I N T E R V I S T A


Articolo di Luca Franceschini

Almè è un piccolo paese del bergamasco, non lontano dal capoluogo e denso di reminiscenze romane di cui oggi si sono dimenticati in tanti, soprattutto gli abitanti del luogo. Me lo racconta la stessa band, mentre ceniamo con kebab e birra nella sala prove-studio di registrazione dove da qualche tempo sono di casa. La loro è una storia travagliata, fatta di battute di arresto, di continui e repentini cambi di line up ma anche di decise ripartenze ed entusiasmo contagioso. Ed è soprattutto una bella storia di amicizia: la cosa sorprendente, sin dai tempi dei Daisy Chains, è che attorno a Carlo Pinchetti, creatore e songwriter dei Lowinsky, gravita un folto gruppo di persone, unite dalla passione per la musica e dalla condivisione di gran parte della vita, comprese le cose importanti. A dover disegnare l’albero genealogico di tutti i progetti che li hanno visti coinvolti, unitamente a tutte le loro formazioni, verrebbe fuori un diagramma articolato e frastagliato che però (ed è questo il bello) dice molto di più dell’intensità del loro legame, piuttosto che di una discontinuità dell’attività musicale che rimane comunque innegabile.
Esce ora Oggetti smarriti, il primo album dei Lowinsky, il loro secondo lavoro dopo l’Ep di quattro pezzi del 2017. Il 22 febbraio lo presenteranno nella loro Bergamo, in quell’Edoné in cui sono di casa, dove per anni hanno anche curato la programmazione artistica. Sono qui per intervistarli ma anche per vederli suonare, dato che sono nel pieno della preparazione di quello che sarà a tutti gli effetti il primo live con questa nuova formazione a tre. Non racconto com’è andata perché non voglio rovinare la sorpresa a chi andrà a vederli, anche se posso assicurarvi che sono in forma e hanno voglia di spaccare tutto.
Questa invece è la chiacchierata che abbiamo fatto poco prima che imbracciassero gli strumenti.

Riprediamo da dove eravamo rimasti: un paio di anni fa era uscito il vostro Ep d’esordio, poi vi siete fermati. E adesso vi ripresentate con una formazione rinnovata. Che cosa è successo?
Carlo: Non è semplicissimo riassumere il tutto, in realtà! Abbiamo fatto uscire l’ep alla fine del 2017, abbiamo messo insieme 3-4 date, poi sono successe alcune cose personali che ci hanno bloccati, per cui il 2018, che avrebbe dovuto essere l’anno in cui ci saremmo lanciati, è stato invece quello dove ci siamo arrestati di netto. Superate finalmente le difficoltà, siamo ritornati in sala prove ma ci siamo accorti che non avevamo più le stesse esigenze, gli stessi obiettivi e la stessa disponibilità in termini di tempo, per cui Triz (Pietro Trizzullo, il bassista NDA) e Dario (Frettoli, il chitarrista NDA) hanno preferito dedicarsi alla loro attività di videomaker, con l’Elevators Studio, la loro società, e direi che visti i risultati che stanno ottenendo, hanno fatto bene. Siamo quindi rimasti solo io e Andre (Andrea Melesi, il batterista NDA), cosa che ci è capitata diverse volte nella nostra collaborazione ultra decennale! Ci siamo così ritrovati a suonare con Alessandro Carboni dei Moscow Raid di Brescia, con cui avevamo iniziato a strimpellare un po’ proprio agli embrioni dei Lowinsky. Le cose sono andate bene, ci è piaciuto molto riarrangiare i pezzi in tre (anzi, funzionavano più di prima!) e siamo riusciti a fare un po’ di date, sia in elettrico che in acustico. Abbiamo fatto uscire un singolo, “Divan”, uscito per il Record Store Day di aprile e a quel punto abbiamo iniziato a parlare dei progetti per il futuro, dalla registrazione del disco, al booking, ecc. Alessandro a quel punto ci ha detto di avere altre priorità e, a malincuore, ha deciso di lasciarsi. A quel punto si è proposto Daniele Torri, che avevamo conosciuto perché ci aveva fatto dei video. Si è preso benissimo, abbiamo registrato il disco ma poi anche lui ha preferito fare un passo indietro. Io e Andre quindi abbiamo deciso di ripartire dai nostri amici, da quelli con cui avevamo collaborato. Tasso (Davide Tassetti NDA), che aveva suonato con noi nei Daisy Chains, ha detto di sì e dunque eccoci qui!
Tasso: Ho iniziato a suonare molto prima di conoscere Carlo. Avevo una band, che ad un certo punto si è sciolta. Lì ho conosciuto loro e abbiamo iniziato a suonare insieme. Siamo andati avanti per cinque anni, dal 2008 al 2013; poi, quando i Daisy Chains si sono fermati, io sono tornato a suonare col mio vecchio gruppo per altri tre o quattro anni. Ad un certo punto però ho smesso e per due anni ho messo in pausa tutto, concentrandomi solo su me stesso e sul mio lavoro. Quando Carlo e Andre mi hanno chiesto di venire a suonare da loro mi hanno preso proprio nel momento giusto, perché era proprio il periodo in cui mi sentivo pronto e maturo a sufficienza per riprendere.
Carlo: Io non ci credevo tantissimo, quando gli ho scritto, per cui sono rimasto davvero stupito! Ed è davvero preso bene, visto che ha imparato le canzoni alla svelta…

Quindi si può dire che abbiate trovato un’alchimia…
Tasso: L’abbiamo ritrovata, in realtà!
Carlo: Ci siamo ribaditi il concetto che le cose riuscivamo a farle meglio, erano più belle. Il fatto di essere in tre, di levare alcuni pedalini che non ci servivano più, di togliere anche le seconde voci… alla fine ormai canto da solo e va bene così! All’inizio eravamo un po’ spaventati: “Oddio, come faremo con le seconde voci?” Esattamente come abbiamo fatto con una sola chitarra invece che due: riadatti le canzoni e capisci se funzionano o no! E io credo che funzionino, poi ovviamente vedremo cosa ci dirà la gente quando verrà a vederci…

Il disco è molto bello, mi pare un bel passo avanti rispetto all’ep. Ti chiederei di parlare un po’ del processo di scrittura e anche di cosa ci è finito dentro e con che criterio l’avete scelto, visto che ci sono anche delle versioni nuove di tre pezzi che avevate già registrato per quel precedente lavoro…
Carlo: ci sono dieci pezzi, che è il numero giusto a mio parere per un album, anche se non un numero elevatissimo. Diciamo che sono brani che racchiudono un po’ tutto quello che è stato il periodo Lowinsky: alcune canzoni erano già sull’ep, le abbiamo riarrangiate e risuonate. Poi ci sono canzoni che erano state scritte nello stesso periodo ma che erano state escluse perché non le ritenevamo ancora mature e altre scritte in quel 2018 in cui siamo stati fermi; infine, pezzi di quest’ultimo periodo, quando abbiamo ripreso a suonare, ed era arrivato Alessandro. Ci tenevamo a ripercorrere tutto l’arco della band, anche per l’esigenza di riprendere il filo di tutto ciò che era stato troncato di netto. Allo stesso tempo, però, non potevamo riprendere i pezzi con lo stesso arrangiamento, perché sarebbe stato superfluo e poi non le suoniamo più così, le sentiamo in maniera diversa. Sono canzoni a cui teniamo molto e crediamo che nell’Ep non fossero state sviluppate al 100%, che ci fossero ancora delle potenzialità da sfruttare. Lo stesso discorso vale per quei pezzi che non erano mai stati registrati. Nel frattempo li abbiamo suonati molto dal vivo e così, rimasticandoli in continuazione, abbiamo trovato la quadratura in modo tale da poterli registrare. I restanti brani sono invece un po’ la risultanza di tutti questi periodi, li abbiamo scritti con tutta la maturità che ci sentiamo addosso e forse anche per questo, almeno al momento, sono quelli che mi piacciono di più…

Quali sono?
Carlo: “Vacanza Paradiso”, “Seppuku” e “L.M.R.” che sta per “La mano rossa”.

In generale, mi piace molto come suona questo disco: molto potente ma anche pulito, senza snaturare quello che è il vostro genere. La produzione c’è ma non ha reso il suono eccessivamente laccato, ha mantenuto un’impronta generale molto live…
Carlo: Mi fa piacere che tu dica questo perché noi non siamo certo una band a cui piace fare le cose “pulitine” e precise. Ci fa dunque piacere che anche nei pezzi più acustici e più melodici venga fuori questo nostro aspetto più Punk, più Garage…

Chi è il produttore?
Carlo: Ci siamo affidati totalmente ad una persona su cui abbiamo scommesso: si chiama Giacomo Corpino, ed era il fonico dell’Edoné ai tempi in cui organizzavamo le serate lì. Poi si è dedicato completamente alla produzione, è andato a Londra, ha fatto il suo percorso, è ritornato qua, ha aperto il suo studio, che si chiama Whale Audio e a quel punto, quando ci siamo chiesti con chi avremmo voluto fare il disco, ci siamo risposti che ci sarebbe piaciuto affidarci totalmente ad una persona, dargli le cose da fare e dirgli: “Se ci stai, sei uno di noi. Vieni alle prove, ascolti le canzoni, dici la tua, senza ovviamente rompere troppo le balle (ride NDA), ci registri, ci fai il Master… tutto, insomma!”. Lui ha accettato e il risultato è ottimo! È un disco che ha molto cuore, sia per come è suonato, sia per come è stato registrato. 

Lo avete registrato da lui, quindi?
Carlo: In realtà è stato un disco un po’ nomade. Basso e batteria li abbiamo registrati al Monzoa studio con Greg Conti, che era il bassista dei Verbal, perché Giacomo conosceva la sua strumentazione e voleva farlo là. Poi per le chitarre ci siamo trasferiti qui da noi, dopodiché siamo andati da lui per le voci. Mix e Master li ha fatti Giacomo a casa sua. Noi ogni tanto andavamo lì, ci confrontavamo, gli abbiamo rotto le balle mica poco, così come lui su alcune cose ha preso delle decisioni drastiche, da direttore artistico. Ma ribadisco: sono veramente contento del risultato.

Si tratta probabilmente della produzione migliore per il tipo di scrittura che avete…
Carlo: Sì, anch’io lo credo.

Ai tempi dei Finistère, quando vi avevo intervistato, ricordo che avevate sottolineato come il vostro marchio di fabbrica fossero proprio le due voci armonizzate. Adesso che non ci sono più, com’è stato gestito questo cambiamento? Hai dovuto in qualche modo reimparare a cantare?
Carlo: Io non ho mai imparato a cantare, in realtà (risate NDA)! Se vogliamo quindi interpretare la tua domanda alla lettera, la risposta è “no”. Però, se ho capito cosa volevi dire, quello era proprio il quid del nostro gruppo, era una soluzione che mi piaceva molto ma che aveva anche dei limiti. A me piace cantare ma ho una voce molto bassa, Matteo (Griziotti, l’altro cantante e chitarrista NDA) ce l’ha molto alta e quindi la conseguenza è che coi Finistère facevo molta fatica a venire fuori. Quindi, se da un lato ascoltavo il risultato e mi piaceva tantissimo, dall’altro però ci soffrivo anche molto, era una dualità un po’ difficile da gestire. Quando poi il gruppo si è sciolto, in maniera molto naturale sono finito a cantare da solo ed è bello, mi diverto!

Che poi tra l’altro c’entra con quello che dicevamo prima: il missaggio tiene la tua voce molto dentro, come se fosse uno strumento tra gli altri…
Carlo: E pensa che sti stronzi volevano tenerla ancora più dentro (risate NDA)! Però sì, il discorso è giusto. Trattandosi di canzoni Pop, la voce deve sentirsi, però mi piace che si senta all’americana, assieme agli altri strumenti e non sparata fuori come si usa in Italia…

È funzionale al vostro suono, che è molto “tondo”, avvolgente
Carlo: Tondo? Mi piace come definizione!

Non so, Andre tu vuoi aggiungere qualcosa?
Andrea: No (risate NDA). In realtà io ero quello che la voleva tenere più bassa, la voce. È stata una battaglia (risate NDA)!
Carlo: E tu pensa che io coi Finistère le voci le volevo molto basse! Vedi che è tutto relativo (risate NDA)!

Potete ascoltare l’album qui: Oggetti smarriti

Parlando dei due singoli, è interessante notare come abbiate fatto uscire due canzoni antitetiche: “Bandiera” è senza dubbio più immediata, mentre “Seppuku” è più ricercata, riflessiva, molto meno Pop. Non colpisce al primo ascolto, ha bisogno di sedimentare però, allo stesso tempo, il titolo del disco l’avete preso da lì, quindi immagino che sia un episodio importante nell’economia generale, no?
Carlo: È un brano ispirato a Yukio Mishima, che è un importante scrittore giapponese, assolutamente geniale ma che ha fatto notizia soprattutto per il modo in cui si è ammazzato. Era un forte nazionalista, anche se nella maniera tutta particolare che hanno sempre avuto i giapponesi e che noi fatichiamo molto a cogliere, di solito riducendola al semplice aggettivo “fascista”. Nel novembre del 1970 prende tre o quattro compagni di battaglia (o amanti, a seconda di quello che si vuole credere) e vanno al Ministero della Difesa, rapiscono il ministro e si chiudono nella sua stanza. Lui poi si affaccia sul balcone e comincia ad arringare i soldati che stanno di sotto, dicendo che è importante tornare ai fasti del vecchio Giappone, alla sua tradizione di potenza. E poi lancia dei volantini. È un gesto meditato, arrivato dopo un percorso lunghissimo portato avanti anche attraverso i suoi romanzi. In realtà quelli che lui vede come combattenti giapponesi e che sono semplicemente ragazzi arruolati nell’esercito, gli ridono in faccia, come se fosse l’ultimo degli scemi. E arriva anche un elicottero, che fa ovviamente rumore e quindi nessuno riesce più a sentire quello che dice. Allora sconsolato, ritorna nella stanza e compie il Seppuku, quello comunemente conosciuto come “Harakiri”, il gesto rituale del samurai. Il rituale prevede, come sai, che un tuo collaboratore di fiducia ti tagli la testa prima ancora che tu abbia un’espressione in volto. Come persona di fiducia lui sceglie il suo amante che, piuttosto sconvolto dalla situazione, non riesce a compiere l’operazione in modo corretto, provocandogli quindi chissà quale sofferenza. Alla fine deve intervenire un altro, che finalmente riuscirà a porre fine ai suoi tormenti. E questa è stata dunque la fine di Mishima, un letterato incredibile, che parlava cinque lingue, che aveva una casa in stile occidentale, che veniva intervistato dalle televisioni straniere… non certo quello che si potrebbe definire un pazzo retrogrado, eppure ha fatto questo suo percorso. La canzone però è ispirata anche ad una vicenda di cronaca reale, di una persona che conoscevo. Quando è successo, mi ha portato alla mente quello che sapevo di Mishima e, tremando un po’, mi è venuto da unire le due cose e farci una canzone.

E gli oggetti smarriti?
Carlo
: Si rifanno al percorso di quest’altra persona, di cui però non mi va di raccontare troppo…

Però è anche il titolo di un disco: si potrebbe riferire anche a tutte le cose che avete lasciato sulla strada?
Carlo
: Può essere qualcosa che ti sei lasciato alle spalle semplicemente perché ci tenevi poco. Al contrario, può essere qualcosa che hai perso e che non riesci a ritrovare e non ti dai pace finché non la trovi. E quando raggiungi la certezza sul fatto che non la troverai mai, stai male e allora dovrai per forza fare qualcosa per liberarti da questo pensiero. È un percorso difficile, arrivarci è dura quindi sì, potrebbe rappresentare anche la situazione che abbiamo vissuto noi per arrivare fin qui.

E invece “Bandiera”? Potrebbe avere per caso un significato politico?
Carlo
: No. Forse l’unico che potrebbe essere letto in questo modo è “L.M.R.” ma solo in maniera leggera perché non mi piacciono i testi esplicitamente politici. “Bandiera” è semplicemente una storia d’amore naufragata, raccontata in maniera molto didascalica: c’è questa nave che va a picco, con questa bandiera che è l’ultima cosa che va a fondo. Simboleggia un po’ quell’ultima speranza, quando fino alla fine speri che una certa situazione si possa salvare e invece no, finisce tutto.

E poi hai scritto un pezzo per tua figlia: immagino che “2013” parli di lei, giusto?
Carlo
: L’ho scritta quando era appena nata, poi l’ho modificata in mille modi diversi e alla fine è finita sul disco. Ho sempre avuto un po’ di remore e difficoltà a scrivere qualcosa su di lei ma credo di essere riuscito ad utilizzare delle parole che non la metteranno in imbarazzo quando, più grande, la riascolterà (ride NDA). Al momento, quando l’ha sentita per la prima volta e le ho detto che l’avevo scritta per lei si è emozionata tantissimo, era felicissima. Però sai, ha sei anni, bisognerà vedere quando ne avrà 13-14… nel caso non gliela farò più sentire (ride NDA)!

Da questo punto di vista, la paternità ha cambiato qualcosa, nel tuo essere musicista?
Carlo
: Un po’. Diciamo che mi ha dato delle conferme. Quando arrivi ad avere due figli, un lavoro e tutto quello che una persona deve portare avanti nella sua vita, non hai più tante possibilità per dedicarti ai tuoi hobby, alle tue passioni, per cui devi fare delle scelte. Scelte che derivano ovviamente dalle possibilità che hai in termini economici e di tempo. Banalmente, se hai due figli, devi avere una persona di fianco a te che sia disposta a darti la possibilità di dedicarti a quello che ti piace. E così ho ridotto le mie passioni a tre cose fondamentali: suonare, leggere libri e guardare il basket alla tv. Queste ultime due si possono fare a casa e, ogni tanto, anche assieme ai figli quindi te la puoi giocare bene. Il suonare evidentemente è una cosa diversa ed è per me anche la cosa più importante tra quelle meno importanti. Per fortuna c’è Linda, mia moglie, che mi ha sempre spinto a suonare, sia prima di avere figli che dopo, questo perché lei ha sempre pensato che fosse bello quello che facevo e mi ha sempre spronato a dare il meglio.

Ti capita di portare anche lei sul palco, giusto?
Carlo
: Sì, quando faccio gli acustici, chitarra e voce, spesso c’è anche lei. Che poi è quello che facciamo quasi ogni sera in salotto, alla sera, coi bambini: si prende la chitarra e si canta insieme. E poi lei canta molto bene! Però della paternità ti può parlare anche Andre, visto che suo figlio è nato nel 2013 anche lui…
Andrea: Condivido tutto quello che ha detto Carlo sull’uso del tempo. Io sono separato per cui è più difficile gestire tutta la situazione però anche per me non è scontato dire: “Devo suonare? Non posso perché devo tenere mio figlio”. Diciamo che io ho lo sprone suo. A casa ha già la sua batteria, suona, per cui anche seguire lui, che si interessa a quello che fai, che ti chiede di fargli sentire qualcosa… poi loro sono innocenti, se ti devono dire che una cosa fa schifo, te lo dicono senza problemi (risate NDA)! Alla fin fine, quello che faccio qui non è tanto diverso da quello che faccio quando suono a casa con mio figlio. È all’interno di questo rapporto famigliare che riusciamo a vivere tutto questo. È famigliare il rapporto con mio figlio, è famigliare il rapporto che ho con loro: il rapporto con mio figlio mi aiuta a stare con loro, soprattutto nella sincerità, nella libertà di dirsi le cose.

E invece della copertina, che cosa mi dite?
Carlo
: L’ha fatta Barney Bodoano, un artista inglese che ho conosciuto tramite Drew McConnell dei Babyshambles, perché aveva fatto la copertina di un disco degli “Helsinki”. L’ho contattato su internet, gli ho chiesto se avrebbe voluto realizzare qualcosa apposta per noi e lui ha accettato!
Andrea: È la cosa bella di questo disco, il fatto che anche un artista di questo livello, così come anche altre persone, si sia sentito coinvolto al punto tale da voler entrare a farne parte. E poi è riuscito a cogliere l’essenza di Lecco, nonostante non ci sia mai stato. L’atmosfera, il disegno, i colori… ha colto perfettamente l’essenza del posto…

Come è nata l’idea di usare Lecco?
Carlo
: Ci ha chiesto lui che soggetto prediligessimo e noi gli abbiamo detto che ci sarebbe piaciuto un paesaggio, visto che nel suo sito c’è una sezione apposita e sono tutti molto belli. A quel punto abbiamo pensato che fare una veduta del lago di Lecco, sarebbe stata la cosa migliore. Gli ho passato un po’ di foto, a lui l’idea è piaciuta tantissimo e così è nata questa copertina.

In alcuni pezzi avete inserito il violino, che trovo sia molto efficace, apre parecchio…
Carlo
: Per noi si tratta di una novità assoluta. Ti dirò la verità: quando abbiamo scritto quei pezzi, prima di iniziare a registrarli, non ci era venuto in mente che avremmo potuto metterci sopra un violino. Poi però abbiamo pensato che “L’ennemi” nella versione dell’Ep, aveva un giro di chitarra molto bello fatto da Dario, che con la formazione a tre si sarebbe perso. Il pezzo stava in piedi comunque ma sarebbe stato un peccato. La stessa cosa si può dire di “Vertigine”. Per cui ci siamo detti: “Perché non proviamo a sentire se conosciamo qualche violinista da invitare in studio?”. Io poi ascolto anche parecchio Alt Folk e Alt Country per cui l’idea mi pareva bella anche se si trattava di un esperimento, avrebbe potuto venir fuori anche una cagata! Abbiamo quindi trovato questa ragazza, Daniela Fantoni, che conosceva Tasso e altri amici. È stata molto disponibile e soprattutto brava: le abbiamo semplicemente detto di prendere questi due pezzi e di fare col violino le parti originariamente pensate per la chitarra. Allo stesso tempo, l’abbiamo lasciata libera di fare quello che voleva. Abbiamo fatto un paio di prove, è andata benissimo e le canzoni ne hanno davvero beneficiato! In fase di registrazione è stato bello perché Giacomo le ha dato qualche indicazione e lei ha suonato, poi abbiamo tenuto le cose che ci piacevano… ci sono anche un paio di imperfezioni ma che funzionano perfettamente all’interno dell’insieme.

Sarà con voi anche sul palco?
Carlo
: Sicuramente ci sarà il 22 febbraio all’Edoné, per la presentazione. Suonerà con noi i due brani del disco e una cover; dopodiché, se da cosa nascerà cosa e deciderà di fare altro, noi saremo solo contenti!

È evidente che il mercato musicale stia andando in tutt’altra direzione rispetto al genere che fate voi: vi sentite in qualche modo anacronistici?
Carlo
: Romanticamente anacronistici, direi (risate NDA)! Siamo tutti e tre molto slegati da questa realtà attuale però ti dico anche questo: loro sono due nonni perché hanno quarant’anni, io sono il giovane della band perché ne ho 37 (risate NDA) e ormai abbiamo fatto pace con questa cosa. Dieci anni fa probabilmente ci saremmo fatti molti più problemi; che non vuol dire che avremmo suonato altre cose per risultare più al passo coi tempi, però forse ci saremmo lamentati parecchio! Adesso, davvero, non ce ne frega nulla! Abbiamo fatto un disco che ci piace, abbiamo la possibilità di fare qualche data per portarlo in giro, magari qualcuno lo ascolterà, qualcuno lo canterà. Va bene così! E se anche non dovesse succedere, avremmo comunque realizzato la nostra piccola opera artistica, avremmo avuto la soddisfazione di aver raggiunto un obiettivo. Siamo riusciti a portare a compimento una nostra esigenza e siamo a posto così!

Che poi, se si guarda al trend generale, non è vero che sono sparite le chitarre!
Carlo
: All’estero sicuramente no! Qui la situazione è un po’ diversa. Poi sai qual è la cosa? Io sono influenzato al 99% dalla musica inglese e non ho praticamente mai ascoltato roba italiana. Non è un giudizio di valore, è un dato di fatto. Quando andavo in macchina coi miei, da piccolo, si ascoltava Simon & Garfunkel, laddove probabilmente molti altri miei coetanei avevano Dalla e cose così. Eppure, abbiamo scelto di scrivere e di cantare in italiano. Ma lo facciamo con un gusto e delle influenze che col nostro paese non hanno nulla a che fare. Questo ci rende molto diversi perché, proprio a livello di costruzione del pezzo e della melodia, non c’entriamo nulla con l’Italia! E credo che non siamo così in tanti, a cantare in italiano ma all’interno di un filone musicale assolutamente anglosassone…

Però non è un paradosso? Che una band come la vostra, che avrebbe certamente tutti i requisiti per essere apprezzata all’estero, che per certi versi sarebbe più apprezzata all’estero che qui, si incardini poi su una lingua che non può minimamente essere capita al di fuori dei nostri confini?
Carlo
: Nei Daisy Chains cantavamo in inglese ma alla fine abbiamo suonato sempre e solo in Italia. E cantavamo in una lingua che, Tasso a parte, perché è mezzo americano, conoscevamo poco, di fronte a gente che la conosceva molto peggio di noi, con dei testi solo accettabili. Per cui, quando all’inizio dei Finistère mi sono confrontato con Matteo, gli ho detto: “Ma perché l’inglese? Non vogliamo essere capiti? Non vogliamo che la gente canti i nostri pezzi?”. Viviamo qua, ci stiamo più o meno bene, ci piace la nostra lingua e, soprattutto, penso di potermi esprimere bene in italiano, cosa che in inglese non mi sentirei in grado di fare!
Andrea: Abbiamo fatto tanti dischi ma questo è quello dove veramente siamo noi stessi. Io ascolto più italiano di loro ma tutta roba datata. E adesso siamo arrivati qui, potrebbe essere il disco della maturità, anche se non credo di essere maturo, nonostante abbia 40 anni. È un percorso, che ci ha portato fino a qua. Anche pensando alle mie parti di batteria, mi faccio trasportare dalla musicalità di quello che Carlo scrive e sono molto più libero, senza gli schemi e i paletti che potevano esserci prima. Oggi siamo tre persone che sanno cosa fare e cosa vogliono essere: stiamo insieme, ci divertiamo e questo disco rappresenta esattamente questo. L’italiano è dunque parte di quel percorso che ci ha portato fino a qua.
Tasso: Io ho ascoltato musica inglese per tutta la vita, lo parlo male ma lo comprendo perfettamente, in tutte le sue declinazioni. Di conseguenza, ho sempre trovato molto strano l’italiano che canta in inglese. Carlo, per carità, era accettabile ma tante volte si sentono delle cose che non lo sono per niente. Non faccio nomi ma…
Andrea: E falli (risate NDA)!
Tasso: No (risate NDA)!
Carlo: Che poi l’inglese madrelingua non la capisce nemmeno, la cosa! Quando Drew è venuto qua e gli ho detto che col mio gruppo precedente cantavo in inglese, si è stupito. Poi è chiaro, lui parla inglese, può andare in tutto il mondo ma normalmente loro pensano: perché non dovresti cantare nella tua lingua?