester, nell’ambito di un festival. Mi hanno chiesto: “Ti andrebbe di venire a suonare “George Best” per intero, visto che l’anno prossimo saranno 30 anni dall’uscita?”. E lì ho realizzato: “Caspita, sono già trent’anni!” (Ride NDA). Poi, mi è venuto in mente che se fossimo riusciti ad imparare di nuovo quelle canzoni, forse avremmo potuto fare anche più di un concerto con quel materiale. La cosa ha funzionato e abbiamo deciso di fissare altre date, tra cui quella di stasera. Come vedi, non c’è stato niente di pianificato, abbiamo semplicemente deciso di accettare un invito e tutto è scaturito da lì; abbiamo aggiunto un concerto qui, uno là, e poco a poco è stata come una valanga, che ci ha  portato ad intraprendere un vero e proprio tour a supporto del disco. Stasera credo proprio che sarà l’ultima volta che lo suoneremo. Ovviamente faremo ancora le singole canzoni, in futuro, ma come disco nella sua interezza, credo che trent’anni siano un buon momento per fermarsi e fissare una linea di demarcazione.

Non è una cosa così comune, chiamare un disco con il nome di un calciatore e oltretutto metterlo in copertina…
Sono da sempre tifoso del Manchester United e quando era un ragazzino lui era la star della squadra. Al di là di questo, l’ho sempre trovato un personaggio molto affascinante: era un giocatore fortissimo, ma si metteva sempre nei pasticci perché si allenava poco. Arrivava tardi perché magari la sera prima era stato fuori con Miss Mondo, era amico dei Beatles, aveva un look da ribelle coi capelli lunghi e la barba, portava sempre la maglietta fuori dai calzoncini… capisci che per un ragazzo qual ero io, tutto questo appariva veramente cool, tutta questa ribellione, questa trasgressione… era una sorta di icona. Al momento di fare il disco e di pensare al titolo, ho avuto subito l’idea di chiamarlo così. Poi abbiamo visto questa foto e ci sembrava perfetta da usare per la copertina.

E avete avuto ragione, perché credo che sia una delle copertine più belle della storia del rock… senti, ma quella famosa Photo Session che avete fatto con lui? Com’è andata? Aveva sentito parlare di voi? Hai mai saputo se ha avuto modo di ascoltare quello che avete fatto?
Ti dirò che non lo so proprio! Semplicemente, il nostro ufficio stampa del tempo ci suggerì di fare una Photo Session con lui, ovviamente accettammo perché per noi tutti lui era una leggenda! Non credo che sapesse niente di noi: il suo agente gli avrà semplicemente detto: “Guarda, c’è questa band inglese che ha inciso un disco col tuo nome sopra e che desidererebbe fare alcune foto con te.”. Lui ha accettato, penso proprio che sia stato pagato per fare questa cosa. Bello, comunque: è stato molto carino, molto amichevole; noi ci sentivamo nervosissimi perché sai, eravamo solo dei ragazzini mentre lui era George Best, ma è stato un bel momento. Poi non ho la più pallida idea se abbia ascoltato il disco e se gli sia piaciuto, ma dubito che l’abbia davvero fatto (ride NDA)!

Stasera suonerete “George Best”, domani sarà la volta di “Going Going…”: il passato remoto e il presente. Trovo che sia una scelta molto azzeccata, anche perché il vostro ultimo disco, oltre ad essere davvero molto riuscito, si presta particolarmente ad essere suonato dall’inizio alla fine; è un lavoro tanto diverso da quello che avete fatto in passato…
Hai ragione, è così. Sai, non siamo mai stati una di quelle band che fa un disco dopo l’altro, sempre con la stessa formula. Ci è sempre piaciuto provare cose differenti: c’è stata quella volta che abbiamo pubblicato un singolo al mese per un anno (poi raccolti in “The Hit Parade”, nel 1992 NDA), poi abbiamo registrato quelle canzoni Folk in ucraino (è tutto vero, non è impazzito. Pensate come dev’essere stata contenta la RCA, che tra l’altro li aveva appena messi sotto contratto sull’onda del successo dei loro primi dischi NDA); sì, abbiamo realizzato diversi progetti. Per questo disco ho voluto immaginare una sorta di viaggio attraverso gli Stati Uniti, con ciascuna delle venti tracce che prendesse il nome da località toccate durante questo percorso. Tutto è concepito come un’esperienza, possiamo proprio parlare di concept album, perché tutti i pezzi sono collegati tra loro e i testi si adeguano allo sviluppo della storia. Anche la musica ha un filo conduttore, c’è una sorta di sviluppo, con un inizio e una fine, le canzoni seguono un determinato paesaggio sonoro. È un progetto ambizioso, in un certo senso, perché su vinile è venuto fuori un doppio LP, poi abbiamo fatto questo dvd da accompagnare al disco, con tutti i filmati, le foto… abbiamo concepito il tutto come un qualcosa di unico, che andasse oltre l’idea del semplice album.

Ecco, parlando del dvd, ti devo confessare che sono rimasto un po’ deluso. Mi aspettavo un film-documentario, con le canzoni a fare da colonna sonora, invece il tutto è davvero troppo semplice, statico direi…
Non volevamo fare la classica serie di videoclip per accompagnare le singole canzoni. Volevamo qualcosa di diverso ma non un film, perché lì avresti avuto bisogno di una narrativa, di un lavoro molto animato e quindi difficile da realizzare, saremmo andati un po’ oltre rispetto a quello che era il nostro progetto. Per cui abbiamo scattato queste venti fotografie, prese un po’ dappertutto, e le abbiamo associate alle singole canzoni rendendole in qualche modo animate, per quanto sia possibile muovere una fotografia. Alla fine siamo rimasti soddisfatti del risultato, abbiamo capito che era proprio quello che volevamo fare, nulla di più di così. Certo, alcuni hanno detto: “Quindi? Dov’è il punto? (Ride NDA)”, ma io penso che sia una cosa bella: puoi andare a casa e sentirti il disco, oppure mettere su il dvd e guardare anche le immagini; uno magari lo guarda una volta e non gli piace, l’altro lo guarda due volte e così via. Ognuno può fare quel che vuole, per quanto mi riguarda. Come ti ho detto, per me è stato semplicemente il voler fare qualcosa di diverso, che non fosse semplicemente un disco, ma  qualcosa di più, che operasse in diversi contesti.

Domani sera suonerai anche coi Cinerama, il progetto che hai messo in piedi dopo il temporaneo scioglimento dei Wedding Present. Aspettavo davvero tanto questo momento, perché amo moltissimo tutti i dischi che hai fatto con questo monicker. Per cui, immagina la mia delusione quando ho scoperto che suonerete solo mezz’ora… se non vi vedo qui, dove diavolo vi vedo?
Mi piacciono i miei i dischi coi Cinerama, mi piacciono le canzoni che ho scritto con loro, da un certo punto di vista anche a me piacerebbe suonare di più. In passato lo abbiamo fatto: ci sono stati certi anni in cui suonavamo due concerti anche come Cinerama, non solo come Wedding Present, ma adesso non lo facciamo più perché è davvero molto difficile portare avanti entrambe le cose. I Wedding Present sono una band che lavora molto, quest’anno abbiamo fatto davvero tanti concerti; per preparare uno show dei Cinerama occorrerebbe molto tempo ed è praticamente impossibile farlo se al contempo sei in giro con un’altra band che, peraltro, è alquanto diversa dall’altra.

Però ho letto che la line up, di fatto, è quella odierna dei Wedding Present…
La band principale è la stessa, ma coi Cinerama ci sono altri musicisti: normalmente abbiamo due tastiere, per poter ricreare le varie orchestrazioni, mentre questa sera avremo anche un trombettista, perché alcune delle canzoni che abbiamo scelto necessitano di quello strumento. Ogni tanto abbiamo anche un flauto, ad ottobre suoneremo a Londra, alla Cadogan Hall, e lì avremo anche una sezione d’archi. Il problema coi Cinerama è che non sono così conosciuti come i Wedding Present, i loro show sono molto più costosi da mettere in piedi perché hai più persone da coinvolgere, i posti per suonare devono essere più grandi e tutto questo rende più difficile avere un ritorno economico. Alla fine quello che facciamo è scegliere qualche data ben selezionata. Per esempio, nel 2015 abbiamo suonato a Londra, registrato il concerto e fatto uscire un cd/dvd; quella è stata effettivamente una bella esperienza. Poi, ovviamente, suoniamo ogni anno qui all’At The Edge of The Sea anche se, come ti dicevo, è difficile trovare il tempo per fare le prove. In generale sono contento, sembra funzionare, ed è un buon modo per tenere in piedi il gruppo.

A giugno vi ho visti al Primavera Sound e, introducendo “Rachel”, hai detto (scherzando, ma neanche tanto) che si trattava di una delle più belle Pop Song degli ultimi anni. Personalmente sono d’accordo con te. Anzi, ti dirò di più: normalmente si parla tanto della tua abilità come paroliere, ma non si mette mai abbastanza in evidenza il tuo talento con le melodie, soprattutto coi ritornelli. Trovo che tu sia un grandissimo autore Pop e che le tue canzoni meriterebbero davvero molto di più. Eppure, forse questo è il problema, hai sempre avuto un approccio molto ruvido per quanto riguarda gli arrangiamenti. E questo in effetti non fa bene, se devi andare in radio…
Sono sempre stato un grande fan della Pop Music, della Motown, dei Beatles, del Glam Rock degli anni ’70… tutte queste cose qui. In generale, mi è sempre piaciuto scrivere canzoni Pop. Allo stesso tempo, ho sempre avuto grande affinità anche con la dimensione più ruvida, scura del rock, mi è sempre piaciuto il Post Punk, per cui credo che in definitiva il mio songwriting rispecchi l’incontro tra queste due diverse dimensioni. “Rachel”, per esempio, trovo che sia una Pop Song davvero brillante però, allo stesso modo, ha un certo mood scuro, con le chitarre in primo piano, riflette quello che è il modo dei Wedding Present di scrivere canzoni. I Wedding Present, da questo punto di vista, hanno un sound che è unico, che è la combinazione di questi due aspetti. Non sono un gruppo Pop, ma allo stesso tempo non sono neppure un gruppo di Alternative Rock. Sono una sorta di ibrido che prende il meglio da entrambi questi universi sonori.

A pensarci bene, oggi la distinzione tra Pop e Rock non ha molta ragione di esistere. Il disco di Beyoncé, per dirne una, è stato incensato anche da testate molto estranee a quel mondo. Per non parlare poi di Lorde, che è stato un fenomeno da subito amatissimo anche nel mondo del Rock. Forse in Italia rimangono ancora certi steccati ideologici,  però nel complesso la situazione appare molto cambiata, non credi?
Sì, credo che oggi sia tutto molto più aperto: succede indubbiamente per via di Internet e per il fatto che ci sono tanti gruppi nuovi che suonano come gruppi vecchi; molti hanno influenze Pop, tutto questo feeling anni ’60 in stile Beatles è tornato in auge, ed è bello che sia così. Credo che alla fin fine sia semplicemente Guitar Music: ci sono le chitarre, le tastiere, la batteria… è tutto come ai vecchi tempi del Rock and Roll, quando semplicemente veniva suonata questa musica, non si perdeva molto tempo a sottilizzare o ad inventare categorie: suonavi in una band, no? Non c’era nient’altro da aggiungere!

Recentemente mi sono riguardato un po’ dei vostri primissimi videoclip e mi sono stupito nel notare quanto ai tempi il tuo look assomigliasse a quello di Morrissey…
Ah sì (ma non sembra molto convinto NDA).

Questo mi porta a domandarti degli Smiths e dell’influenza che hanno avuto su di voi all’epoca… erano una band importantissima, anche se poi a conti fatti, hanno raccolto molto meno di quel che meritavano…
(Nota un tizio che si sta avvicinando all’ingresso del locale,  fa per alzarsi e andare da lui NDA) Scusami, un secondo solo…
(Ritorna dopo un paio di minuti NDA) Perdonami, ma è arrivato questo mio amico che stasera filmerà il concerto…

Bellissimo! Farete uscire un dvd della serata?
In realtà sta facendo un documentario su “George Best”: racconterà la storia del disco e conterrà interviste a tutti i membri della formazione di allora. Poi, siccome stasera lo suoneremo tutto, è venuto per riprendere il concerto per cui utilizzeremo di sicuro alcune parti…

Non vedo l’ora di vederlo! Questo mi fa ricordare una cosa: qualche mese fa avevo letto che avete registrato una nuova versione di “George Best” con la produzione di Steve Albini… è vero?
Sì certo, l’abbiamo già fatto, uscirà ad ottobre!

Mi racconti qualcosa di più?
Beh, la cosa è piuttosto vecchia, ormai. Dieci anni fa, subito dopo aver suonato “George Best” per celebrarne il ventennale, ci siamo trovati con Steve Albini per registrare “El Rey” (il primo disco dopo lo scioglimento di fine anni ’90 NDA). Le cose sono andate così bene che abbiamo finito in anticipo, con ancora mezza giornata di studio già pagata e prenotata. Per cui ci siamo guardati e detti: “Beh, siamo in studio, c’è l’equipaggiamento già piazzato, microfoni, strumenti e tutto. “George Best” ormai lo conosciamo a memoria, visto che lo abbiamo appena ripassato per suonarlo dal vivo… perché non lo riregistriamo?”. E così, pronti via, l’abbiamo fatto, praticamente tutto in presa diretta, una sorta di versione live in studio. E poi ce ne siamo dimenticati (ride NDA)! Già, perché all’epoca eravamo tutti presi da “El Rey”, poi abbiamo fatto “Valentina”, le cose sono andate avanti e ci è uscito di mente. Infine, l’anno scorso, quando ci hanno invitati per quel festival, me ne sono ricordato: “Ma dieci anni fa lo avevamo riregistrato!” (Ride NDA). E così abbiamo deciso di pubblicarlo, uscirà a settembre.

Ma quindi non è suonato dal gruppo di adesso…
Già, esatto, c’era pure una line up diversa (Ride NDA!) Di cos’è che stavamo parlando, prima?

Ti avevo chiesto degli Smiths…
Già, è vero! Sai, non credo che gli Smiths abbiano influenzato poi così tanto il sound dei Wedding Present. Penso che alla base del nostro sound ci siano più gruppi come i Membranes (che avrebbero aperto il concerto la sera stessa NDA), i Velvet Underground, gruppi con le chitarre più aggressive, con un’attitudine più punk. Però di loro ho sempre ammirato il modo in cui hanno superato tutti i modelli per fare qualcosa di totalmente diverso. La prima volta che ho sentito un loro disco ho pensato: “Questa roba è diversa!”. Voglio dire, il modo di cantare, i testi, le chitarre, persino il modo in cui il basso e la batteria lavoravano insieme… non avevo mai sentito nulla del genere! La stessa cosa mi è capitata la prima volta che ho sentito i Pixies, ma anche i Velvet Underground: quella sensazione di stare ascoltando qualcosa senza precedenti, che non sai davvero da dove venga fuori, da cosa sia stata influenzata. Soprattutto i testi degli Smiths mi piacevano tantissimo, anche se io poi mi sono messo a scrivere in maniera più diretta, quelli erano molto più poetici.

Ciclicamente la stampa si diverte a tirare fuori indiscrezioni circa una possibile Reunion della band. Non credo che accadrà mai, ma tu come reagiresti se dovesse succedere?
Sai la gente non fa altro che parlare di Reunion di qua e Reunion di là, la verità, secondo me, è che nella maggior parte dei casi queste operazioni siano una vergogna. Anche se certo, ci possono essere delle eccezioni…

Sono abbastanza d’accordo con te. Però può essere una bella occasione per i fan più giovani, quelli che all’epoca non c’erano…
Mah, certo, anch’io quando si sono riformati i Pixies ero contento, pensavo si trattasse di un’ottima cosa. Alla fine erano esattamente identici a prima! Si sono riformati anche gli Stone Roses, ma lì non è andata altrettanto bene, secondo me. Posso comunque capire che se ti piace questa musica o se sei un addetto ai lavori, possa essere interessante osservare questi fenomeni per scoprire che cosa può succedere.

Parliamo un attimo della tua carriera: il percorso dei Wedding Present è particolare perché avete avuto un sacco di cambi di formazione, di fatto è da tempo che il gruppo come identità artistica coincide totalmente con la tua persona. Cosa ne pensi oggi, guardando indietro a tutto quello che è accaduto nella vostra storia? Personalmente, trovo che da una parte sia un peccato perché, soprattutto all’inizio, avete avuto una line up straordinaria, che avrebbe davvero meritato di durare. Però, dall’altra parte, è anche vero che tutti questi cambi hanno generato lavori molto diversi tra loro, il che è di sicuro un bene, non trovi?
E’ esattamente così: ci sono lati positivi e lati negativi. Da un certo punto di vista, sarebbe bello che i Wedding Present fossero ancora quei quattro con cui ho iniziato nel 1985; sarebbe una cosa molto romantica sai, quattro amici ancora assieme dopo tutto quel tempo… ma dall’altra parte mi sento fortunato perché ho avuto la possibilità di suonare con più di una dozzina di musicisti diversi, tutti molto dotati. È stato un po’ come stare in sei band, no? Mi sono confrontato con persone diverse, idee diverse, sonorità diverse, perché poi i nuovi musicisti che entrano nella band ascoltano cose diverse e questi sono aspetti che ci sono e che nel corso degli anni hanno anche spinto la band in direzioni differenti. Alcuni cambiamenti potevano essere buoni, altri magari meno, ma è sempre stato interessante osservare tutto questo e capire dove ci avrebbe portato. Da un altro punto di vista è triste, perché tu per qualche anno passi un sacco di tempo con quelle persone, vai in tour, fai le prove, condividi la vita e poi, improvvisamente, se ne vanno, arriva altra gente con cui si ricomincia tutto da capo. Alla fine posso dire di essere soddisfatto del modo in cui è andata anche se, ovviamente, mi ha fatto lavorare molto di più; però, nello stesso tempo, mi sono spinto oltre, dove forse non sarei riuscito ad andare.

Tra l’altro la formazione che avete adesso mi piace molto, credo che anche tecnicamente sia un passo in avanti, che ne pensi?
Sì, certo, questa è una delle mie formazioni preferite, molto compatta, molto rock. Il che è stato un bene per “Going Going…” che è uscito così bene proprio perché l’hanno suonato loro!

Siamo alla fine, ormai: mi racconti qualcosa dell’At The Edge of The Sea? Voglio dire, io sono qui perché volevo vedervi dal vivo da headliner e questa era l’occasione per me più comoda. Però poi ho scoperto che questo è un vero e proprio appuntamento annuale… come è nato? E perché proprio a Brighton? Mi pare di ricordare che tu viva altrove…
No no, vivo qui adesso! Ed è esattamente uno dei motivi per cui lo facciamo qui. Dieci anni fa ero in tour, stavamo facendo colazione in un bar e si parlava del fatto che, quando giri a suonare, incontri sempre tante band che aprono per te, gente con cui ti trovi bene ma che poi, per un motivo o per l’altro, finisci per non vedere più. Per cui ho pensato che sarebbe stato bello creare un evento dove poter invitare tutte queste band che ci sono piaciute, assieme a qualche ex membro dei WeddingPresent che nel frattempo avesse iniziato un nuovo progetto. Quindi la cosa è partita. Di base sono io che scelgo di volta in volta le band da invitare poi parlo con Patrick, che è il ragazzo lì all’ingresso, per capire bene se, stanti i cachet di ogni singolo gruppo, possiamo starci dentro con i soldi. Che poi alla fine è il problema principale (ride NDA)! Voglio tenere basso il costo dei biglietti, anche perché questo è un posto piccolo…

Quant’è la capienza?
Ufficialmente tiene 600 posti però negli ultimi anni, quando abbiamo fatto Sold Out, c’era davvero troppa gente, faceva caldissimo e quelli in fondo non riuscivano a vedere bene. Abbiamo quindi deciso di vendere meno biglietti e limitare il tutto a 550 persone, in questo modo staremo un po’ più comodi.

Ma quindi lo terrete stabilmente qui a Brighton?
Sì, però non l’abbiamo fatto sempre qui. In passato lo abbiamo fatto anche più a Nord , ricordo che per due anni di fila facevamo una serata qui a Brighton poi la sera dopo, con la stessa line up, andavamo nello Yorkshire: non esattamente comodo (ride NDA) , infatti poi non lo abbiamo più fatto! Per cui si può dire che adesso lo teniamo stabilmente qui perché, essendo io sul posto, è molto più facile da organizzare. Poi mi piace Brighton, è un bel posto dove stare, offre diverse attrazioni, per cui arriva gente anche dalla Germania, dalla Scozia, qualcuno anche dagli Stati Uniti… venendo qui hanno la possibilità di passare il weekend in una città piacevole. Facciamo anche suonare tante band di Brighton perché mi piace mantenere un aspetto locale. Sai, alla fine è come Natale per me!

Ultima domanda e poi ti lascio andare: perdonami la banalità ma… avete già iniziato a pensare ad un nuovo disco?
Non ci abbiamo ancora pensato perché siamo stati troppo impegnati! Abbiamo dapprima pubblicato “GoingGoing…” , poi siamo partiti per il tour europeo… ma niente Italia ovviamente, perché nessuno viene mai a vederci lì (ride NDA)!

Eh guarda, non me lo dire…
Purtroppo il tuo paese è troppo lontano dai giri che facciamo di solito: l’ideale sarebbe riuscire a suonarci almeno tre concerti ma è impossibile, c’è troppa poca gente interessata a noi, lì.

Ma avete ricevuto qualche offerta dai nostri promoter, recentemente?
Certo, ci contattano tutti gli anni! Ma quello che rispondo è che le condizioni non sono buone. L’ultima volta che abbiamo suonato da voi c’erano trenta persone (ride NDA)! Comunque ci sono altri paesi dove non abbiamo praticamente mai suonato, che per noi sono difficili, come per esempio la Svizzera. Francia, Spagna, Germania vanno bene Italia, Svizzera, Austria per noi sono paesi ancora ostici. Comunque, per tornare alla tua domanda: dopo il disco abbiamo fatto il tour in America, quello in Australia e Nuova Zelanda, quindi non c’è stato proprio il tempo per pensare ad un nuovo album. Beh, abbiamo pubblicato questo nuovo Ep di brani strumentali, l’hai sentito?

Sì certo, mi è piaciuto!
È una cosa che ci ha chiesto ElSegell del Primavera, la casa discografica legata al Primavera Sound: quando ci ha invitato ci ha domandato anche se potevamo pubblicare qualcosa con loro. Di fatto, è l’unica cosa nuova che abbiamo fatto di recente…

Quindi mi sa che ci sarà un bel po’ da aspettare…
Esatto, niente nuovo album per ora! Sai, è divertente perché quando abbiamo fatto uscire “GoingGoing…”, la gente ha detto: “Ah, i WeddingPresent! Ma sono ancora in giro?” (Ride NDA) . Poi, di colpo, è iniziata tutta la trafila dei concerti: avremo fatto cento show fino ad ora e continuiamo a ricevere inviti! L’anno prossimo, credo a marzo, torneremo in America per cui  non inizieremo a pensare ai pezzi nuovi prima della prossima estate. Comunque mi piacciono i nuovi brani strumentali…

Sì, anche se sono decisamente diversi dal vostro solito stile. Ma d’altronde “GoingGoing…” è spiazzante, a modo suo: nelle prime quattro tracce sembrate un’altra band…
Già, la gente me lo dice in continuazione: “Ma siete voi questi?”. Infatti l’Ep è ispirato a quel disco, dopotutto il punto di partenza è stato “Wales”, che è inclusa nell’album. Ho voluto farmi ispirare di più da quelle sonorità particolari, mi piaceva l’idea di realizzare un intero lavoro strumentale che proseguisse in qualche modo il filone. Vedremo cosa succederà in futuro: Charlie (il batterista Charles Layton, che è anche il più vecchio membro dell’attuale line up NDA) vorrebbe fare un disco maggiormente Pop, continua a dirmelo: “Dobbiamo fare un disco Pop!” (Ride NDA).

 

 

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Un pensiero riguardo “The Wedding Present: George Best compie trent’anni – Intervista da Brighton

    […] incontrato David Gedge, leader dei Wedding Present per una lunga intervista, che potete leggere qui, vi racconto At The Edge Of The Sea, l’evento organizzato dallo stesso David per far suonare […]

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