Andrea Poggio – Dal Folk al Pop, l’importanza di avere le canzoni [l’intervista]

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Intervista di Luca Franceschini

A Milano è il primo giorno di dicembre e sembra che il freddo sia finalmente arrivato. Il centro città è un brulichio frenetico e affaccendato di persone intente allo shopping natalizio. All’interno del caffè in zona San Lorenzo che Andrea Poggio ha scelto come sede dell’intervista l’atmosfera è un po’ più tranquilla: un paio di studentesse che ripetono la poetica di Leopardi in vista di una probabile interrogazione, un gruppo di liceali che entra qualche minuto dopo e che sembra stranamente adeguarsi al clima ovattato del posto, limitandosi a qualche chiacchiera a volume contenuto nell’intervallo tra un video su YouTube e una chat su WhatsApp.

In mezzo, io e Andrea a sorseggiare caffè americano e a parlare di “Controluce”, il suo esordio solista, arrivato dopo una lunga pausa durante la quale di lui e dei suoi Green Like July si erano perse le tracce.
L’album è stato da me recensito su queste colonne quindi è inutile dire come la penso. Molto meglio dare il via a questa chiacchierata, visto che è stata lunga, interessante e che si è parlato di tante cose diverse.

Innanzitutto è un piacere ritrovarti! Dopo “Build a Fire” dei Green Like July si erano perse le tracce e non era molto chiaro che cosa tu stessi combinando…
Non sono una persona molto legata ai social network, se è questo che intendi dire…

Beh, in linea generale non è una cosa negativa, anzi…
Ogni mia testimonianza sui social network è frutto di un enorme sforzo e sacrificio, capisco perfettamente che cosa intendi quando dici che in questi ultimi anni forse sono scomparso dai radar! Tornando alla tua domanda, credo che con i Green Like July si fosse concluso un ciclo, avevo come l’impressione che avessimo detto tutto quel che avevamo da dire. “Build a Fire”, in particolare, era un disco molto rappresentativo di quello che il gruppo voleva esprimere, avevamo raggiunto come una sorta di nostro piccolo apice espressivo al quale veniva difficile dare un seguito. Ora, non saprei dirti se ci siamo sciolti o meno: non mi sono mai posto veramente la domanda, non siamo i Rolling Stones, a nessuno frega nulla di avere una risposta (ride NDA)! Non mi sento di escludere che in futuro i Green Like July possano ritornare a suonare assieme. Di sicuro però le esigenze sottese a quel che faccio ora sono profondamente diverse, soprattutto dal punto di vista linguistico. Anzi, probabilmente quel che si era rotto nella mia esperienza coi Green Like July era proprio il mio rapporto con la lingua inglese: non riuscivo più a vestire quei panni, non riuscivo più ad essere padrone a 360 gradi del significato delle mie canzoni. Si inizia a cantare in inglese perché si è legati ad un certo tipo di musica e di proposta, perché i propri ascolti affondano le radici nel Folk, nella musica nera, nel Blues. Ovviamente, non essendo io Lucio Dalla, ho pensato che affidarmi all’inglese avrebbe reso più facile il mio compito. Nel momento in cui si è incrinato questo rapporto con la lingua inglese, ho pensato un po’ di ritornare a scuola, andando a rispolverare tutta una serie di autori italiani che ascoltavo in passato ed approfondendone altri. Non ti nego che sono cresciuto ascoltando prevalentemente musica americana e inglese. Pertanto è stato un percorso lungo e non senza difficoltà. Questa è la principale ragione dei cinque anni di distanza tra “Build a Fire” e “Controluce”.

Vero, “Build a Fire” è uscito nel 2012 per cui sono già cinque anni! Però non avrai mica iniziato subito a scrivere i nuovi pezzi…
In realtà sì, perché questo momento di disaffezione nei confronti della lingua inglese è nato proprio durante le registrazioni di “Build a Fire”. Era la prima volta nella storia dei Green Like July che riuscivo ad essere completamente in controllo di quello che stava succedendo sul disco a livello musicale, ma, allo stesso tempo, mi accorgevo che l’unica cosa che non riuscivo a controllare pienamente era forse la più importante, la lingua con cui mi esprimevo nelle canzoni.

Questo è molto interessante e mi porta a farti subito una domanda che ti avrei posto dopo. Devo dire che conoscendo il tuo background, è sorprendente notare come padroneggi bene il cantato in italiano. Sei approdato alla tua lingua madre per la prima volta ma non sembri spaesato. E questo mi aprirebbe uno squarcio su una questione più generale: dicono in tanti che se canti in italiano non puoi avere successo all’estero ma siamo poi sicuri che le cose stiano così? Forse il discrimine sta più nella proposta musicale. Voglio dire, uno come Iosonouncane sta ricevendo apprezzamenti anche oltre confine…
Partiamo dal fondo. Se parli di Iosonouncane ti rispondo che indubbiamente è uno dei prodotti italiani più validi ed esportabili che ci siano al momento. Questo è il frutto di tutta una serie di concomitanze virtuose, principalmente legate alla persona di Jacopo, che è un musicista straordinario. Non avrei alcun problema a vedere un disco come “DIE” nel catalogo di 4AD o di Sub Pop. Con questo, però, non posso fare a meno di riscontrare che in Italia i lavori a livello di “DIE” siano veramente pochi e forse addirittura si contino sulle dita di una mano. Questo mi rammarica molto perché denota, da un lato, che il livello qualitativo è mediocre, dall’altro, che noi italiani siamo forse pigri e tendiamo a giocare all’interno dei nostri rassicuranti confini e a non confrontarci con l’estero. Per quale motivo non la smettiamo di autogiustificarci e non iniziamo a confrontarci con gli standard di scrittura, di arrangiamento e di produzione di certi dischi americani o inglesi?

Il ritornello che si sente in giro da più di vent’anni è che ci snobbano, che noi saremmo anche all’altezza di tutti gli altri ma che questo non interesserebbe a nessuno…
Non è vero. Nelle mie passate esperienze all’estero coi Green Like July ho sempre percepito sia da parte degli utenti, che da parte degli addetti ai lavori, un’estrema curiosità per la musica italiana. Una volta, addirittura, WFMU (nota radio del New Jersey NDA) ha detto che non era interessata a farmi suonare dandomi come unica motivazione il fatto che di gruppi stranieri che usavano l’inglese ne avevano fin sopra i capelli. Abbiamo una tradizione così importante, così ricca di spunti… è un peccato perderla nel nome di un’esterofilia a volte sterile ed insensata. Certo è che per poterci permettere il confronto con l’estero dobbiamo mirare un po’ più in alto ed osare di più.

Dei testi parliamo dopo però intanto ti chiederei se è cambiato il tuo modo di scriverli, visto il diverso idioma impiegato…
Usare l’italiano è come usare uno strumento diverso. L’italiano ha una metrica, una fonetica e delle esigenze profondamente differenti dall’inglese. In più, abbiamo alle spalle una tradizione musicale che ha sempre dato un’importanza quasi sacrale all’aspetto testuale, certamente più di quanto non avvenga o non sia avvenuto in altri paesi. Per cui, da un lato, sei vincolato a tutta una serie di limiti tecnici derivanti da una lingua che ti impone certi confini a livello metrico e fonetico (non è un caso, in effetti, che un genere come il Blues non sia nato in Italia), dall’altro, senti il peso di una tradizione importante con la quale sarebbe un grave errore non confrontarsi. Da qui nasce la forte necessità, una volta terminata l’esperienza con i Green Like July, di tornare a studiare…

Ma quando parli di “studiare”, esattamente cosa intendi?
Vuol dire riprendere certi autori, certi ascolti, approfondirli, capire come la poetica di grandi autori degli anni 70 e 80 funzionasse e fosse strutturata. Fare ricerca, credo che sia un lavoro normale e necessario in qualsiasi professione. Sai, quando scrivi una canzone queste cose ti possono essere di grande aiuto. In America c’è un antico brocardo che dice: “What would Dylan Do?”, che cosa farebbe Bob Dylan nei casi in cui sei a corto di idee o una canzone ti mette di fronte ad un vicolo cieco. In Italia questa cosa la potremmo riadattare facendo i nomi di altri grandi del passato: penso a Fabrizio De André, a Paolo Conte, a Franco Battiato, a Piero Ciampi. Sono tutti autori che mi sono stati di grande aiuto e conforto quando mi sono trovato a scrivere i testi di “Controluce”.

Hai fatto una scelta radicale dal punto di vista musicale: ci sono gli arrangiamenti di Enrico Gabrielli che sono davvero molto belli e che secondo me costituiscono il valore aggiunto del disco. Come sono nati questi pezzi? Perché sono molto poco canonici ma immagino che tu non ti sia messo a scriverli sopra quel lavoro orchestrale…
In realtà è vero il contrario: questi brani sono nati senza l’utilizzo della chitarra. È la prima volta che in fase di scrittura scelgo di non utilizzare l’unico strumento che realmente so suonare e che mi avvalgo di quelle piccole scorciatoie che ci vengono offerte dalle moderne tecnologie. Ho scritto questo disco interamente su una versione datata e forse un po’ sgarrupata di Garage Band e quindi mi sono divertito ad utilizzare fiati, violini, sintetizzatori e a scrivere gli arrangiamenti avvalendomi degli strumenti musicali che il programma mi metteva a disposizione.

Ma da che nucleo melodico sei partito? Melodie vocali o altro?
Non credo di poter generalizzare, però direi che la maggior parte dei brani confluiti in “Controluce” hanno come punto di partenza la sezione ritmica. Più in particolare, riscontro come molte canzoni abbiano preso le mosse da partiture di basso e batteria, sulle quali poi ho lavorato di stratificazione. Queste canzoni sono state scritte nell’arco di tre anni: se è vero che Enrico Gabrielli è stato coinvolto solo pochi mesi prima delle registrazioni, è altrettanto vero che ho sempre avuto in mente Enrico come l’ideale arrangiatore del disco. Questa cosa ha funzionato certamente da stimolo, facendomi scrivere gli arrangiamenti cercando di immaginare quello che Enrico avrebbe potuto fare in un momento successivo. Ho così sperimentato un metodo di lavoro che, almeno in parte, non avevo mai utilizzato, divertendomi a giocare con intrecci di flauto e sassofono, andando a delineare gli arrangiamenti già in fase di scrittura della canzone. Quando poi ho finalmente coinvolto Enrico, abbiamo deciso di conservare molte delle partiture che, nel corso dei mesi, avevo maldestramente accumulato.

In effetti questo non è un disco chitarristico…
Questo è un disco senza chitarre. C’è stata una ferma e programmatica decisione di non utilizzare alcuna chitarra durante le registrazioni di “Controluce”. È un vezzo, ovviamente, perché non ho niente contro la chitarra in sé. Però mi sono detto: perché no? Perché non fare qualcosa che prescindesse dall’unico strumento che so suonare e di cui ho ampiamente abusato nel corso delle mie precedenti esperienze?

Mi pare anche un disco che, rispetto alla matrice Folk dei tuoi pezzi precedenti, non segua molto la forma canzone. Voglio dire, mi sembra che contenga pezzi che si sviluppano più in senso lineare…
Quanto dici è molto interessante e, se parliamo di Folk in senso stretto, penso di essere d’accordo con te: c’è sicuramente una cesura tra “Controluce” e quanto fatto con i Green Like July. Tuttavia, tra le due esperienze, ci sono numerosi punti di tangenza e vanno ricercati soprattutto nel fatto che sia “Build a Fire” che “Controluce” nascono dalla comune necessità di esplorare i confini della canzone Pop. Non credo che “Controluce” sia un disco di difficile fruizione. Non stiamo parlando di musica sperimentale, ma di canzoni nella maggior parte dei casi caratterizzate da una strofa, un ritornello e poco più.

Questo è chiaro, però è vero che gli arrangiamenti orchestrali e i controcanti danno una certa idea di…
Sono canzoni Pop con un vestito forse più insolito o peculiare rispetto a quanto comunemente si ascolta in radio o all’interno di alcune playlist di Spotify. Però non mi pare che in “Controluce” ci sia niente di particolarmente scandaloso!

Che cosa mi dici invece di questa voce femminile che ritorna un po’ in tutte le canzoni? Mi pare che abbia un ruolo importante…
Si tratta della prima persona che ho coinvolto in questo progetto, a pochi mesi di distanza dal momento in cui i Green Like July avevano terminato il tour di supporto a “Build a Fire”, nel 2014. Si chiama Adele Nigro

Quella degli Any Other?
Esattamente.

Ma pensa! Non l’avevo mica riconosciuta! Sarà per il fatto che canta in italiano… in ogni caso ho fatto proprio una bella gaffe…
L’ho contattata perché mi sono accorto che quello che stavo scrivendo era un qualcosa di molto articolato, stavo portando ad un livello di ulteriore elaborazione quel lavoro di stratificazione delle armonie vocali in parte già presente in “Build a Fire”. Le canzoni che stavo scrivendo erano canzoni sovente caratterizzate dalla sovrapposizione di più parti vocali: ho pensato che una voce femminile, da un lato, avrebbe alleggerito il tutto e, dall’altro, avrebbe reso il mio lavoro più interessante da un punto di vista cromatico. Allo stesso tempo, non ho mai fatto mistero che tutti i miei maggiori riferimenti a livello canoro siano donne. Quando penso ad una voce interessante penso ad una voce femminile. Penso a Joni Mitchell, a Kate Bush, a Joan Baez. C’è una pulizia, un equilibrio che la maggior parte delle voci maschili non ha, forse perché noi uomini siamo pigri e lavoriamo di meno sul nostro strumento, o forse perché diamo per scontato tutta una serie di cose… ma qui mi sono davvero perso: di cosa stavamo parlando?

Di Adele.
Credo che Adele abbia una voce straordinaria, estremamente equilibrata ed emotivamente consapevole. Inoltre vedo certe affinità e corrispondenze a livello timbrico tra la mia e la sua voce.

Parlando dei testi, vorrei chiederti se il titolo “Controluce” potrebbe avere a che fare col fatto che uno, quando è in quella posizione, vede solo i contorni delle cose. Nelle canzoni c’è un po’ questa idea di sospensione, c’è un personaggio che si muove in uno stato di coscienza che non è sempre a fuoco, poi c’è questo tema del viaggio che ricorre spesso… mi sembra che ci sia una sorta di filo che tiene insieme tutto, o sbaglio?
Non vorrei deluderti ma il titolo del disco in realtà l’ho deciso solo poche settimane prime di andare in stampa. In genere, quando scrivo una canzone seguo una piccola idea, alla quale mi affeziono e sulla quale lavoro, quando sono fortunato, per qualche settimana, altrimenti e molto più spesso, per parecchi mesi. In questo periodo di tempo sono come perso in un piccolo deserto all’interno del quale mi muovo a caccia di spunti e di suggestioni e dove la ragione e la logica della mia ricerca si manifesta soltanto progressivamente e in via eventuale. Molto spesso, quando mi trovo a scrivere una canzone o, a maggior ragione, un disco, non ho quella lucidità che mi permette di comprendere in che direzione sto andando a livello di significato o, addirittura, di messaggio. “Controluce” è un titolo che ho scelto per ragioni essenzialmente fonetiche e perché è il titolo di un brano che ritengo particolarmente significativo essendo una sorta di sintesi tra le due diverse anime del disco.

In che senso?
Nel senso che è un brano che si apre ad affondi forse più azzardati e coraggiosi a livello di arrangiamento ma allo stesso tempo, se riprodotto chitarra e voce, risulta una canzone estremamente lineare. Anzi, rappresenta bene l’anima di questo disco che, come ti dicevo, può sembrare difficile ed inaccessibile di primo acchito, ma che poi, con gli ascolti e forse con un minimo di dedizione, si rivela per quello che è: un disco Pop.

È forse più visibile nella seconda parte, questo lato Pop…
Capisco quello che intendi. Se fai riferimento a “Miraggi metropolitani” o a “L’autostrada”, sono brani più standard sia come scrittura che come arrangiamenti. Se prendiamo da un lato “Miraggi metropolitani”, dall’altro “I turisti”, in mezzo c’è tutta la gradazione intermedia di cui è fatto questo disco. Forse, se consideriamo questi due poli, dando per scontato che “Vento d’Africa” è un pezzo a sé stante, al centro ci potrebbe essere “Controluce”. Questa è certamente una delle ragioni che mi hanno spinto a scegliere “Controluce” come titolo del disco.

Una curiosità: c’è un legame tra il titolo “Ave Maria” e il testo della canzone? Perché o non l’ho colto io, oppure si tratta effettivamente di uno Stream of Consciousness di quelli clamorosi…
“Ave Maria” è una sorta di Working Title, uno di quei titoli provvisori che poi, forse mancando idee migliori, diventano definitivi: la stessa cosa, per dire, è successa con “Fantasma d’amore”. “Ave Maria” è un brano che nasce da un opprimente stato di angoscia. Nel momento in cui mi trovavo a lavorare al testo della canzone, mi sono reso conto che, inconsciamente e forse per allentare la tensione, stavo attingendo dal Piero Ciampi più ironico e disperato. Hai presente? Quello che dice “vado a letto col maglione” e “la gamba destra non funziona, chi mi incontra scappa via”. Che poi è il Piero Ciampi di “Io e te, Maria”. Quando mi sono trovato a dare un titolo alla canzone, gli ho dato “Ave Maria” omaggiando Piero Ciampi e ripromettendomi che avrei modificato il titolo in un secondo momento.

 

Però, visto che citi questa canzone, torno sulla mia idea di prima: c’è tanto camminare in questi testi, no? L’io narrante è continuamente in movimento. Magari non sarà stato voluto ma qualcosa nel tuo inconscio deve aver senz’altro lavorato, non trovi?
Credo che “Controluce” rispecchi un periodo della mia vita che è stato caratterizzato in egual misura da momenti sereni e da momenti più angosciosi.

Anche se è un disco positivo, comunque, piuttosto solare…
Sono assolutamente d’accordo con te. Ho cercato di alleggerire e di trattare con ironia i periodi di maggiore affanno e tormento. Almeno, spero di esserci riuscito…

A questo punto la domanda è d’obbligo: dal vivo che cosa succederà? Proprio perché il disco è così particolare, sono davvero curioso di scoprire come lo renderai…
Anch’io (ride NDA)! In realtà anche dal vivo sto cercando di lavorare in netta discontinuità rispetto a quanto fatto con i Green Like July. Vorrei portare in giro un concerto che sia assolutamente non rock e che non attinga in alcun modo da quell’immaginario. Assieme a me ci saranno Mattia Pievani (già tastierista con Dente e Plastic Made Sofa NDA) che manderà in base tutta una serie di cose, soprattutto lo scheletro ritmico dei brani, sui quali suonerà in modo tentacolare, cercando di riprodurre le diverse parti pianistiche e tastieristiche del disco. Ci sarà poi Yoko Morimyo che è la violinista che ha suonato su metà delle canzoni di “Controluce” e che ovviamente suonerà il violino. Infine, Caterina Sforza che mi affiancherà nelle parti vocali.

Adele non ci sarà, quindi…
Non in questa prima fase. In ogni caso questo è un nucleo che può essere visto come un cantiere: nel momento in cui ci sarà la possibilità di coinvolgere altri musicisti, perché no? Sicuramente mi piacerebbe includere qualche strumento a fiato.

Ci sono già date confermate?
Sì, verranno comunicate a metà dicembre!

Da ultimo, permettimi una considerazione: sono molto contento di questo disco perché io trovo che in Italia ci siamo un po’ fossilizzati su questa dicotomia: da una parte quegli artisti che si sono accodati al carro de I Cani, Calcutta, Thegiornalisti (non faccio nomi ma tanto ci siamo capiti); dall’altra tutta una pletora di gente che grida allo scandalo, che la musica di oggi fa schifo e che tutto quello che è uscito dopo gli anni ’70 nemmeno lo considerano. Ecco, in mezzo a questi due partiti oltranzisti, che sembrano non trovare un punto d’incontro, per fortuna arrivano dischi come “DIE” di Iosonouncane, “Infedele” di Colapesce, che trovo strepitoso, e adesso questo tuo, che dimostrano essenzialmente due cose: da una parte che si può fare anche qualcosa di diverso; dall’altra, che se uno ha appena appena un po’ di talento esce fuori dalla massa senza nessun problema… eppure, mi pare, spesso e volentieri la maggior parte della gente non se ne accorge e continua a parlare di “Indie italiano” senza vedere che c’è una differenza abissale tra te e un qualsiasi epigono di Calcutta, per dire…
È una riflessione interessante e mi trovi d’accordo. Io credo che, da questo punto di vista, il vostro ruolo di critici musicali sia estremamente importante: probabilmente questa confusione che c’è tra i vari artisti, questa tendenza a ricondurre tutto al vasto calderone di quello che tu hai chiamato “Indie italiano” dipende da una miriade di fattori, però il ruolo che voi giornalisti avete nel distinguere i prodotti buoni da quelli meno buoni è fondamentale e in alcuni casi a me sembra che manchi. La vostra colpa è non solo quella di accorpare tutto per semplificazione, ma anche di dare spazio a certe realtà che non dovrebbero meritare alcun cenno. Se l’ultimo dei cretini fa un disco e si prende tre stelline e “Infedele” di Colapesce ne prende tre e mezzo… Poi ovviamente la questione è molto più complessa, ci sono altri fattori in gioco, potremmo andare avanti delle ore a parlare anche delle colpe di noi artisti o degli addetti ai lavori. Ma forse non è il caso.

In effetti è mancato il tempo di approfondire e forse, come ha detto lui, non è il caso. Limitiamoci quindi a dare il giusto spazio a “Controluce” e ad inserirlo nelle nostre classifiche di fine anno anche se non è passato molto tempo dalla sua uscita e non c’è stato così tanto tempo di assimilarlo a dovere. Ma sarà un lungo inverno e di sicuro non ci passerà la voglia di ascoltarlo e riascoltarlo…

 

Un pensiero riguardo “Andrea Poggio – Dal Folk al Pop, l’importanza di avere le canzoni [l’intervista]

    […] piemontese. Per me è ovviamente una bellissima notizia, avendo apprezzato moltissimo il suo esordio da solista ma non avendo ancora avuto la possibilità di vederlo in azione. Sul palco è da solo, […]

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