Articolo e immagini sonore di Stefania D’Egidio

Immaginate per un solo momento di trovarvi in un vecchio deposito di una stazione vicino Camden, dove un gruppo di squinternati vive in pianta stabile con i propri strumenti musicali, facendo sogni di rock’n’roll e mangiando qualche barattolo di fagioli rubato al supermercato; ora aprite gli occhi e ritrovatevi in un vecchio capannone, occupato, di San Giuliano Milanese con i Clash in sottofondo.

Lo chiamano spazio autogestito Eterotopia, mi dicono gli autoctoni ci sia sempre stato, ma, pur vivendo nei paraggi da sedici anni, solo negli ultimi due ne avevo notato la presenza, grazie alle sue pareti rosse e allo splendido murale. Mi ero sempre ripromessa di farci un salto, ma per un motivo o l’altro, avevo sempre rimandato, finché non si è presentata l’occasione di una bella serata all’insegna del punk. Appena entrata mi ha colpito subito l’atmosfera casalinga, il banchetto allestito all’ingresso con le t-shirt a tema, il bar, la libreria per il book crossing, i poster alle pareti dei gruppi passati nelle scorse stagioni e delle manifestazioni di protesta in giro per l’Italia: in un istante sono tornata ai collettivi studenteschi al centro sociale di Teramo, ai tempi del liceo… e mi sono sentita a casa. La musica ha bisogno di questi spazi, di recuperare quella spontaneità che genera capolavori unici, non so voi, ma io sono un pò stanca delle prevendite a un anno dagli eventi, dei biglietti che costano quanto tre giorni di stipendio, dei finti sold out, degli artisti ultrapompati dalle produzioni, ma di scarso spessore. La musica ha bisogno di esprimersi liberamente e di essere alla portata di tutti: che ben vengano quindi queste serate con gli amplificatori sparati al massimo, con fiumi di birra e pogo selvaggio.

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Alle 21.00 si parte con il primo gruppo, i Soundeep da Verona, con il loro punk hardcore melodico, una mezzora bella piena per scaldare l’atmosfera quanto basta.

Seguono The Butchers da Tradate, band nota nella scena underground lombarda, con alle spalle anche una tournée nella culla del punk, la Grande Mela; a differenza dei primi, testi in italiano e volumi un tantino più alti, giusto per far capire come evolverà la situazione.

Dopo The Butchers, il concerto entra nel vivo con una band che non ha bisogno di grosse presentazioni: i Rappresaglia hanno scritto la storia del punk italiano e della scena milanese, insieme a nomi del calibro di Raw Power, RAF Punk ed Impact; attivi dal 1982 possono vantare nel proprio curriculum sei album in studio, di cui l’ultimo, Neurotik uscito proprio quest’anno, e svariate partecipazioni a compilation, tra cui un omaggio a Joey Ramone del 2001.

La formazione attuale vede alla voce e chitarra Maurizio Fusano, al basso Stefano Traldi, alla chitarra Matteo Covizzi e alla batteria Marco Cirino; quanta qualità sul palco e quanta grinta, sia sopra che sotto, con fans scatenati, muniti di t-shirt originale del ’82, che cominciano ad agitarsi allegramente nelle prime file. Affilo le armi per mantenere la mia posizione, ma so già che sarò destinata a capitolare se vorrò salvare la macchina fotografica…

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Quasi una profezia perché appena salgono sul palco gli Sham 69 si scatena l’inevitabile con fiumi di birra che scorrono di bocca in bocca e sulle teste degli spettatori e il pogo selvaggio che travolge tutti. Guadagno le retrovie per salvare la pelle.

Anche gli Sham 69, come i Rappresaglia, non necessitano di grandi preamboli: attivi dagli anni ’70 sono stati la prima punk band a raggiungere la Top Ten britannica, resi celebri anche dalle collaborazioni con John Cale dei Velvet Underground e per il sodalizio con gli ex membri dei Sex Pistols, Steve Jones e Paul Cook, da cui nacque il progetto Sham Pistols, nessun album in studio, ma ben tre album dal vivo.

La formazione attuale vede Tim V alla voce, Al Campbell alla chitarra, Ian Whitewood alla batteria e John Woodward al basso; proprio Al Campbell, il più giovane della compagnia, è quello che  dà linfa vitale ai colleghi e ai fans, che smettono di fare il pubblico, come da tradizione, e si trasformano in un gruppo di amici della band, tanto da salire sul palco più volte a cantare e ballare con i propri idoli.

La serata si protrae fino all’una di notte, tra canzoni orecchiabili e cori da stadi che persino chi non ha mai sentito gli Sham può intonare; alla fine quasi non mi sento più i piedi per la stanchezza, ma il concerto non ha deluso le mie aspettative: cercavo qualcosa di grintoso e mi è stato servito su un piatto d’argento, cercavo un posto diverso dai soliti locali fighetti di Milano e l’ho trovato a due passi da casa, cercavo un pubblico allegro e ho trovato dei tori scatenati.

Cos’altro aggiungere? invece di fare la muffa davanti ai noiosissimi e preconfezionati talent della tv dovremmo girare per la città alla ricerca di concerti, anche di nomi non grossi, ma di gente che sappia suonare gli strumenti musicali e che non abbia paura di sfidare le mode del momento per non inginocchiarsi alla logica del facile guadagno.

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