L I V E – R E P O R T


Articolo di Luca Franceschini

Alla fine, avendo esaurito tutti i pezzi in repertorio, Fausto e Francesca ripropongono Granata e Mancarsi, due dei pezzi forti del disco. “Che schifo avere vent’anni però quanto è bello avere paura” cantano nel ritornello. È scoppiata una bella discussione, dopo il concerto, su che senso avesse che noi che eravamo lì (parlo di me e dei miei amici ma penso che il discorso possa valere anche per altri), tutti abbondantemente sopra i trenta, qualcuno già oltre gli -anta, cantassimo un verso così. Mancarsi, infatti, è la canzone che racchiude un po’ la peculiarità dei Coma_Cose: un brano dai forti connotati Pop, con un ritornello memorabile, tra i più riusciti del duo, che se verrà scelto come singolo, mi facevano notare ieri sera, consacrerà la loro ascesa a livelli che ancora ci sogniamo. E poi c’è il testo, sempre zeppo di giochi di parole in perenne sospensione tra il genio e la denuncia penale, in questo caso molto più adolescenziale di altri, carrellata di immagini che evocano disorientamento, nostalgia, rimpianti, uniti ad un po’ di ironia sulla proverbiale brama di ricchezza dei rapper.

Fa strano, dicevo, perché loro, ventenni non lo sono più da un pezzo e il loro pubblico anche: in sala l’età media è complessivamente più elevata rispetto ai concerti di un nome qualsiasi della New Generation dell’It Pop. A ben guardare, però, il bello è tutto qui: che i Coma_Cose fanno musica fresca, giovane ma che, non essendo più giovani da un pezzo (per lo meno Fausto) contiene una serietà ed una consapevolezza che la rende potenzialmente apprezzabile da tutti. Non credo saranno loro a salvare il mondo e neppure che si possano caricare sulle spalle un’intera scena musicale. Detto questo, che abbiano qualcosa in più è evidentissimo ormai da parecchio tempo.
Quindi questa sera siamo all’Alcatraz. Il nuovo tour è appena iniziato ed il ritorno nella loro città (nessuno dei due ci è nato ma ci vivono da un bel po’) è sempre un avvenimento degno di considerazione. Personalmente, mi sono preso insulti per tutto il concerto, avendo decisamente sbagliato ad interpretare segnali poco incoraggianti quali il mancato sold out, i bagarini che vendevano i biglietti sotto costo ed uno scarso affollamento all’ingresso poco prima delle 21.

La realtà, per fortuna, mi ha smentito: le luci si spegneranno poco prima delle 22 (niente band di supporto, questa volta) ma già una mezz’ora prima è evidente che il locale è pieno da scoppiare. Magari non sarà tutto esaurito ma in questo caso sarebbe davvero fare dei sofismi, è palese che la serata sia stata un successo enorme.
Le aspettative, in effetti, erano tante: i Coma_Cose sono saliti sulla breccia a tempo di record, con solo una manciata di singoli pubblicati ed un ep di tre pezzi che è stato pure recentemente ristampato in vinile. Hanno addirittura intitolato Hype Aura il loro disco di debutto, quasi ad esorcizzare una pressione che rischiava davvero di farsi insopportabile.
È andata bene, in fin dei conti: l’album è bello, magari fin troppo omogeneo (da questo punto di vista mancano un po’ i voli pindarici di un brano come Golgota, qui è evidente che abbiano voluto rilasciare un prodotto più ragionato e meglio confezionato) ma per nulla un passo indietro rispetto alle prime cose.
Per queste prime date hanno optato per i club di grandi dimensioni e, come detto, la scelta pare abbia pagato in pieno. Il live è migliorato molto e non avrebbe potuto essere altrimenti: lo scorso settembre chiusero al Magnolia una lunga serie di concerti, c’era un sacco di gente e molti si lamentarono, abbastanza giustamente, che il tutto era durato troppo poco (qui il report).


Stavolta stanno sul palco per una settantina di minuti, eseguono tutti i 17 brani del loro repertorio, compresa Intro, posta alla fine di Hype Aura ma qui usata eloquentemente come musica di introduzione. L’allestimento è molto ben fatto: a cominciare da Fausto Lama e California che indossano lo stesso “abito”, che verrà cambiato a metà concerto (giacca e pantaloni giallo nero con disegno simil leopardato e lei con un cappello in testa all’inizio, una sobria camicia azzurra nella seconda parte), a dei Visual intriganti e coloratissimi che animeranno tutte le canzoni dando in qualche modo inedita veste grafica ai passaggi più significativi dei testi. In mezzo, una breve pausa con un monologo recitato da una voce camuffata e rallentata, incentrato sull’abbondanza di paure presenti in quest’epoca contemporanea, ed in particolare sulla Anatidaephobia (scoprite da soli di che si tratta, è molto interessante); un ottimo compendio ai temi dell’album, che ha in effetti l’insicurezza e la fragilità tra i suoi temi portanti.


Solido anche l’aspetto strumentale: rispetto alle sole basi degli esordi, la musica del duo è diventata man mano sempre più suonata, pur senza eliminare quella parte di sequenze che, per il genere che fanno, è di per sé abbastanza imprescindibile. C’è sempre la batteria, indispensabile per dare calore e dinamicità, mentre recentemente è stato arruolato Simone Sproccati, già con l’Officina della camomilla e da anni produttore ed ingegnere del suono di grande esperienza. Si divide tra tastiere, chitarra (che compare per la prima volta in uno show dei nostri) e basso a seconda della necessità e svolge un lavoro davvero prezioso.
Il risultato finale è dunque più che convincente: tiro e potenza non mancano, a cominciare dall’iniziale Jugoslavia, Fausto e California tengono il palco come sempre benissimo, perfettamente amalgamati, a tratti quasi una singola entità. L’alternarsi degli episodi del nuovo disco con i singoli più vecchi è perfetta, funzionale all’economia generale del concerto e fa notare come di canzoni maiuscole ce ne siano anche su Hype Aura, da Mancarsi a Granata, da San Sebastiano, col suo meraviglioso intimismo pianistico a Beach Boys distorti, efficace rievocazione a metà tra l’autobiografismo e la nostalgia.


C’è spazio anche per un paio di momenti più raccolti, con Fausto che imbraccia la chitarra o si posiziona dietro le tastiere e accompagna Francesca. Succede sulla prima parte di Pakistan e in Squali ma purtroppo quest’ultima evidenzia anche i limiti vocali della ragazza, dotata di una personalità affascinante e di un timbro particolare ma che sui cantati “veri” ha ancora moltissimo da migliorare.
Per il resto, nonostante l’ultimo disco abbia fatto registrare una crescita dell’elemento Hip Pop all’interno delle loro canzoni, il concerto di stasera evidenzia come, alla fin fine, i Coma_Cose siano sostanzialmente un gruppo Pop: le influenze sono varie, certo, ma l’essenza è quella lì, fatta di basi accattivanti e ritornelli irresistibili, con melodie e versi che si stanno già ritagliando il loro spazio tra i capisaldi del repertorio del genere. Non a caso, all’uscita dal locale erano in molti quelli che se ne andavano canticchiando questo o quel brano, come se fosse ormai impossibile toglierselo dalla testa.

Concerto breve, dicevamo, ma intenso, questa volta non è possibile chiedere di più. Nel finale, oltretutto, salgono sul palco pure i Mamakass, il duo di produttori che si occupa delle loro basi praticamente dall’inizio. Il palco diventa dunque la sede di una grande festa, con Mariachidi, Post concerto (ruffiana ma indiscutibilmente il loro brano di punta, stasera lo abbiamo capito ancora una volta, con la gente che è andata avanti a cantarne il ritornello diversi minuti dopo la fine) e la riproposizione di Granata e Mancarsi.
Cosa diventeranno i Coma_Cose da qui a qualche anno non è dato saperlo e forse non è neppure utile chiederselo. Sicuramente però, arrivati a questo punto, non possono più essere ignorati.

Grazie ad Alcatraz – Milano per le foto.