Andrea Amati – Adesso viaggio più leggero [intervista]

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Intervista di Luca Franceschini

Avevo scoperto Andrea Amati per caso, quattro anni fa, in apertura del secondo concerto che i Miami And The Groovers avevano tenuto a Cesenatico per presentare il loro nuovo disco. Ero rimasto favorevolmente colpito dal suo breve set, avevo ascoltato e recensito il suo album “Via di scampo”, qualche tempo dopo lo avevo intervistato. In questo periodo non ho smesso di seguirlo e sapendolo impegnato nelle registrazioni del nuovo lavoro, non vedevo l’ora di scoprire che cosa ne sarebbe venuto fuori. Tanta attesa è stata ripagata in pieno: Bagaglio a mano, secondo disco per l’artista di Santarcangelo, è di una bellezza rara, dove il cantautorato che ne contraddistingueva i passi iniziali convive naturalmente con un finissimo Pop da classifica e le melodie vincenti regnano incontrastate.

Ne abbiamo parlato al telefono il primo sabato di marzo, proprio all’indomani del concerto di presentazione in programma al Teatro degli Atti di Rimini, l’evento che avrebbe dovuto inaugurare il suo nuovo corso e iniziare un tour che potrebbe lanciarlo davvero in alto. Purtroppo, a causa delle pessime condizioni atmosferiche del weekend, la data è stata rinviata al 18 aprile. Mio malgrado, ho dovuto stare a casa e consolarmi con l’ascolto ripetuto dell’album. Non ho comunque rinunciato a fargli un po’ di domande ,ne è uscita una chiacchierata ricca di spunti di riflessione.

Sarebbe stato veramente bello ritrovarsi tutti a cantare le canzoni di “Bagaglio a mano” ma purtroppo le condizioni atmosferiche non ce lo hanno permesso. Come sei arrivato alla cancellazione del concerto? È stata una decisione tua o sei stato in qualche modo “costretto” dalle circostanze?
E’ stata una decisione presa di comune accordo. Abbiamo monitorato la situazione delle ultime 24 ore e non era buona: tanta neve, tanto ghiaccio, Rimini è una zona di colline e io avrei perso davvero tante persone che abitavano nei dintorni, persone che mi avevano già scritto che non ci sarebbero state a causa del tempo. Sai, in centro saremmo anche riusciti a farlo, pur con qualche disagio, ma in collina c’erano posti con mezzo metro di neve! Per cui abbiamo deciso di posticipare: mi brucia davvero tantissimo ma lo abbiamo anche fatto nella consapevolezza che il 18 aprile avremo davvero tutte le le possibilità di fare un bel pienone!

Il disco mi piace tantissimo. È sicuramente molto diverso anche se si sente la tua impronta: la tua scrittura c’è ma, semplificando, si potrebbe dire che hai un po’ virato verso il Pop. Non la direi neanche così però: trovo che la grossa differenza stia nel lavoro di arrangiamento che qui è molto più curato, molto più maturo. Ecco, forse la cosa più giusta da dire è che sei sempre tu ma che, snellendo e maturando il processo di scrittura e di arrangiamento, il tutto suona decisamente molto meglio.
Io lo chiamerei un disco di smarcamento, di allontanamento da quello che avevo fatto in precedenza e dall’idea che siccome hai certe caratteristiche, allora ti devi inquadrare in un certo genere, in un certo modo di fare le cose. Io mi ero rintanato in quella comfort zone in cui ero quello che vagamente richiamava il cantautore serioso anni ’70, De André o ancora prima Tenco. Il primo disco in effetti era fatto così, con arrangiamenti semplici, suonato da cinque persone, registrato con cinque piste o poco più. Invece io non sono così, non mi rispecchiava. Era il primo lavoro ed è andato bene però, sin dal primo momento in cui ho iniziato a scrivere questi nuovi pezzi, ho sempre avuto in testa l’idea di colorare molto di più, di cercare una chiave che fosse anche autoironica, di prendermi meno sul serio, di cercare di abbattere quelle barriere che io stesso mi ero creato col mio status. Non volevo più essere il cantautore legato ad una certa tradizione. Chiaramente lo sono, ma sono anche tanto altro. Ne abbiamo parlato durante le nostre chiacchierate sulla musica e ti ricorderai che De André lo abbiamo nominato ben poco! Per cui mi sono detto: perché non provare? Da qui la scelta di aprire il disco e i concerti con l’episodio più spiazzante, “Mi sono perso”. Più che una canzone, è una dichiarazione d’intenti, è l’episodio più estremo rispetto a quello che c’era prima. Per me quindi è stato un processo di liberazione. Mi volevo divertire a fare questo disco! Infatti non mi sono posto né limiti temporali (ci abbiamo messo tanto a farlo, è stato un processo molto ragionato) né limiti di genere. Non è un peccato, anche se tante volte lo sembra, cercare di fare una cosa che possa piacere a qualcuno, che possa arrivare non a due persone ma a tre. Queste canzoni hanno avuto almeno tre, quattro strade musicali a testa! Per questo ci abbiamo messo così tanto! C’è stata proprio la voglia di sperimentare, di provare approcci nuovi, di uscire dalla zona di comfort nella quale mi sarei voluto rintanare. Ho dei musicisti straordinari, le canzoni le avevo, se avessi fatto un disco uguale al precedente sarebbe andato tutto bene ma ero io il primo a non volere…

E’ interessante questa cosa che dici perché guardando la seconda puntata di “Ossigeno” c’era l’ intervista a Bonolis che mi ha veramente colpito perché diceva proprio che la televisione ti inscatola, ti obbliga a farti vedere sempre sotto la stessa luce, senza cambiare mai. E infatti lui in questa intervista ha detto cose che non mi sarei mai aspettato, si è rivelato per una persona molto più interessante che nelle sue trasmissioni. Da un certo punto di vista hai fatto la stessa cosa: con questo disco hai mostrato un lato di te che prima non emergeva e che invece contribuisce ad arricchire la tua statura artistica…
Sono d’accordo. Su Bonolis la vedo come te: ho sempre pensato che fosse uno spreco di talento. Potrebbe essere il numero uno, si vede che è una persona preparata, è anche uno dei pochi che ha una certa padronanza dell’italiano per cui poi viene da chiedersi perché vada a fare quei programmi beceri…

Il disco inizia appunto con “Mi sono perso” che è una canzone programmatica, come dicevi prima, dove sembri riflettere sulla difficoltà di trovare la propria voce in un mondo che pretende di etichettare tutto; quindi c’è tutto il rapporto tra la sincerità del talento e quel mestiere, quell’accorgimento che ti permette di emergere. Temi importanti, però raccontati con un linguaggio leggero. Però poi c’è la title track, che arriva subito dopo e che sembra in qualche modo essere una risposta: una canzone più “seria”, se vogliamo, dove tu decidi di ripartire più leggero, con quello che hai, più libero dai condizionamenti…
Hai colto il punto, credo. I primi due pezzi sono fratelli, così come tutto il resto del disco ha dei tratti in comune sia dal punto di vista musicale che testuale. Il concetto dell’alleggerimento è sacrosanto ed è quello su cui ho voluto porre il focus. Come dobbiamo trattare quella che è la nostra possibilità di movimento all’interno di un sistema come quello dell’arte e della musica, che se da un lato ci dà tante soluzioni di mezzi espressivi, dall’altro ha sempre bisogno di catalogare, di etichettare, di mettere l’ashtag su quello che sei e su quello che non sei? Il mio alleggerimento non è niente di più che un alleggerimento da questi muri mentali, da questo voler essere a tutti i costi quello che deve fare un tipo di canzoni per un certo tipo di pubblico, per un certo tipo di spettacoli. Mi sono stancato, non mi divertivo più a fare quella cosa lì. Potrei firmare in qualsiasi momento con un’agenzia e fare cover di De André per tutta la vita, probabilmente in questo modo potrei pure riuscire a vivere di musica! Però vedi, ho ancora quell’idea di fare una cosa perché voglio farla e da questo punto di vista il disco è stato una liberazione. Ci sono stati tanti dubbi, nel corso di questi due anni di strada, ma adesso che ho in mano il prodotto finito sono molto contento. Credo che riuscire ad essere leggeri ed orecchiabili pur esprimendo concetti così personali, rappresenti per me un traguardo importante. Non ho una poetica particolarmente forbita o che possa scavare così tanto nel profondo. Non sono Il Bianconi di “Fantasma”, per dire. Però mi piace molto quando lui riesce a fare queste cose super Pop pur rimanendo Bianconi. Hai presente l’ultimo disco? Secondo me è un esempio perfetto di quel che sto dicendo.

Sì certo! Non solo mi è piaciuto moltissimo ma penso che la strada che dovrebbero prendere adesso sia proprio quella lì. Dopotutto si sono fatti conoscere facendo Pop, non dando lezioni di cantautorato…
Anche perché, scusami, a che cosa dovremmo puntare altrimenti? Mi rendo conto di risultare molto ingenuo, naïf, a differenza di tanti altri che fanno il mio mestiere. Ma sotto a questo atteggiamento c’è una consapevolezza di fondo: dove puntiamo ad arrivare, noi tutti? Cosa pensiamo di ottenere? O fai l’artistoide ai limiti del morto di fame, vai in giro a fare l’eletto col tuo piccolo pubblico, ma l’idea del successo in sé penso sia quasi irraggiungibile. Il successo per come lo intendiamo noi è un retaggio di anni fa che non esiste più. A quel punto, persa per persa, è inutile a stare ad arrovellarsi sul dover dimostrare chissà cosa. Meglio sganciarsi e percorrere una strada sincera, che magari ti porta più dell’altra a raggiungere le persone. Io ho la sensazione che questo disco, pur non ancora uscito, stia già piacendo di più. Lo vedo che sta arrivando e che potenzialmente può arrivare molto. Da un certo punto di vista, è stata l’operazione più anti mercato che ho fatto! Ci ho messo una vita, sono stato anni a riproporre il primo album perché volevo prendermela con calma, eppure sono arrivato ad un risultato finale che secondo me è molto accessibile.

Hai usato molta elettronica, contrariamente al disco precedente ma non è una dappertutto, la usano dappertutto, la usano tutti, è diventata un mezzo espressivo più che un fine vero e proprio. Quel che invece mi ha colpito è che c’è una fusione perfetta tra questi elementi digitali, se vogliamo, e quelli analogici. Il violino di Federico (Mecozzi NDA) è perfetto: è usato in maniera tutto sommato canonica ma si fonde veramente bene con un discorso più Pop, più digitale. Dall’altra parte c’è tutta questa serietà nella leggerezza, come dicevi prima, che si sente soprattutto in brani come “Cose” (che è la mia preferita) o “Bacio botto”. Una serietà quasi “epica”, direi. Sono due canzoni dove, attraverso alcune domande, provi ad arrivare al cuore dell’esistenza. Uno vive, fa le sue cose ma arriva sempre il momento in cui si chiede: ma la vita che cos’è davvero? Perché si vive? Potremo mai arrivare a raggiungere, a conquistare una nostra dimensione definitiva? È quel “traguardo a cui arrivare senza farsi così male” di cui canti nel ritornello di “Bacio botto”. Alla fine tutti vogliono questo: arrivare da qualche parte e, se possibile, evitare una certa sofferenza. Il fatto stesso che tu ti sia confrontato con questi temi, pur all’interno di un linguaggio musicale così, mi pare degno di nota.
In realtà i temi “pesanti”, per così dire, mi hanno sempre appassionato molto. Già su “La resistenza”, che apriva il primo disco, trattavo temi evidentemente più grandi di me. Io sono fatto così, sono un pesantone, mi piacciono le cose pesantone e quindi sono domande che mi pongo. Soprattutto mi piacciono le canzoni con le domande, mi piace offrire a chi mi ascolta delle domande. Odio chi scrive canzoni piene di risposte. L’arte non deve imporre delle risposte, deve piuttosto offrirti la domanda giusta che possa smuovere una tua risposta. Dylan è uno che è considerato uno dei più grandi ma quando è stato grande? Quando raccontava quelle storie che ti facevano riflettere, non di certo quando si è messo a fare i sermoni! Al di là del discorso religioso, non è quello il punto, era diventato un uomo che ti vendeva delle certezze, però erano le sue certezze. Io non ho nessuna certezza da dare, ho solo domande. Se ci pensi, questo si collega bene al discorso che facevamo prima sull’arrangiamento e sulla melodia più leggera. Perché, visto quanto è difficile trovare un senso a tutto, potrò perdere tempo a fare musica solo per dimostrare qualche cosa? Penso proprio di no, ho ben altro che mi turba l’esistenza! Quindi voglio essere libero di pormi le domande che voglio, con il linguaggio che preferisco. Per questo sì, l’epica di cui tu parli a me piace molto, però a differenza di prima è un’epica che è riuscita ad essere meno seriosa, a trovare un’autoironia che a me mancava totalmente. Questo grazie ad un po’ di collaboratori che mi sono scelto.

A questo arriviamo tra poco. Prima volevo affondare un attimo sul punto di prima. In “Cose” dici: “E ritrovarsi a braccia aperte e poi morire di risate”. Mi piace molto perché la vedo così anch’io. Ad un certo punto nei rapporti è bello arrivare a godersela, senza troppo tormentarsi, flagellarsi. I rapporti sono belli quando sono liberi, quando si può arrivare ad essere se stessi e quindi anche ridere di sé, di quello che si è. Ci ho visto questo in quella canzone. Che pure non è allegra però sicuramente direi che è liberante, non trovi?
Sono d’accordissimo. È un mio tentativo: nel corso dei rapporti interpersonali che ho avuto nella vita mi sono sempre troppo flagellato, mi sono sempre fatto delle domande che però rivolgevo solo a me stesso; questo mi ha portato a costruire un muro, piccolo o grande che fosse, spesso o poco spesso, quel muro c’era, un muro nei confronti delle persone che ho amato, dei miei amici, della mia famiglia, dei miei colleghi. C’ero e non c’ero, ero sempre un po’ sotto questa bolla e probabilmente lo sono ancora perché non è che si guarisca da queste cose! Però sicuramente questo disco mi ha aiutato ad usare questo problema per creare qualcosa ed è bello, direi!

Parliamo quindi del tuo rapporto con la band. Ho sempre avuto l’impressione, parlando con te, che ti consideri molto di più come individualità in rapporto al tuo team di musicisti, piuttosto che come artista solitario. Per questo disco ancora di più: si ha spesso la sensazione che tu lo consideri come il frutto di un lavoro in comune…
Sono molto contento che tu abbia avuto questa sensazione. Proprio ieri parlavo con un’artista di Rimini che mi ha comprato il disco a scatola chiusa. Mi sono sentito di avvisarla dicendole: “Spero che ti piaccia, è molto diverso dal precedente.”. Ma lei ha risposto: “Guarda, te lo compro perché qualsiasi cosa tu faccia, hai una bellissima caratteristica, emerge sempre una coralità di gruppo, di famiglia. Soprattutto dal vivo questo si vede: sei tu che emergi ma tutto quello che ti circonda dà l’idea di una interazione umana, di una lunga convivenza. Sembra che non litighiate mai!”. In realtà litighiamo molto (Ride NDA)! Però è vero che i collaboratori sono sempre gli stessi. Esco col mio nome però è come se Andrea Amati fosse una piccola comunità. In questo disco ho scelto di avere, a differenza del primo, un produttore vero e proprio, che è Massimo Marches. C’è una fiducia reciproca: lui si fida di me se gli dico: “Guarda che questa frase io la sento così.” Io mi fido di lui se ad esempio mi dice: “Mi sono perso dev’essere un pezzo estremo, non ammorbidiamolo.” Per cui gli ho affidato un lavoro così personale , è lui il produttore di questo disco, ha seguito ogni fase, anche più di Federico e si sente che c’è un lavoro di produzione ragionato. Per me affidarmi è fondamentale. Sia per mancanza di capacità mie, sia perché ho la fortuna di avere trovato un gruppo di persone vincenti con cui condivido il palco, lo studio, le prove, i ragionamenti dietro alle canzoni.

So che a questo giro hai chiesto una mano anche nella scrittura dei pezzi…
Esattamente. Avevo già scritto tutti i pezzi, musica e testi, era tutto pronto. Però mi è venuta voglia di rimescolarne alcuni , riaprirli, in un certo qual modo, assieme a persone che stimo, di cui sono fan. Era una cosa che avrei voluto fare da tempo ma che è rischiosa perché, da un certo punto di vista, può sembrare che ti faccia perdere delle certezze anche se solo apparentemente è così. Ho dunque chiamato Daniele Maggioli, un cantautore di Rimini, nettamente il più bravo che abbiamo: ha pubblicato recentemente un Ep intitolato “La casa di Carla”, che è davvero un piccolo capolavoro. Per me è davvero un maestro, una stella polare, proprio. Così l’ho chiamato e gli ho detto: “Guarda, io ho questi due pezzi che vorrei declinare in maniera diversa, vorrei utilizzare una modalità autoironica e ti chiedo aiuto perché tu sei molto ferrato in questo tipo di scrittura.”. Così abbiamo rivisto insieme “Mi sono perso” e “Carmen” che, guarda caso, sono proprio i due più ironici e graffianti del disco. Mi è capitato anche con Braschi: gli ho mandato “Verrà il tempo” e gli ho chiesto di cambiare qualcosina, così, di suo gusto. È stata un’esperienza che ho voluto tanto ed è servita: i pezzi erano già finiti però adesso sono più belli!

Ecco, l’unica critica che ti potrei fare è proprio su “Carmen”: è un bel pezzo, musicalmente parlando, però un po’ troppo didascalico. Dice le cose che uno si aspetterebbe che dicesse, è un po’ scontato, in questo senso. Per carità, è bella, ha tiro e sono convinto che anche dal vivo funzionerà benissimo. Però non ti spiazza, trovo che sia una soluzione un po’ scontata ad un problema, quello della superficialità e frivolezza giovanile, già ampiamente codificato. Non so se mi capisci… osì?
Sostanzialmente posso anche essere d’accordo. Credo del resto che in un processo che voglia andare a scavare altri tipi di scrittura, siano in qualche modo inevitabili dei piccoli momenti interlocutori. In questo senso “Mi sono perso” è molto quadrata, invece.

Assolutamente. È un brano davvero riuscito e spiazza parecchio, in effetti. Nel disco hai incluso anche “La ballata della moda”, la tua personale versione del brano di Tenco. La suoni dal vivo da parecchio tempo e sinceramente non mi aspettavo di vederla nel disco. Voglio dire, in un lavoro dal minutaggio così ridotto (che è una bella cosa, eh! Ultimamente sto rivalutando parecchio chi sceglie di non superare la mezz’ora di materiale!), forse sarebbe stato meglio inserire un brano nuovo in più, piuttosto che qualcosa che il tuo pubblico conosce già molto bene… Però è una versione davvero bella e trovo che il suo contenuto sia ancora molto attuale…
Ormai è diventato un pezzo che dal vivo non posso più non fare, gli ho trovato una chiave personale che in un mio live si mescola benissimo a tutto il resto. Considerando questa cosa, visto che, come hai detto tu, il brano è assolutamente credibile e che abbiamo trovato questa formula per riarrangiarlo completamente, siamo andati oltre a quello che già facevamo dal vivo e ci siamo detti: perché no? In fondo c’è una parte di me che si sente anche un’interprete, mi piace cantare le canzoni degli altri a modo mio! A livello di tematiche, peraltro, la canzone si sposa molto bene con quello che dico nel disco, l’arrangiamento che abbiamo trovato anche, per cui eccone spiegata la sua presenza .

“Salvo” è un altro brano che mi ha colpito. Ricordo di avertela sentita fare dal vivo qualche anno fa a Riccione e già allora mi aveva impressionato. Però  la ricordo come una canzone più sbarazzina, ballabile, più a la “Carmen”, diciamo. Mi ha stupito questo arrangiamento così scarno, per certi versi e ti dirò che mi piace parecchio di più così, trovo che si sposi molto meglio con il mood particolare del testo…
“Salvo” era un pezzo che avevo scritto da tempo ma ero sicuro che sarebbe finito nel disco, era troppo bella per non metterla! Abbiamo lavorato un po’ sul testo, l’ho leggermente accorciato, con la collaborazione di Daniele anche se questo è stato più un lavoro di fino, il 90% era pronto. L’abbiamo un po’ alleggerita musicalmente, pur aumentando il numero di strumenti, abbiamo tolto quel Reggae ostinato con cui la facevamo prima; in questo modo abbiamo dato risalto a quanto raccontato. Lo considero un testo buono per cui ci può stare che sia più in risalto. Un brano come “Carmen”, in effetti, ha un testo “normale”, ci sta che sia suonata in quel modo. Questa invece va a toccare qualche nervo scoperto, è stato giusto mettere la storia in primo piano…

Credo sia il tuo testo più riuscito, quello più da cantautore; dimostra che, oltre a saper scrivere a livello musicale, sai anche usare molto bene le parole…
Me l’avevi già detto la prima volta che l’avevi sentita, infatti…

Davvero? Non me lo ricordavo proprio!
Sono contento di questa tua coerenza, voluta o non voluta… (Risate NDA)

Senti chiudiamo con una cosa scontata ma non posso non chiedertelo: so che hai visto “Principe libero”, il film dedicato alla vita di Fabrizio De André e che hai suonato alla prima riminese. Come l’hai trovato?
Diciamo che quello che ho visto è stato più o meno quello che mi aspettavo di vedere, nel bene e nel male. C’è una premessa fondamentale da fare: non si può non considerare che questa è una fiction Rai1. Ecco, considerando di cosa stiamo parlando, direi che è anche un prodotto migliore di tanti altri fatti da loro. Marinelli l’ho trovato straordinario e davvero, tutte queste polemiche sull’accento romano secondo me sono esagerate. Direi che nel complesso sono uscito soddisfatto: sapendo da chi era prodotto, da chi era realizzato, ero convinto non potesse avere quell’oscurità che mi sarei aspettato da un lavoro su De André. Poi è chiaro che mi piacerebbe vedere un film su di lui che sia più libero ma devi anche guardare chi fa cosa. Non ti puoi aspettare Buffon capocannoniere, dai!

NB: le foto sono di Ivana Rambaldi

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