I N T E R V I S T A


Articolo di Luci

Avevo già avuto modo di conoscere ed apprezzare notevolmente il collettivo musicale veronese dei C+C=Maxigross nel 2017 in occasione della pubblicazione dell’Ep Nuova Speranza. Lo scorso 16 agosto si è presentata l’opportunità di vederli dal vivo in una tappa del loro tour Deserto per Verona al Labirino della Masone di Fontanellato. Una serata che, fra letture e canzoni, ha regalato ai presenti momenti profondamente emozionanti, quasi meditativi. Ho sentito così il desiderio di approfondire maggiormente il progetto artistico che ha dato origine a questa particolare e coinvolgente esibizione.
L’ho fatto rivolgendo alcune domande ad uno dei membri del gruppo, Filippo Brugnoli.

Com’è nata l’esigenza di creare una serie di concerti al servizio  delle realtà che rendono la vostra città di origine un luogo migliore?  Perché avete chiamato questo tour “Deserto per Verona”?
Crescendo come progetto, anche in notorietà, nel tempo ci è stato spiegato come nella propria città, il luogo in cui verosimilmente si ha più pubblico, fosse necessario concentrare i concerti in poche occasioni, in luoghi capienti in cui massimizzare il risultato in termini di affluenza e guadagno. L’abbiamo fatto per molti anni, tarandoci su due concerti all’anno, in grandi club, con produzione gestita direttamente da noi. Questo sistema (molto standard), pur funzionando, ci portava quindi a servire un sistematico “NO” a tutte le realtà che ci avrebbero voluti, nonché tutti quei luoghi in cui avremo sinceramente desiderato suonare ma che per dimensioni, dotazione tecnica o budget, non si dimostravano all’altezza. 
Semplicemente ci eravamo stancati di questa strada e quindi abbiamo deciso di mettere in piedi un tour per tutti quei posti in cui volevamo suonare davvero: piccole gastronomie, biblioteche e luoghi pubblici, cime, prati, sagre, feste private, grotte, imbarcazioni, negozi e negozietti e ancora in elettrico, in acustico, in duo, in trio, con altri musicisti, set sperimentali, set solo con una chitarra, ben pagati, pagati come sempre, pagati pochissimo o gratis. 

Non ci siamo dati limiti, ci siamo affidati agli altri ed è stata una figata. 
A tutto questo aggiungete l’aspetto sociale di una Verona che di certo non spicca a livello nazionale come una città aperta e tollerante. Certo quello che si sente sulla nostra città è drammaticamente vero, quello che però non ci va giù è che emerga solo questo. Verona è molto di più, è  un ambiente durissimo, in cui chi fa cultura ha vita difficile. Quindi chi ce la fa, chi effettivamente riesce a creare qualcosa, è davvero molto più coraggioso o semplicemente “più bravo” di chi lo fa in ambienti più “amichevoli” e tolleranti. Quindi Deserto per Verona è anche il nostro piccolo atto rivoluzionario da individui responsabili: non siamo politici quindi non facciamo politica, non siamo attivisti quindi non organizziamo manifestazioni, siamo musicisti, quello che possiamo fare è suonare. 
Il nome Deserto per Verona semplicemente deriva dal disco che sta per uscire, dal titolo Deserto. Liberi però di vederci altri significati.

Sappiamo che una delle  regole che vi siete dati è rendere ogni esibizione diversa e adattarla al luogo che la ospita.  Impegnativo come obiettivo, ci siete sempre riusciti?
Credo proprio di sì. In generale per noi è abbastanza naturale. Da sempre abbiamo rivoluzionato scalette e arrangiamenti e membri sul palco. Con Deserto per Verona in particolare essendo tutte date vicine in termini di spazio e tempo, abbiamo pensato che fosse una nostra caratteristica da esaltare, anziché nascondere.

Coltivate un profondo interesse per il mondo della letteratura, in particolare quel tipo di narrazione che offre  chiavi di lettura stratificata  come accade con gli autori Daumal e Borges. Quanto traete ispirazione da loro per lo sviluppo del vostro percorso personale ed artistico?
Molto. In primo luogo autori come Jorge Luis Borges e René Daumal ci riempiono anima e cuore di bellezza. In secondo luogo, e forse in modo più significativo, arriva il fascino. Sono autori che con semplicità ti portano nel tuo personale profondo. Ti puoi specchiare nelle loro parole, senza capire dove finisce il loro pensiero stratificato e dove inizia la tua intuizione e il tuo essere. Per noi, al momento questo essere riflettenti è il massimo dell’espressione artistica. Non tanto tempo fa entrammo in contatto con un grandissimo musicologo e pianista, Piero Rattalino, che ci disse: “Per il musicista non è importante che arrivi il suo messaggio, ma che chi ascolta trovi se stesso e il proprio messaggio nella musica”. 
Fu l’inizio di un qualcosa, una frase semplice per lui, un’intuizione illuminante per noi: non volevamo incorniciare complessi intrecci di colore su tela, ma lisci e riflettenti specchi. 

Il 16 agosto vi siete esibiti presso il labirinto più grande del mondo (quello della Masone a Fontanellato-Pr). Una scelta particolare, per un evento altrettanto originale, com’è stata questa esperienza?
Suonare in un luogo così simbolico e carico di bellezza è indescrivibile. Un simbolo enorme, un sogno di mattoni e bambù voluto da Franco Maria Ricci a sua volta ispirato dall’amicizia con Jorge Luis Borges. Per quanto sia stato un evento che ha richiesto una mole di lavoro imponente, è stato uno dei concerti più naturali e spontanei che abbiamo mai fatto: ci siamo fatti guidare dal momento, da quello che ci trasmetteva la gente intorno a noi, dall’ambiente stimolante, dalla luna. 
Il concerto era diviso in due parti: una prima in acustico camminando al buio nel labirinto e una seconda in elettrico sul palco nel piazzale centrale. Usciti dal labirinto prima della seconda parte, la gente ha preso posto davanti al palco e noi, a causa di un problema tecnico alle proiezioni invece di salire immediatamente sul palco come da programma, abbiamo atteso dietro lo stesso per circa 5-6 minuti. In quei minuti di attesa il pubblico era in silenzio totale. Non si sentiva un fiato. È stato surreale, non ricordo di aver respirato mai un’aria così carica di raccoglimento.
Una sensazione che rimarrà cucita a quella notte per sempre. 

La vostra è una voglia di sperimentare, di aprirvi al mondo  che sembra davvero insaziabile, c’è qualche suggerimento che potete  darci per acquisire o mantenere questa splendida attitudine?  
È semplice quanto difficile: impara a capire cosa vuoi e fallo, sii aperto agli stimoli, ma non lasciarti plagiare. Mi piacerebbe tantissimo dirti che per noi è un processo ormai naturale e consolidato. Diciamo che ci stiamo lavorando costantemente. 

Fra le prossime date del tour ce n’è una davvero particolare: “31 settembre – Festa di Deserto per Verona a Casa nostra (se stai pensando che sia un errore ricorda che nulla è come sembra)“.   Potete svelarci qualcosa in proposito?
Il 31 settembre è una gag da burloni e un personale appunto che ci ricorda come ridere, scherzare e giocare sia fondamentale. Il resto è tutto vero: un concerto a casa nostra. Ne abbiamo già fatti molti, vista la fortuna che ci ha permesso di vivere (in affitto) in una meravigliosa casa del 1100 con un salone abbastanza grande da poter essere convertito a sala da concerti. Chi ci segue e vive a Verona, molto probabilmente ha già avuto occasione di partecipare a qualche concerto, anche non nostro, che abbiamo organizzato qui. È un modo che ci piace molto in cui vivere questo spazio. 
La cosa divertente è che nonostante la certezza di questo evento, non sappiamo ancora quando lo faremo, principalmente perché non sappiamo quando finirà Deserto per Verona, dal momento che continuano ad arrivare richieste per organizzare ulteriori date…
Che sia forse il caso di non fermarci?

Photo credit: Valentina Lombardi (1), Stefano Bellamoli (5), Piero Adamoli (2,4), Pietro Poltronieri (3), Elisa marchesin (6).