C I N E M A


Articolo di Mario Grella

Non c’è niente di più poetico di “Un giorno di pioggia a New York”, ma c’è anche qualcosa di molto, molto malinconico come il fantasma di Woody Allen.
Gatsby è un giovane newyorkese, intellettuale e tormentato (poteva essere altrimenti?) e Ashleigh è una texana, sua collega di studi, che scrive per il giornale dell’Università. Li unisce un legame sentimentale non del tutto risolto, ma questo è irrilevante, come sono del tutto irrilevanti le altre storie che si intrecciano: quella di un regista impegnato e semi alcolizzato al quale Ashleigh chiede un intervista per il giornale, motivo per il quale Ashleigh e Gatsby decidono di passare un weekend a New York.

Irrilevante anche il flirt della giovane cronista per una star del cinema che lavora negli studi del Queens o la tresca di Gatsby con una fascinosa prostituta fatta passare, a un ricevimento della madre, per la sua fidanzata. Nel film è quasi tutto irrilevante. Quello che non è irrilevante è lo strabordante amore di Woody Allen per New York City, per le sue atmosfere, per i suoi riti, per il pulsare della sua vita artistica, intellettuale o mondana che sia. Come dargli torto? Solo che la ricetta sembra essere, se non proprio scaduta, almeno molto datata.


L’esperimento, quello di fermare il tempo, non riesce, ed era prevedibilissimo che non riuscisse, soprattutto, per chi, come Woody Allen, ha prodotto in gran parte della sua lunghissima carriera, solo capolavori o quasi. Qui New York non “si sente” più come una volta, non bastano più i meravigliosi interni di Park Avenue, non basta il Pierre, non basta il Met, dove Woody sembra ammiccare, pesantemente, alla scena di “Provaci ancora Sam” girata nel MoMa, dove il protagonista tenta l’approccio con una fascinosa visitatrice concentrata su un Pollock. Bei tempi verrebbe da dire.
Certo New York è sempre una meraviglia, la pioggia la rende romantica come poche altre città al mondo, ma è sideralmente lontana dalla New York di “Elaine’s”, da quella di Gershwin, da quella dell’Empire Dinner, da quella del Queensboro Bridge, da quella di “Manhattan”.
Ti perdoniamo, caro, vecchio Woody, anche noi come te adoriamo New York. Ad uno come te si può perdonare tutto.