The Highlands – Vi spieghiamo che cos’è il Radiant Pop [intervista]

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Intervista di Luca Franceschini

The Highlands è un monicker che richiama vagamente il Folk (in qualche misura approcciato agli esordi), un primo lavoro debitore al Rock Blues, una serie di Ep (al momento sono tre) che portano in calce l’eloquente dicitura The Bootleg Series ma che, escludendo ogni richiamo musicale a Bob Dylan, si presentano come una cascata di suoni vellutati e avvolgenti, tra robuste iniezioni di Synth, ritmiche Funk e un certo qual feeling retro che facilmente ricorda il David Bowie dei tardi anni ’70. Tutto questo è ciò che loro chiamano “Radiant Pop”. Per capirne di più, galvanizzati dall’ottimo livello della loro ultima pubblicazione, abbiamo raggiunto il leader e fondatore Gabriel Baiman, che ci ha illuminato sulla natura della sua creazione musicale e ci ha aperto le porte della sua visione artistica…

Direi di partire dall’inizio: siete in giro da diverso tempo e negli anni il vostro sound si è evoluto parecchio. Confrontando, per dire, “Heavy Marmalade” con quest’ultimo, la differenza si sente… raccontami come è iniziato il tutto e da dove sono scaturiti tutti questi cambiamenti…
Come dice il titolo stesso di Heavy Marmelade, la nostra ispirazione è molto marmellatica… e dura, in un senso imprecisato o meglio liberamente interpretabile, forse dura da digerire perché per molti, tra i pochi che ci ascoltano, è difficile mettere assieme tutte le nostre influenze e vederci cambiare imprevedibilmente.
Ogni Ep che abbiamo pubblicato è come un discorso a sé, che sperimenta intorno al linguaggio musicale che in quel momento ci affascinava di più o che, per qualche motivo, sentivamo più nostro. Però allo stesso tempo i The Highlands vogliono già essere qualcos’altro nel momento in cui affermano una loro identità. Così cerchiamo di pubblicare tanti Ep in maniera ravvicinata e di mettere subito in discussione quanto abbiamo detto con l’Ep precedente. Poi molti componenti del collettivo sono cambiati e questo fatto comunque ha inciso nel sound: ci si è dovuti reinventare, e fortunatamente il reinventarsi fa parte di quella inclinazione all’imprevedibilità di cui parlavo prima. Mi affascinano artisti come Battiato, Bowie o Battisti: se guardi la loro carriera hanno fatto di tutto… ora, senza paragonarsi a loro ma prendendoli ad esempio, a noi piacerebbe che la nostra musica “pucciasse” un po’ i suoi piedi ovunque. Oggi, che il periodo della scoperta è finito e si ha l’impressione che sia stato già tutto scritto, l’ambizione è quella di cercare di tenere tutto assieme nello stesso arco di tempo… Battiato, Bowie e Battisti ci hanno messo anni a intagliare il discorso musicale eclettico che li ha resi grandi; noi, siccome quelle frontiere sono già state varcate, siamo interessati a guardarle dalla prospettiva di chi vive negli anni ‘10: guardare tutto come se fosse un mucchio simultaneo, cercando di essere credibili quando sconfiniamo. Quando abbiamo iniziato tra il 2013 e il 2014 l’ispirazione era completamente diversa da oggi, c’era molto più jazz e molta più canzone d’autore (non solo italiana) alla base del sound; nel tempo però mi sono reso conto di quanto la nostra identità non potesse essere racchiusa in un contesto troppo preciso. Ho capito che l’unica cosa che mi identifica per ora è una sorta di smania di cambiamento, una smania febbrile che, da inguaribile impaziente, mi trovo addosso, che proietto nella musica e che a un certo punto ho accettato e ho cercato di considerarla una cifra stilistica, che abbiamo battezzato Radiant Pop.

Ecco, appunto. Ho notato che avete utilizzato molto questo termine, riferito al vostro genere musicale: mi spieghi bene cosa significa?
Ci siamo autodefiniti un collettivo Radiant Pop perché quando qualcuno mi chiede a che gruppo assomigliamo o che genere facciamo a me vengono solo in mente una serie di nomi molto o troppo diversi… Semplicemente la parola Rock non ha più senso, un generico Indie nemmeno. Probabilmente già esiste un’etichetta di genere che ci può definire, ma io non la conosco. Mi piace dire che Radiant Pop è imprevedibilità ma allo stesso tempo però non è tanto un sound, quanto un’attitudine… O meglio: dal punto di vista del sound, per me, è trovare identità nella non identità, è una sfida quindi; dal punto di vista dell’attitudine, invece, è un modo di considerare la musica.

Puoi spiegare meglio quest’ultimo concetto?
Il genio di Ivano Fossati l’ha detto in questi termini parlando di Rock: “lui ti penetra nei muri, ti fa breccia nella porta, ma in fondo viene a dirti che la tua anima non è morta”… Nel ’79 la parola Rock aveva un significato che oggi non ha più; però qual è quella musica che ha questa pretesa? Per me quindi Radiant Pop è musica animata da un insopprimibile desiderio di trovare un senso a ciò che apparentemente senso non ha. Però, dicevo, è una sfida… è la musica di chi non accetta che questo senso non ci sia e combatte per cercarlo. Se si parte da questa idea, tutti gli artisti che più ammiro sono Radiant Pop, la loro musica mi fa desiderare di non perdermi nulla di ciò che succede… alcuni pezzi ti mettono quest’ansia: è una cosa grande! Radiant Pop è dunque desiderio di non perdersi nulla. Il tutto, tenuto assieme dal fatto che la musica ha un potere liberatorio enorme, capace di far venire fuori quella che è la vera urgenza nella vita della gente; di non vivere cioè una vita tangenziale e di non lasciarsi fottere dall’abitudine. Nulla di nuovo, in fin dei conti, però mi è piaciuto battezzarla così.
Da ultimo, ti dico anche che il termine dà il titolo a una nostra canzone che è tra le mie preferite, ma che non abbiamo mai inciso perché non abbiamo ancora i soldi e l’assetto giusto per farlo. Sai, probabilmente quando li avremo penserò: ma quante cazzate sta storia del Radiant Pop! E magari non la incideremo mai!

Parlando di questo vostro nuovo ep, si nota un maggiore impatto rock rispetto al precedente, che si muoveva più sui Synth e su una generica impronta eighties. Eppure in un brano come “Postarz” il richiamo a Bowie è decisamente forte…
Il mio riferimento principale sono stati i primi dischi de I cani. Però il lavoro l’avevo in mente già da prima di sentire I cani per la prima volta (cioè prima dell’estate 2016). Grande ispirazione sono stati anche i Dandy Warhols e il bacino da cui provengono, a partire dai Velvet Underground (che sono sempre stati uno dei miei principali punti di riferimento). Insomma un’impronta Rock in cui però le chitarre elettriche sono rognose e danno volume, inzuppate in mezzo a synth, synth e ancora synth, senza soli o raffinatezze… ah e bassi un po’ fuzzati. Poi, nonostante Bowie sia sempre stato e sempre sarà un riferimento, proprio in questo disco non ho mai pensato a brani o periodi suoi da cui prendere precisamente spunto: mi fa piacere che si senta un riferimento in Popstarz: quando qualcuno sente in un pezzo un richiamo a qualche artista che non ti ha direttamente influenzato, la trovo sempre una bella cosa.

Il video di “After The Rain” è molto suggestivo, oltre che di ottima qualità. Me ne parli?
“Night after night, what are we fighting for?” La canzone ha a tema la giovinezza, la pioggia di cui si parla è la giovinezza che, come la pioggia, è uno stato picchiettante e tumultuante ma vivo. Che ne sarà di noi dopo la pioggia? Il video l’ha pensato e realizzato il regista Alessandro Mapelli, un caro amico che ringrazio tantissimo e con cui, dai tempi del liceo, ci gettiamo in avventure di ogni genere. Ha deciso di entrare a far parte del collettivo come Visual director, occupandosi soprattutto dei video e dandoci una gran mano con tutto ciò che riguarda la componente visuale dei The Highlands, che recentemente è cresciuta molto: è un membro del gruppo a tutti gli effetti anche se non suona (per ora). La qualità del video è data dall’apporto suo e delle persone che ha coinvolto e che ringrazio. L’idea dei ragazzi che, con una certa irriverenza, girano per la città fregandosene di regole e giudizi altrui e finiscono per frantumare una macchina e dargli fuoco ci è parsa buona, pensando al brano, e divertente da girare (che è una componente non trascurabile di tutte le cose). Poi io spero che qualcuno che ignora chi noi siamo guardi il video e creda che la band sia veramente quella, ci venga a vedere e ci rimanga male… ma si sa che quando ci rimani male è perché un pizzico d’amore c’è.
Comunque avendo a disposizione una macchina da massacrare a mazzate non potevamo che fare un video del genere.

So che sei da sempre un grande fan di Bob Dylan e immagino che la scelta di utilizzare “The Bootleg Series” come titolo dei vostri ep sia un omaggio a lui. È così o c’è anche qualche cosa di più?
Certo, quando ho pensato di fare una serie di dischi iper autoprodotti, cercando un compromesso tra qualità, uscite ravvicinate e spesa ragionevole, ho dovuto trovare un titolo che rendesse l’idea di un lavoro elaborato sì, ma fino ad un certo punto… Mi sono venuti in mente i Bootleg, perché colgono le band nelle loro varie fasi di vita, ma chi li ascolta non può aver la pretesa di trovarci produzioni particolarmente elaborate. Così è nato il titolo Bootleg series. Viene in mente Bob Dylan? Meno male! Musicalmente non so se si possa per ora cogliere qualche riferimento al sacro Bob, ma ogni volta che ho la presunzione che il mio sgangheratissimo inglese possa sdraiarsi su una melodia, è perché c’è stato lui… La sua musica, tra le tante cose, mi ha sempre detto: osa, osa anche quando credi di essere la persona meno adatta a tirare in piedi un inutile testo in inglese e aspettati l’inaspettabile.

Siete molto presenti sui vari servizi streaming ma allo stesso tempo curate in modo particolare l’artwork dei vostri lavori e ci tenete a fornire un prodotto fisico di qualità. Come stanno insieme questi due aspetti nel 2018?
Lo streaming è inevitabile e per molti aspetti è un bene. Odio però l’idea che la musica venga confinata ad una dimensione virtuale. Odio che i brani che ci piacciono vengano inseriti nelle nostre playlist senza che spesso non ce ne si ricordi il titolo (io a volte non mi ricordo i nomi degli artisti che shazammo o che mi salvo sulle playlist e che mi ascolto…terribile). Odio che se non c’è una connessione, la musica che amiamo non possa esistere Odio che lo streaming ammazzi gli album e che l’ascolto sia ridotto in pillole… Va bene per conoscere tantissimo ma, in molti, non in tutti, induce ad una superficialità di ascolto che fa veramente schifo.
Perché avere un disco tra le mani? Perché solo per il fatto che lo si possa toccare e maneggiare, si crea un’affezione; per il fatto che tu lo debba comprare e lo debba scegliere si crea una pretesa nei suoi confronti che è giusto che ci sia. Quando uno, magari pulendo casa, si trova in mano un disco che ha comprato dieci anni prima gli viene in mente come era bello dover scegliere di usare quei pochi soldi che aveva per appartenere a quella cerchia di persone nel mondo, grande o piccola che fosse, che aveva scelto quel disco e quell’artista come meritevole di essere posseduto! Questo impatto del disco sul pubblico, questo tipo di fidelizzazione, dev’essere cercata ancora oggi, secondo me.

Un discorso che può apparire anacronistico ma che mi trova perfettamente d’accordo…
Se vuoi un disco lo devi preferire. Certo, oggi i prezzi sono improponibili: i dischi costano più di quando ancora se ne vendevano e ci si poteva davvero lucrare sopra… una follia! I dischi sono importanti e secondo me le etichette discografiche non capiscono un cazzo: si dovrebbero vendere dischi a non più di 5 Euro. Tanto oggi nessuno guadagna dai dischi comunque però, con prezzi bassi al limite del guadagno zero, ottieni un affetto più carnale e meno virtuale. Così facendo, inoltre, credo che un bel po’ di persone in più siano incentivate a comprare un oggetto fisico (5 Euro li spendi, andiamo, di più è già comprensibilmente difficile)…
Quando possiedi l’oggetto fisico è diverso, anche se poi quel disco lo ascolterai sempre e solo in streaming: è, come dicevo, una questione di affezione. L’industria musicale deve investire sull’affezione perché altrimenti il mondo virtuale della socialità usa e getta spazza via tutto. Bisogna mettere dei punti fermi.
Noi per risparmiare e per rendere i nostri lavori ancora più personali e unici, abbiamo deciso di realizzare copertine a mano in serie limitate, un disco con la custodia dipinta a fronte e retro, uno con un collage e dei baci veri impressi sopra, un altro con rullini di foto appiccicati sopra e abbiamo altro in programma per i prossimi, che però preferisco non rivelare. Avere un prodotto fisico di qualità per me è fondamentale: amo andare a comprare dischi usati e originali (Cd e vinili), ho bisogno di questo, ho bisogno di scegliere e di essere incentivato ad ascoltarmi dischi dall’inizio alla fine. Chiunque ascolti la musica che faccio, vorrei lo facesse fino in fondo, poi dica o no se gli piace o meno ma intanto, magari, quel prodotto fisico gli rimarrà e magari, tra dieci anni, se lo ritroverà in mano e si ricorderà di un periodo della sua vita e lo rimetterà su e dirà: “non era poi così male” oppure “faceva e fa ancora cagare… Chissà che fine hanno fatto questi Highlands?… Comunque la copertina spacca!”

Da dove deriva la scelta di pubblicare una serie di ep in successione, piuttosto che un disco vero e proprio? E ci sarà un disco vero e proprio, in futuro?
Oggi non si ha la pazienza di ascoltare un disco intero, non ce l’ho neanch’io che mi reputo uno più attento della maggioranza… L’album resta un punto d’arrivo, ma prima ti devi chiedere se ha senso che tu faccia musica e se c’è gente che ha bisogno della tua musica. Io questa cosa non l’ho ancora capita, quindi pubblicare Ep permette di dire ad un ascoltatore: “ti chiedo 20 minuti scarsi della tua esistenza mentre fai il cazzo che ti pare, 20 minuti li puoi trovare!”. Aggiungiamo poi che per fare un Ep si spende molto meno e se ne possono quindi fare di più. Un album ce l’abbiamo in mente, già completo: se mai crederemo che qualcuno abbia bisogno della nostra musica, ci investiremo e lo incideremo, altrimenti no. In ogni caso in quell’album comparirà la canzone Radiant Pop, da cui abbiamo preso spunto per il genere che facciamo…la teniamo al fresco per quello! Quindi ricordalo, fan di domani che stai leggendo!

So che ci tenete molto all’aspetto live della vostra musica. Come sono andati i vostri ultimi concerti? Quali miglioramenti hai riscontrato? E a tuo parere, com’è oggi la situazione per chi suona da noi?
Credo che manchi il sottobosco live. “Se in un locale si fa musica dal vivo non bisogna andare”: questo mi sembra essere il pensiero dominante, almeno dalle mie parti (e non dico di dove sono per avere più carisma e sintomatico mistero), a meno che non è una serata organizzata da qualche élite che è riuscita a creare un giro… Qualche occasione c’è; ma come entrare in quel giro? Devi cacciare i soldi a qualche agenzia di booking; oppure devi farti una gavetta cosmica nei peggio posti col rischio che l’80% delle volte gli spettatori siano 5 e dove ovviamente si vedono al massimo 20 euro per tutta la band. Soprattutto però oggi devi spaccare su internet, a detta di tutti quelli che ne sanno (io non ne so, ripeto solo a bacchetta ma condivido), ma è tutto molto imprevedibile. Oggi, comunque, mi pare che i buoni live raramente premino. Abbiamo fatto parecchia gavetta e abbiamo capito che è meglio fare pochi concerti ma decisivi; in ogni caso c’è molto da lavorare. Come collettivo tendiamo a cambiare pelle spesso ed è rischioso: ci occorre lavorare di più sulla credibilità di quei pochi concerti che facciamo ed è da qui che vogliamo ripartire, alla luce dei bei riscontri che hanno ottenuto gli ultimi due concerti che abbiamo fatto (due in un anno e mezzo: panico!). Personalmente, non vedo l’ora di suonare un botto, mi interessa quasi solo quello ma oggi il live è un punto d’arrivo, mentre un tempo era il punto di partenza.

Sono riflessioni piuttosto estreme…
Si potrebbero tirare su mille considerazioni a riguardo, ma direi che è già abbastanza. Questi sono i tempi: vanno presi così: di negativo c’è che è difficile suonare davanti a gente che non ti conosce e farti vedere dal vivo per quello che sei; di positivo però c’è che puoi pubblicare un macello di roba in rete ed essere sentito potenzialmente da tutto il mondo.

In parte collegato a questo ma più in linea generale: so che sei stato per la seconda volta al Primavera Sound. Impressioni generali? Hai visto qualcosa in quella realtà, che potremmo riuscire ad importare anche noi senza grossi danni?
Beh, una cosa importabile è l’idea di un festival di alto livello veramente funzionale, in cui contemporaneamente su più palchi si esibiscano molte band di grande calibro e che ti dia la possibilità, come spettatore, di fare grandi scoperte. Penso a Milano e alla realtà degli I-Days, per esempio, e penso come un format più simile a quello del Primavera potrebbe impreziosire un festival dove tra un artista e l’altro devi aspettare il cambio palco e dove con 80 Euro ti vedi solo un main act e due supporter… Ho comprato già a 150 Euro l’abbonamento del prossimo Primavera: 50 Euro al giorno perché dura tre giorni… Siamo su un altro pianeta, considerando la quantità di gente che puoi sentire. Comunque quest’anno per me le scoperte sono state Charlotte Gainsbourg prima di tutto, poi Father John Misty e Lee Fields (Soul già sentito…chissenefrega conta il bello non per forza il nuovo); inoltre mi sono fatto una cultura su band che non conoscevo se non per sentito dire, come Slowdive e Beach House. La mia cultura musicale ha bisogno di dischi fisici e di concerti live e ho dei buchi di cui vado fiero: se non avessi questi buchi da riempire, cosa potrei aspettarmi dal futuro?
Lo streaming mi dà un abbozzo, poi sono io che devo sporcarmi le mani: amo andare a concerti di artisti che non conosco o che conosco appena e amo quando accade che il loro live, in cui li sento per la prima volta, mi faccia perdere il cervello. Un grande festival ti deve dare questa possibilità, credo. L’anno scorso ero lì per gli Arcade Fire e ho scoperto The XX, Mac De Marco, Grace Jones e Bon Iver, solo per citare i principali… gente che conoscevo già in superficie, ma il live ti dà l’occasione di incontrare davvero un artista.

Per finire, la classica domanda sui progetti futuri…
Oltre che ad avere qualche recensione in più, puntiamo ad incidere molto. Parlavo di Charlotte Gainsbourg… Il sound dell’ultimo suo disco per me è uno dei riferimenti del prossimo lavoro, per me il suo concerto e il suo disco sono una bomba. Continueremo con altri Ep della Bootleg series e pubblicheremo almeno un lavoro entro la fine del 2018; poi, e qui lancio un appello, dobbiamo trovare una voce femminile e iniziare a fare live più seriali suonando, come si dice nel giro, cazzuti e nei posti giusti. Stiamo ancora cercando di capire se vale la pena che la nostra musica esista: io e il mio cinismo siamo sempre propensi a rispondere di no ma per fortuna c’è gente che la pensa diversamente…

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