Riccardo Iacopino : intervista a un regista eticamente noir

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Intervista di ElleBi

Al massimo ribasso“ è un “piccolo” film (produzione indipendente, basso budget incrementato attraverso il crowdfunding) che ha una storia importante da narrare. Riccardo Iacopino ha scelto, con coraggio, di entrare nel mondo degli appalti al massimo ribasso, terreno fertile per alimentare lavoratori sottopagati, nonché il proliferare di ingerenze mafiose.

“Si è così realizzato un sogno, quello di raccontare per immagini come c’è ancora vita quaggiù dove gente normale fatica a spiegare le proprie ragioni e ad affermarle contro ogni interesse o potere indicibile…“
Quando ho letto queste parole che spiegavano la genesi della pellicola, ne sono stata immediatamente attratta, anche perché il caso ha voluto, che per dieci anni, io mi sia proprio occupata di gare d’appalto in una piccola, locale, impresa edile.
Ho pensato così di contattare Iacopino per rivolgergli alcune domande che ci aiutassero a conoscere meglio lui e il suo interessante film…
Non è stato immediato riuscire a conciliare i “nostri tempi”, per cui quando alla fine siamo riusciti a ritrovarci per una conversazione telefonica è scattata, simultanea, una risata liberatoria, accompagnata dalle simpatiche parole di Riccardo: “Eccomi, ciao Lucia, come stai ? Ce l’abbiamo fatta…“
“Rotto il ghiaccio”, tutto è iniziato a scorrere fluido fra di noi, in un clima di reciproca empatia fin dalla mia prima curiosità…

Leggendo la tua biografia è evidente una costante propensione per l’indagine sociale, che accende i riflettori su tematiche scottanti quali i fenomeni migratori, la cittadinanza, la legalità. Un approccio che necessita di uno spettatore “già maturo”, o ti poni un obiettivo più ambizioso: ampliare gli orizzonti di tutti?
Bella domandona, grazie! Il discorso è proprio quello, mi occupo da tempo di questi temi e mi sono sempre reso conto della difficoltà di comunicarli. Negli anni è diventato più difficile per il contesto culturale e tante altre motivazioni che ora sarebbe troppo lungo provare a spiegare. La stessa difficoltà che incontra anche chi, essendo operativo nel sociale, avrebbe esperienza e competenza per affrontare questi argomenti narrando storie meravigliose, positive, di riscatto, di persone “che si rimettono in piedi“. Bene, se le racconti così alla gente non gliene frega niente…

E qui ci sarebbe da aprire un altro file interessantissimo… Perché piace più vedere il male che il bene ?
Altra domandona! Mi piacerebbe saperti rispondere. Da divoratore di storie, credo sia normale che ci si appassioni alle difficoltà, se l’eroe non compie il suo viaggio all’inferno non è interessante, non è un eroe. L’inferno non può che essere brutto e lo devi rappresentare… Penso sia il come che fa la differenza, quello dipende dalla sensibilità e dagli intenti di ciascuno. Credo che se c’è onestà e nessun compiacimento si può affrontare tutto. E’ una questione che mi sono trovato spesso a fronteggiare con la Cooperativa Sociale Arcobaleno anche da prima. Infatti Arcobaleno l’ho conosciuta attraverso Don Ciotti, fondatore del gruppo Abele e di Libera, per il quale ho realizzato diversi documentari sulle condizioni di vita dei giovani in tre stati africani. Come raccontare storie ed esperienze dure, a volte sconvolgenti, rispettando la realtà, ma senza “fare spettacolo” con la sofferenza, il disagio, la violenza? Il discorso poi lo abbiamo approfondito con il presidente di Arcobaleno, Tito Ammirati: come narrare le storie che si vivono dentro le cooperative sociali, ma anche nel sociale in senso largo, a chi non le conosce, ai “non addetti ai lavori”, in che maniera raggiungere un pubblico più largo e magari solitamente diffidente rispetto a certi temi? Per questo abbiamo realizzato il primo film prodotto da loro (“40%” Le mani libere dal destino” del 2010) una commedia in cui attori emergenti o esordienti si affiancavano ai lavoratori stessi della cooperativa. Non un documentario, ma una fiction, con la sfida di prendere una “storia normale”, tipica di quello che succede lì dentro, renderla qualcosa di appassionante, “roba da film”, ed è andata benone. Ancora oggi continuano le proiezioni in scuole, carceri. In tutta Italia abbiamo raggiunto più di 10.000 spettatori con una distribuzione quasi porta a porta, anche se non è mancato il distributore ufficiale, Microcinema, lo stesso anche del mio film successivo “Noi, Zagor” del 2013. Pensando ad una nuova pellicola l’urgenza di Tito (Ammirati) era parlare della modalità “del massimo ribasso” nelle gare d’appalto. Dopodiché, devo dire che sono stato fortunatissimo, mi hanno detto: “questo è il tema, vai, scrivi…“

Qui mi inserisco con la seconda domanda, in quanto hai dichiarato: “le storie ti vengono a trovare…” Incontrare un produttore che sia una cooperativa sociale ed insieme decidere di dare vita ad una “favola civile coniugata in noir“ non mi sembra così usuale come scelta artistica… Ci racconti com’è andata?
In effetti può sembrare un approccio strano; chi si aspetta un film di mafia o uno di denuncia sociale alla Ken Loach, per capirsi, resta spiazzato…

Certo ci vuole uno spettatore curioso…
Mi fa piacere che tu lo dica. In effetti ho affermato “le storie ti vengono a trovare“ perché è un’impressione che ho sempre avuto. L’idea da cui si parte è invariabilmente un lampo improvviso che sembra arrivare da fuori, un piccolo distillato di interessi antichi o del momento, contingenze, casualità più o meno significative. Dal corto circuito fra cose che apparentemente non ci incastrano niente fra loro nasce una storia, un personaggio. E lo capisci subito che quella è la strada giusta, da seguire, con pazienza. La produzione mi ha dato un paio di mesi per scrivere un soggetto. Quando l’ho mandato mi son detto: “non me lo faranno mai fare”. Poi invece…

Quindi hai avuto in mente da subito di inserire un elemento surreale, fantastico…
Sì. Desideravo mettere un elemento così, mi sembrava vincente. C’è voglia di un po’ di fantasy all’italiana, di esplorare questo mondo a modo nostro. Tra l’altro, questo sconfinare fuori dai limiti ordinari, permette di aggiungere alla storia anche atri elementi che ti interessano. Così è successo in “Al massimo ribasso” con il personaggio di Diego, al quale abbiamo lavorato con amore tutti e quattro. Infatti, dopo aver scritto il soggetto e un primo trattamento, ho avuto la fortuna di avere con me per lavorare alla storia Giovanni Iozzi, Manolo Elia e Tommaso Santi, che oltre ad essere sceneggiatori sono grandi amici miei.

Questo mi dà l’occasione di riallacciarmi al ricordo di una frase precisa: “Non la voglio facile, la voglio sicura…” uno stralcio di conversazione telefonica nel quale si sente già riassunto l’ottimo livello di sceneggiatura del film. Dialoghi asciutti, incisivi, precisi ma fruibili a tutti, anche quando affrontano questioni tecniche complesse come la spiegazione del meccanismo che regola le gare d’appalto al massimo ribasso. E’ stata una tua scelta fin dall’inizio o il frutto di un percorso corale condiviso?
Avevo chiaro in testa che per costruire una storia così, con elementi anche insoliti, c’era bisogno di proporre un contesto molto realistico e preciso da una parte, mentre, dall’altra, bisognava cercare di evitare il classico errore che si fa: non puoi, come dire, spiegare che cos’è il massimo ribasso in maniera tecnica al pubblico, non gliene importa nulla. E’ questo un obiettivo che ci siamo posti, abbiamo cercato di restare secchi, incisivi, spiegando della pratica del massimo ribasso solo le caratteristiche essenziali. E lì arriva Diego. Possibile che il lavoro, l’impegno di tante persone si riassuma tutto in sette, otto numeri in fila? Si! Allora, se sai quegli otto numeri hai vinto, “è sicura”. Questo è stato un po’ il giochino che mi sembrava interessante e su cui è girata tutta la storia… Giovanni Iozzi è uno psicologo e ricercatore, ma definirlo così mi pare riduttivo. E’ uno che scrive, conosce il mondo e le persone. Con lui una volta che la storia era stabilita nelle linee generali, i personaggi in parte ancora senza volto, qualcuno ancora da inventare, ci siamo chiesti: “chi sono queste persone? Parliamone…“. Abbiamo cercato di definirle e conoscerle nel profondo. Manolo Elia, che è torinese e grande appassionato di cinema, mi ha aiutato a dare un bagno di torinesità alla storia, a capire come muoverla in città. E poi il suo apporto, il suo entusiasmo, la sua generosità, sono sempre importanti quando si affrontano sfide del genere. Tommaso Santi è sceneggiatore, oltre che regista e autore di documentari, con lui abbiamo tirato le somme di tutto, sfoltito, tagliato, siamo arrivati alla sceneggiatura attraverso diverse stesure. Quando si collabora in tanti chiaramente si possono avere idee diverse. Ogni cosa è in discussione quando si scrive. Ma è normale. Ascoltati i consigli di tutti, poi uno decide e ci mette la faccia.

Trovo decisamente interessante la struttura oserei dire quasi corale del cast. Se infatti i protagonisti sono Diego e Anita, anche le figure di contorno , penso a Rocco, a Planck, all’hacker, riescono a colpire l’attenzione delle spettatore, soprattutto ogni singolo attore rivela un ottimo livello recitativo. E’stato difficile formare questa sinergica squadra di lavoro ?
Allora, sai quando succedono le cose… “il fiume scorre, fallo scorrere e va bene così”. In realtà alla fine, come in un mosaico, tutte le tessere si sono messe al posto giusto. Ovviamente i piccoli film devono cercare di non avere tanti attori. Ho avuto un cast molto buono, abbiamo visionato 400 persone, quasi tutti son venuti dai provini, a parte Stefano (Dell’Accio) che conoscevo già per aver fatto parte del cast anche in “40%”. Comunque ho provinato anche lui, siamo spietati (risata)… una cosa, come dire, pro-forma. Anzi, prima gli avevo già dato tutte le dritte ….

Fra l’altro la sua parte (Rocco) non mi sembra facile…
Ha studiato tutta un’estate, è andato a passare del tempo in compagnia di persone con disagio mentale, ha parlato con una psichiatra. Non era facile. Si poteva cadere nello stereotipo o nella macchietta del malato di mente. Ne abbiamo parlato, non doveva fare uno “schizofrenico”, doveva farci vedere come sarebbe stato lui, Stefano, schizofrenico. Insomma, la differenza fra un attore e uno che recita. Ma Stefano è serio, rigoroso. Difficile, però è stato bravissimo.
Matteo Carlomagno è stato l’ultimo attore che ho esaminato in un provino; ho capito che poteva essere il protagonista perché fra tutti, pur dai pochi cenni di storia e dalle due battute che gli ho dato da leggere, ha mostrato subito di aver capito il personaggio e di avere, misteriosamente, qualcosa in comune con lui. Ci ha anche detto che eravamo dei pazzi scatenati, a fare un film così. E dunque ci siamo intesi subito… Sapevo che Matteo avrebbe fatto un Diego, come dire, molto suo, da dentro. E Diego a un certo punto è diventato davvero suo. Ha plasmato il personaggio, lo ha arricchito con idee in più rispetto a quanto avevamo scritto. Si è fatto davvero possedere da Diego, ha dato tutto. Sono stato fortunato ad averlo nel film.
Devo dirti la verità, appeno ho visto Viola Sartoretto mi son detto: “ questa è Anita! “ Perfetta. Anche lì sono stato fortunato, perché Viola è proprio una nata per il cinema, terrebbe un primo piano per dieci minuti…. E’ sensibile, attenta, ha tecnica e anima. Ringrazio lei, come tutti gli altri, per averci messo davvero quel di più che solo l’amore e la passione ti fanno dare.
Francesco Giorda è un attore, uno stand up comedian, bravissimo e giustamente apprezzato. Lo conosceva Manolo per i suoi spettacoli a Torino. Appena m’ha fatto vedere la sua foto ho esclamato: ”va beh, lui è Planck di sicuro”. Alberto Barbi (Ing. De Masi) mi ha convinto proprio perché ha una faccia in fondo da buono che però “fa” bene il cattivo. Ed era quello che mi serviva. Anche lui è stato subito entusiasta del progetto e ha messo tante energie e dedizione nel tratteggiare il personaggio dell’Ingegnere. Davvero, tutti bravissimi, grandi professionisti e belle persone.

La fotografia è indubbiamente un altro punto di forza di questa pellicola. Ne esce una Torino difficilmente riconoscibile, sia nelle riprese della città, che negli splendidi spaccati di natura incontaminata in cui si rifugia Diego quando è posseduto dal suo “sentire troppo”. In che modo avete lavorato con Alessandro Dominici per arrivare ad un impatto visivo così affascinante ?
Sandro è un grande professionista della pubblicità e si vede. Ha creato bellissime atmosfere, la sua raffinatezza nella composizione dell’immagine è un grande valore aggiunto per il film. Per quanto riguarda la Torino mostrata devo dire la verità, in gran parte ho scelto io dove girare. Certo mi hanno anche portato in giro i miei amici torinesi , molti posti li conoscevo , altri li abbiamo trovati passeggiando. Per le location c’è stato ovviamente l’apporto di Marcello Sesto, il direttore di produzione. Ormai si girano tanti film a Torino, e ho anche cercato luoghi dove non fossero andate altre troupe. A volte no, come nel caso dell’inquadratura di Piazza della Repubblica. E’ vero, arrivano tutti lì quelli che fanno un film a Torino, ma mi son detto: “chi se ne importa, vengono perché è proprio bella e allora la riprendo anch’io”… L’hanno notato in diversi torinesi che si vede una Torino diversa, forse perché io son di Prato, ecco…(risata)

Arriviamo ad uno scambio di battute fra Rocco e Diego che ha proprio colpito il mio animo femminile…
Rocco : -Sei innamorato?
Diego : -Mi piacciono i suoi pensieri…
Rocco : -Allora sei innamorato….
Un concetto razionale per definire quello che generalmente è riconosciuto come lo stato sentimentale per eccellenza. Come è nata questa dichiarazione così diversamente romantica ?
Ti rispondo cercando di non anticipare troppi elementi della storia. Diciamo che tante affermazioni fuori registro o anche banali modi dire, detti da Diego o riferiti a lui assumono un significato particolare, data la sua sensibilità non comune.

Un dialogo molto conciso, che però trasmette tanto…
Credimi, gli attori sono stati bravissimi, in questi piccoli film i più sacrificati sono loro. Noi lottiamo contro il tempo, se te la fanno bene alla prima, te devi per forza dirgli: “buona, ciao!“ Loro restano lì e dicono: “Come, ma fammela rifare, la faccio meglio…“. Devono cercare di essere perfetti, possibilmente al primo, al secondo ciak e tieni conto che erano tutte parti difficili…

Quanto tempo avete avuto per le riprese?
Cinque settimane e qualche giorno, per un film a budget normale di solito si gira minimo otto settimane, i film piccoli si fanno in quattro, noi ci consideriamo fortunati di aver girato in 40 giorni…

“Al massimo ribasso” ha ricevuto una calorosa accoglienza al recente Torino Film Festival , e a fine novembre, per 5 giorni, è stato programmato in streaming attivando un profilo unlimited sulla piattaforma mymovieslive, dove ho potuto visionarlo anch’io. Da spettatrice, in particolare di una località di provincia, ammetto che ora sono un po’ “preoccupata” per la distribuzione di questa pellicola coraggiosa. Cosa ci puoi dire in merito ? Possiamo fare qualcosa anche noi come pubblico per aiutarti in questo senso ?
Proprio in questi giorni ci sono discussioni in corso con un distributore, non posso darti dettagli e date certe per ora. Una distribuzione comunque ci sarà. Certo, non sarà da centinaia di copie, ma faremo il meglio possibile. Intanto in marzo, il sedici, saremo in concorso al Sudestival 2018, in Puglia e ne sono molto felice. Poi vedremo. Ci sono nuove forme e modalità distributive in cui l’apporto del pubblico grazie alla possibilità di comunicare in rete è decisivo. Ci terremo in contatto e ti farò sapere con molto piacere. Questo prima di avere anche il passaggio rai, sperando che non sia alle tre di notte…(risata)

Penso che poi, pian piano, arriverà anche il passa parola, perché è proprio un film realizzato in modo diverso rispetto a quello che è l’approccio solito italiano…
E’ un film che forse spacca un po’ il pubblico, al festival di Torino a chi è piaciuto, è piaciuto tantissimo, quindi son contento. Del resto è proprio quello che volevamo un approccio un po’ diverso…poi guarda, i film son bestie strane , si nutrono delle energie mentali delle tante persone che li fanno, dopo un po’ diventano una cosa viva, prendono un fiato che è il loro, li devi lasciare andare e cavalcare. Quanto alle influenze, a me piacciono gli americani (si fa per dire, non solo loro, certo) ma, evidentemente quello che ti piace vedere, non è detto che sia quello che fai. Da giovane pensavo che con le telecamere si cambiasse il mondo, oggi mi accontenterei, con questo film, di aver provato ad allargare un po’ lo sguardo.

Mi piace molto quello che hai detto : “bisogna allargare gli orizzonti, bisogna andare un po’ più a fondo”…in questo mondo così veloce, sempre connesso, si rischia invece di rimanere in superficie…
Il ritmo della pellicola è un po’ sospeso, come il protagonista, Diego. C’era la necessità di ricreare questo suo stato d’animo, cercare di far capire che la sua esistenza galleggia sempre a metà, a mezz’aria fra l’ignoto che lui non riesce a controllare e il mondo concretissimo di coloro che lavorano tutti i giorni sulla strada. Se vedi “40%”, l’altro film fatto con Arcobaleno, ha un approccio completamente diverso, è tagliato in tutt’altro modo perché i personaggi sono frizzanti, bisognava, come dire, trasmettere la loro verve…

In futuro pensate di partecipare a qualche altro festival ?
Si, come ti dicevo parteciperemo a Sudestival in Puglia, poi abbiamo mandato il film anche all’estero, staremo a vedere…

Sei ancora del tutto concentrato su “Al massimo ribasso” o hai già in mente qualche nuovo progetto ?
Sto scrivendo, ho un paio di progetti cui tengo molto. Uno è un documentario, di tema musicale. Ma è ancora presto per parlarne. Poi, sai com’è, bisogna stare attenti, le storie ti vengono a trovare e non si sa mai quando arrivano….

 

 

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