R E C E N S I O N E


Articolo di Giovanni Carfì

Una pausa obbligata, necessaria per ricrearsi e per delineare nuove sonorità e una nuova identità. Dieci tracce, per dieci anni di assenza/resistenza e perseveranza verso il proprio sentire.

En Declin nascono nel 1996, pubblicano ben presto un demo, seguito da un Ep e dal disco Trama nel 2005 e Domino/Consequence qualche anno dopo, per poi sparire indebitamente dalla scena. Si sa che spesso le cose nascono, cambiano e si trasformano, e così si trovano a far fronte a defezioni interne che inizialmente minano la band, ma è talmente forte la voglia di andare avanti e di non lasciar spegnere la candela accesa con i precedenti lavori, che prendono una decisione dura, ma matura, ovvero di proseguire lo stesso in tre; Andrea Aschi (chitarra), Maurizio Tavani (voce), Marco Campioni (batteria e programmazioni).

Il titolo stesso, A Possible Human Drift Scenario, è riferito alla loro condizione, la dualità tra il cambiare e il non cambiare, e alla pericolosa generazione di una situazione di stallo. Da questa contrapposizione, fortunatamente si genera dell’energia primordiale con la quale cambiare veste alla band, preservando quel che di buono hanno dimostrato di saper fare, ed evolvendolo in modo da ricreare un’identità sonora più precisa. Il risultato è forse più vicino al precedente Trama, ma presenta segni di una maturità maggiore e di ricerca, dove le atmosfere sembrano avvolgere l’ascoltatore, facendolo letteralmente sprofondare traccia dopo traccia in un’atmosfera sognante.

Un lavoro nel quale la scelta sonora e l’omogeneità della stessa, confermano l’ottimo lavoro e la volontà di affermare questa loro veste, che nonostate sia essenzialmente “nuova”, non è altro che la naturale evoluzione di quanto già fatto nei lavori precedenti. La cosa che stupisce è che non sembrano essere trascorsi assolutamente dieci anni tra l’ultima pubblicazione e questa, grazie a suoni e impressioni sonore rese impermeabili dal tempo. Si ha la sensazione di ritrovare una sorta di scatola del tempo, dove ogni cosa è rimasta indenne e inalterata, compreso il loro valore e utilizzo; così allo stesso modo, la curiosità e la voglia di osservare e ascoltare ogni traccia, è la stessa nel decidere quale e cosa può servire di quella “scatola”.

All’interno individuiamo subito quelle che possono essere le influenze maggiori; i suoni si avvicinano molto a Tool e A Perfect Circle, complice sia la timbrica del cantante, sia le reti sonore nelle quali l’ascoltatore viene imbrigliato per oltre una quarantina di minuti. Un viaggio sonoro piacevole da fare tutto d’un fiato, tra delay e riverberi che rendono tutto rarefatto e acquatico, in contrasto con la stabilità delle linee di basso alle quali far affidamento, come delle boe tese in superficie. Suoni che alle volte spiazzano e disorientano perché capaci di far emergere sensazioni poco rassicuranti, o leggermente sinistre (Gea e Das Eismeer); una tensione cadenzata e calcolata, quasi ruffiana, che ci consegna poi a quella voce così lontana, quasi sovrastata e mimetizzata tra gli altri strumenti. Una voce capace di creare linee melodiche che sanno di visione, di presenza, sparendo dietro ad altre ombre o alle note rotonde e circolari della chitarra, che quasi si prende gioco dell’ascoltatore, girandogli attorno, il tutto senza mai farsi vedere chiaramente, ma creando e lasciando dietro di sé una sorta di immagine residua.

Particolare anche la scelta di utilizzare frasi in italiano solo in alcune parti di alcune tracce, proprio come per dare un senso di direzione, come in Caronte, Mr. Lamb, The Average Man e Social Legal Limbo, degli accenni che poi spariscono e ci riportano alla stessa atmosfera precedente, come dei piccoli flash. Stessa cosa con l’ultima traccia che è una cover di Phil Collins, perfettamente riadattata, anche “coraggiosamente”, con quelle note dell’intro che suonano come un campanello o avviso di qualcosa, per poi tornare all’amalgama sonora scelta, e regalandole una nuova interpretazione uniforme al resto del disco, e ottenendo una chiusura perfetta, una sorta di approdo sicuro, una spiaggia nella quale approdare dopo un lungo naufragio.

Nonostante i dieci anni trascorsi, tra le dita e nei polmoni c’è ancora sale e sabbia, alle volte è più importante affidarsi alle onde e farsi cullare o mantenere, anche perché una volta arenati, ci alzeremo e scopriremo che la nostra impronta sarà stata solo un illusione effimera.

TRACKLIST

It’s Time To Give It The Boot
The Becoming
Gea
Caronte
Undressed
Mr. Lamb
Das Eismeer
The Average Man
Social Legal Limbo
Another Day In Paradise