Pier Vittorio Tondelli – Camere separate (Bompiani, 1989)

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Articolo di Sabrina Tolve

«La solitudine impietosisce gli altri. A volte lui sente lo sguardo indiscreto della gente posato sulla sua figura come un gesto di una violenza inaudita. Come se gli altri lo pensassero cieco e gli si accostassero per fargli attraversare la strada. Certe premure lo offendono più dell’indifferenza, perché è come se gli ricordassero continuamente che a lui manca qualcosa e che non può essere felice. Si vede con un lato del corpo sanguinante, una cicatrice aperta dalla quale è stata separata l’altra metà.»

Camere separate è l’ultimo libro di Pier Vittorio Tondelli, morto a soli 36 anni nel 1991.
Scrittore elegante e dalla prosa sincera, dignitosa e veritiera, nel corso degli anni Tondelli aveva osservato e descritto la sua generazione, gli anni ’80, il punk, il sesso, la droga della periferia bolognese e la sua radicalità.

Camere separate è invece un’opera completamente diversa: c’è molto della vita dell’autore – come in tutti i suoi scritti, del resto -, ma questa volta non c’è la trasandatezza giovanile, non c’è un’analisi che si fermi solo alla superficie delle cose, dei costumi, della vita giovanile. C’è invece un vero e proprio scandagliarsi l’anima, un andare a fondo in sé stessi, un infilare le mani nei luoghi più reconditi di sé, con tutto ciò che questo comporta.
Il libro, come un’opera musicale, è costituito da tre movimenti che s’intersecano l’uno nell’altro in virtù di flashback, riflessioni, confessioni, analisi del passato, del presente, del futuro che si presenta caduco e funesto ma che è accettato nella sua totalità.

Camere separate è una storia d’amore negata, resa complessa dall’omosessualità che nel libro equivale a un’esclusione imposta e forzata dalla società che obbliga il protagonista, Leo, a sganciarsi dalla sua cultura, dalla sua educazione, dalle sue tradizioni. In questo dramma personale, la necessità d’indipendenza e riserbo di Leo sembra quasi dettata dalla consapevolezza di esser sempre stato solo, in un modo o in un altro; e in questa solitudine c’è spazio per l’altro solo se tenuto a distanza, solo se l’altro non diventa tutto, solo se c’è amore ma non c’è possesso, solo se non c’è quotidianità ma un incontrarsi disordinato e spasmodico, quando capita. L’amore deve essere vissuto come due camere separate, appunto, come una sospensione o un qualcosa di superiore alla volgarità della vita. Peccato che questa concezione dell’amore non coincida con quell’altrui e rovini e sfibri la bellezza, la semplicità e l’armonia che un rapporto amoroso ha in sé in potenza.

La solitudine tanto cercata e tanto voluta da Leo si fa diversa e prende una diversa sfumatura quando è la morte a fare il suo ingresso in scena: il protagonista si ritrova quindi a dover rimisurare tutto, calibrare sé stesso e i suoi sentimenti, riprendere i frammenti della sua vita e rimetterli insieme, in un percorso dolorosissimo ed estenuante. Perché sebbene egli creda che è nello star da solo che si possa effettivamente guarire da quell’afflizione, si rende pian piano conto di quanto invece quell’esilio dal mondo sia rabbia e odio contro il moralismo, contro la religione che divide e non sa essere pienezza, contro una famiglia che nega e non sa accogliere, contro sé stesso.

Camere separate è un libro irrequieto che trova il suo ritmo nella malinconia e nella tristezza drammatica della separazione e della riconquista del sé – perché è inevitabile che ogni separazione ci lavori come argilla e ci renda diversi, forse più ricchi e maturi, forse più cocciuti. Ma il percorso che accompagna la perdita non è mai semplice, è lastricato di lacrime e sudore e la cosa che probabilmente più attanaglia di questo testo è la sua onestà e la sua serietà. È davvero impossibile non sentire le stesse sensazioni di Leo, la stessa sofferenza. Tondelli riesce a creare un legame fortissimo tra il lettore e Leo, perché qui si parla di un vero e proprio processo di educazione sentimentale nei confronti degli altri e di sé stessi di fronte alle tragedie della vita e pure ai suoi piccoli drammi, si parla dell’ineffabilità dell’esistenza, della carnalità, della difficoltà di sentirsi diversi e abbandonati, e in un modo o nell’altro ognuno di noi ha sentito le stesse cose, provato lo stesso sfiancante e impacciato intrico.

Il tutto è raccontato in una prosa che è melodia struggente: la musicalità del testo, la divisione nei tre movimenti, fanno di Camere separate un canto sulla perdita e sull’inquietudine del ritrovarsi, divenendo trama di un più grande progetto, quello del testamento umano. Perché Leo si riappropria anche della propria malattia, la stessa che stroncherà Tondelli un paio di anni dopo, in silenzio e senza scalpore.

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