Articolo di Giacomo Starace

Parlare di Mark Knopfler non è mai facile: cosa si potrebbe dire di un musicista settantenne che è già nell’Olimpo della chitarra e della musica tutta? Sicuramente è qualcuno in grado di dare certezze.

Il nuovo e decimo album da solista, Down the Road Wherever, è un prodotto di finissima fattura e qualitativamente eccezionale, come del resto tutta la musica che Knopfler ha regalato lungo la sua carriera. Ricordo la prima volta che l’ho visto in concerto, era il 2010, avevo quindici anni e sono andato a sentirlo ad Umbria Jazz. Conservo, di quella sera, il biglietto accuratamente piegato nel portafogli e una serie infinita di ricordi nitidi. Il vecchietto che ho visto all’Arena Santa Giuliana di Perugia è lontano dai tempi in cui riempiva gli stadi con i Dire Straits e la sua musica lo dimostra album dopo album. È passato dal rock anni ‘70/’80, fatto di roboanti chitarre elettriche, al folk con infarinatura celtica, al blues pulito e senza fronzoli che resta uno dei caratteri principali dei suoi lavori solisti. Cosa hanno in comune tutti i passaggi e le sfumature della carriera di Knopfler? Un modo di concepire il ruolo della chitarra (sempre al servizio della canzone: soli, arpeggi e tutto il resto sono un accompagnamento alle storie che racconta) e un tocco inimitabile e inconfondibile. Difficile da spiegare a chi non ne ha familiarità: l’esempio migliore che posso fare è che si capisce subito, alla prima nota della chitarra, che sta suonando lui.

Potrei dilungarmi all’infinito sulla grandezza di Knopfler come musicista, ma mi limito a sottolineare come sia entrato nell’Olimpo della chitarra già con il primo singolo della sua carriera, Sultans of Swing (1978). Down the Road Wherever potrebbe essere etichettato come lungo (vero), assolutamente non originale (vero) e, in alcune parti, stucchevole (vero). Tuttavia, ed è un “tuttavia” grande come una casa, è Mark Knopfler. Non parlo del mito, ma dell’uomo Knopfler, che, alla soglia dei settant’anni, non ha bisogno di cambiare sound: la sua musica è questa, il bisogno non è di cercare un’originalità, ma fare musica, una canzone per volta, finché ci si riesce. Questo disco è un insieme di storie, come le moltissime altre scritte nel corso della carriera (Knopfler è, infatti, uno dei più grandi cantastorie dell’era contemporanea), raccontate su fraseggi blues, jazz, su memorie di rock’n’roll e cantate con una voce, erroneamente definita dylaniana in passato, sempre precisa e perfettamente intonata.

Ascoltando i sedici brani, si possono cogliere moltissimi richiami agli album precedenti, principalmente a livello di sonorità (soprattutto quelli pubblicati a metà dell’esperienza solista, come Kill to Get Crimson, Get Lucky, Sailing to Philadelphia). È un disco che va ascoltato comodi, mettendolo come sottofondo di un bicchiere di whisky e un sigaro, lasciandosi avvolgere dalla piacevolezza di quelle dita che corrono sulla chitarra. Poi il consiglio è non solo ascoltare, ma anche leggere le storie che racconta, conoscendo i suoi personaggi, entrando nelle vicende: come un nonno racconta ai nipoti storie piene di ricordi del passato e nostalgie, anche nonno Mark ci fa ascoltare le vicende di molti personaggi (il trapper di Trapper Man, il gentleman di Back On The Dance Floor e via dicendo), alcuni di loro alle prese con il desiderio di tornare alla gloria di giorni passati, magari quelli della giovinezza, ma Knopfler non spiega il perché, ognuno ha il suo, forse anche lui. Tutte queste storie corrono, sorrette dagli arrangiamenti precisi e dalla chitarra sempre serva della canzone, senza sovrastare nulla.

Una canzone per volta (One Song at a Time, da cui è tratto il titolo dell’album), si arriva alla fine, alla traccia più corta: Matchstick Man. Accompagnato da una chitarra acustica, Knopfler racconta di un musicista errante e solitario, che, con una vecchia valigia, fa l’autostop il giorno di Natale, rimanendo alla fine a guardare la pianura coperta dalla neve. Una chiusura cinematografica, a sigillare un lavoro dettagliato e perfetto, frutto di una vita dedicata alla musica, che si spera ci continui a regalare molte altre storie.

Tracklist

 

  • Trapper man
  • Back On The dance Floor
  • Nobody’s Child
  • Just A Boy Away From Home
  • When You Leave
  • Good On You Son
  • My Bacon Roll
  • Nobody Does That
  • Drover’s Road
  • One Song At A Time
  • Floating Away
  • Slow Learner
  • Heavy Up
  • Every Heart In The Room
  • Rear View Mirror
  • Matchstick Man