R E C E N S I O N E


Articolo di Chiara Bernini

Effettivamente, la decennale e desolante assenza dalle scene di Ian Brown era passata inosservata, o quantomeno in secondo piano, grazie all’attesissima reunion nel 2017 (anticipata dalla pubblicazione di due singoli inediti) degli Stone Roses, sua band di appartenenza, nonché uno dei simboli musicali e stilistici per eccellenza di Manchester. Un silenzio, pertanto, giustificatamente andato perso nel dimenticatoio… anche se temporaneamente.

Eh sì, perché mentre l’euforia del momento iniziava a sciamare, alla porta del Signor Brown si stava ripresentando una vecchia voce che penso suonasse un po’ così: “Oh, se ci sei, batti un colpo!”. Un richiamo che è stato colto subito dal cantante e trasformato in un ritorno musicale importantissimo, di cui l’estenuante attesa, ne è valsa sicuramente la pena. Si perché King Monkey è tornato, e non con un album qualunque, ma con una creazione che mi ha aperto gli occhi.
Questo è quanto mi è accaduto con Ripples, settimo album dell’artista mancuniano, che è stato rivelatore.
Dopo dieci anni, infatti, Ian, si trasforma indossando i panni del poeta visionario che, come tale, tramite il binomio composto dalla sua inconfondibile voce e i fantastici testi che la accompagnano, ci guida in un viaggio introspettivo del mondo nel quale viviamo. Alla scoperta di ciò che c’è di più vero, permettendoci finalmente di osservare la vera realtà, che non è quella che ci appare davanti agli occhi, bensì, colei che si cela dietro una coltre di apparenza, inganni, simboli oscuri e forvianti e “pecore lobotomizzate” dalle quali, il sognatore, colui che davvero è abbastanza sensibile da vedere ciò che accade attorno a sé, deve non solo prendere le distanze ma reagire, in nome dell’autenticità e dell’unione collettiva.

Questo è quanto viene predicato in 42 minuti circa in un album che, come un racconto delle storture del mondo, malinconico e angoscioso, si districa tra differenti sound. Un viaggio musicale che ci riporta indietro nel passato con l’inconfondibile stile “Rosesiano” di First World Problems, primo brano del disco, nonché primo singolo estratto, e Ripples, forse l’inno “più cattivo” di tutto l’album, alle quali si unisce anche la graffiante Black Roses.

Il tutto per passare poi ad una dimensione funk con The Dream And The Dreamer, in cui il cantante, sottolinea ancora una volta, come la vita su questo mondo non sia altro che una realtà arida e apparente in cui il “governo non è tuo amico”. Chiaramente, non potevano mancare poi melodie lente, tipiche delle ballad rock, tra cui From Chaos To Harmony, Breathe and Breathe Easy Now (The Everness of Now) e Blue Sky Day, in cui la voce provvidenziale di Ian ci culla, facendoci scivolare in un oblio di crude realtà.

Sicuramente particolare, seppur in linea con l’animo rivoluzionario che lo percorre, è, invece, l’epilogo del disco, un omaggio a Mikey Dread e alla sua canzone reggae Breaking The Wall. Cover abbastanza ben riuscita, di cui però spicca indubbiamente il testo in cui si inneggia alla necessità di abbattere i fantomatici muri di Babilonia che circondano e dividono le nostre vite, per lasciar spazio alla fratellanza e alla solidarietà.
“Atti vandalici compiuti a cielo aperto”, in bella vista, di fronte ad un’umanità che vede ma non reagisce. Così Ian si rivolge a chi lo ascolta. Se la musica può essere davvero considerata come il mezzo di comunicazione per eccellenza, una curatrice, in grado di far aprire gli occhi di fronte ai problemi della vita, ecco che Ian Brown se ne è reso conto e ha colto questa sfumatura pubblicando un album pregno di significati profondi. Mai come oggi, nella situazione di instabilità e corruzione nella quale ci troviamo a vivere, in un mondo in cui le divisioni di sesso, etnia, classe sociale, religione, si stanno facendo sempre più nette, dovrebbe esser visto come un monito da cui trarre le avvisaglie di pericolo e angoscia che si prospettano dinanzi alle persone. 

Un album – inno rivolto a tutti noi, persone comuni, amanti stregati della musica, che ereditiamo il compito di non rimanere indifferenti di fronte ad un mondo che viene distrutto da forze potenti, bensì, di entrare in azione e fare la nostra parte, non solo per difender lui ma per difendere noi stessi e il nostro avvenire, tutti uniti sotto un’unica bandiera, quella della musica.
“Speak freely now” afferma Ian, e io, dunque, non posso che cogliere la palla al balzo e affermare: grazie King Monkey, avevamo bisogno di questo album!