I N T E R V I S T A


Articolo di Luca Franceschini

In fin dei conti non è cambiato nulla. Quelli che si lamentano della scomparsa dell’Indie italiano, della sua perdita di visibilità, dell’irrompere di alcuni artisti nel mondo del Mainstream, dell’ondata Hip Pop e Trap che avrebbe monopolizzato il mercato e spento ogni scintilla creativa, dovrebbero forse iniziare a guardare le cose da una prospettiva diversa. Certo, ci sono stati anni in cui i Non voglio che Clara erano headliner al Mi Ami (alla Collinetta, certo, ma pur sempre headliner) mentre probabilmente, se venissero chiamati oggi, suonerebbero alle cinque del pomeriggio. Ok, va bene, ma che numeri avevano all’epoca? Siamo proprio sicuri che Thegiornalisti, Calcutta, Ghali e compagnia bella abbiano davvero ucciso l’Indie, come da più parti si sente in giro? Non credo proprio. Sono convinto piuttosto che sia cambiato il mondo del Mainstream: c’è stato un ricambio generazionale, i giovani stanno veicolando la loro identità nell’ascolto di tutta una serie di nomi, che si esprimono in un linguaggio molto diverso sia da chi dominava le classifiche fino a qualche anno fa, sia dai vecchi idoli trasandati di un’intera generazione di universitari fighetti e un po’ hipster (a proposito, esistono ancora gli hipster? Chiedo lumi a chi ne capisce). Allo stesso tempo però, ciò che ci si illudeva fosse patrimonio dei più, era già all’epoca riservato ad una minoranza eletta, seppure, nella nostra percezione, i numeri fossero più consistenti.
E quindi cosa succederà, ora che i Non voglio che Clara, che di quella bellissima stagione furono uno dei frutti più saporiti, sono tornati con un nuovo disco? Impossibile e anche piuttosto inutile dirlo. Un paio di lezioni però, ce le stanno insegnando: la prima è che non si è per nulla obbligati a dover fare uscire un disco, se non si ha nulla da dire. Sono passati sei anni (quattro, se contiamo la ristampa di “Hotel Tivoli” col relativo tour) ma non ce ne dovremmo scandalizzare troppo, fa parte del ciclo naturale della vita: quando si è pronti, si esce. La seconda cosa è che una band in giro da tanto tempo, che ha in qualche modo fatto scuola con sua proposta, può anche sentirsela di non dover soddisfare per forza di cose le aspettative del pubblico. Suonavano Lo Fi, i Non voglio che Clara e suonavano anche piuttosto depressi, a tratti in modo esagerato. Adesso registrano un album che si chiama Superspleen e che già nel titolo gioca con la citazione baudeleriana, trasformandola in un giocattolo che sa di autoironia e di lucentezza Pop. Il tutto mentre aprono le melodie, illuminano le atmosfere e confezionano una decina di canzoni che sembrano fatte apposta per traghettarli nel presente, rimanendo tuttavia fedeli alle vecchie radici. Non sono più loro e allo stesso tempo sono ancora loro, una parziale mutazione genetica che, da qualunque parte la vogliamo prendere, ci ha regalato uno degli album più belli usciti finora in Italia. Abbiamo raggiunto al telefono Fabio De Min, voce ed autore principale del quartetto.

È sicuramente una domanda banale ma mi piacerebbe capire cos’è successo in questo periodo di assenza dalle scene; evidentemente non è che uno debba per forza fare un disco ogni due anni, però magari c’è qualche storia interessante da raccontare…
È vero che l’ultimo nostro disco è uscito nel 2014 ma siamo stati in giro per un po’ a suonarlo, dopodiché abbiamo ristampato Hotel Tivoli e abbiamo fatto altre date anche lì per cui quando ci siamo fermati era già il 2016. A quel punto ci siamo chiesti che cosa fare e ci siamo risposti che sarebbe stata una buona idea prenderci un po’ di tempo. Non tanto perché non fossimo soddisfatti di quello che stavamo facendo ma perché suonando insieme da parecchio, c’era la voglia di provare a fare qualcosa di diverso, di utilizzare un approccio differente alle nostre composizioni. Ci è voluto un po’ di tempo per elaborare il materiale che nel frattempo era stato scritto, anche perché lo abbiamo fatto separatamente, ognuno con le sue cose. Sintetizzando, direi che abbiamo cercato un metodo diverso per procedere e che, tra una cosa e l’altra, ci siamo accorti che era passato del tempo!

L’aspetto che evidenzierei di più, sin dal primo singolo che avete fatto uscire, è che siete sempre voi, l’identità è quella ma allo stesso tempo avete alleggerito un po’ il vostro suono, avete stemperato certe atmosfere, rendendo in qualche modo più “Pop” (passami il termine) la vostra musica ma senza banalizzare la vostra scrittura, che invece rimane sempre di livello altissimo…
Ti ringrazio! C’è stato effettivamente un cambio di scrittura ma questo riguarda il fatto che con gli anni si cambia e che pensare di scrivere allo stesso modo di quindici anni fa mi risulterebbe molto strano. Maturiamo come persone e si spera di maturare anche come musicisti, insomma. Io non vedo un cambiamento così marcato, però: sicuramente è un disco più lineare, più semplice ed è anche più colorato, c’è dell’ottimismo, in qualche modo. Se in precedenza mi capitava di scrivere concentrandomi sugli aspetti negativi delle cose, magari adesso c’è un po’ di luce in più. Non che io sia una persona estremamente scura, anzi! Però in passato è vero che mi sono più concentrato su certi aspetti mentre invece adesso ho voluto esplorarne altri.

Credo che questo sia evidente anche nel lavoro di produzione. Sottolineerei due cose: la prima è che la tua voce esce in maniera molto diversa, è più in evidenza, è come se venisse valorizzata di più in tutte le sue sfumature. Diciamo anche che canti molto meglio! In generale poi il suono è meno Lo Fi, trovo che il tutto sia molto più rifinito in tutte le sue componenti…
Mi piace sempre sottolineare questo: io e gli altri ragazzi veniamo da un tipo di musica che non è quella Pop, che è legata al mondo del DIY, del Lo Fi e di queste cose qui. Il nostro approccio è quindi sempre stato quello di arrangiarci, di andare in studio e di usare quello che avevamo a disposizione, di provare a fare le cose. Le nostre prime prove quindi risentono del fatto che non eravamo capaci! Poi crescendo impari a fare delle cose e riesci quindi a metterle in pratica. Per cui sicuramente c’è stato un miglioramento ma deriva dal fatto che abbiamo imparato di più, lo dico senza nessun imbarazzo, fa parte del percorso di musicista. Siamo dei musicisti e non ci siamo mai considerati imparati: quando ho iniziato sapevo fare delle cose e adesso spero di saperne fare molte altre; spero anche di essere migliorato come cantante, i pezzi sono più incentrati sulla voce perché anche lì ho cercato un approccio diverso. Mi sono infatti preoccupato che le parole, prima ancora di un significato, avessero un bel suono, ho lavorato molto sulla musicalità dei testi. È stato molto faticoso perché non avevo mai usato questo metodo prima ma credo che alla fine anche questo abbia portato il disco ad essere più comunicativo, più accessibile.

Accessibile è forse la parola giusta. È probabilmente la strada migliore che avreste potuto percorrere, per affacciarvi in un mondo musicale che nel frattempo è cambiato. Per esempio, avete messo molti più fiati di prima, pezzi come “Il miracolo” o “La Streisand” o “Marginalia”, sono più aperti, più “popolari, diciamo. Sono cose che avevate già provato in precedenza (vedi “La bonne heure”) ma qui risulta molto più accentuato.
Abbiamo svolto un lavoro molto più collettivo sui pezzi: siamo partiti come sempre da idee mie abbozzate in forma di provino, ma ci abbiamo lavorato molto di più insieme. Ognuno si portava a casa i pezzi e se li studiava. Noi non abitiamo vicini, siamo un po’ sparsi per il Veneto. Ognuno di noi si è preso dunque il proprio tempo per elaborare le idee e poi le abbiamo messe insieme, ne abbiamo discusso, è una parte del lavoro che ha inciso sul suono generale, secondo me. Ed è anche quello che è il maggiore responsabile dell’estrema varietà di questo lavoro. Devi sapere che abbiamo registrato venti pezzi e che poi ne abbiamo scelti dieci, semplicemente perché in quel momento erano quelli più vicini ad essere conclusi, li abbiamo finiti e sono stati inclusi nel disco. Ce n’è dunque un’altra decina che potrebbe essere pubblicata a breve…

È quello che ti avrei chiesto dopo, in effetti. Perché quel “Vol.1” associato al titolo suona piuttosto eloquente…
Sì, ma è più un modo per mettere una bandierina sul lavoro che abbiamo fatto finora, non significa che uscirà per forza un secondo volume, anche se il materiale ce l’abbiamo. Volevamo come mettere un punto e dire: “Ricordiamoci che questa è una parte del percorso che abbiamo fatto!”. Comunque mi piacerebbe molto far uscire un altro disco entro l’anno, vedremo…

Il titolo “Superspleen” è di per sé interessante: il richiamo a Baudelaire è esplicitato nella title track che è anche, mi sembra, la canzone più amara: si parla di bilanci, ci si chiede se la vita che abbiamo vissuto ci abbia soddisfatti, se non si poteva forse fare altrimenti… c’è un qualche motivo per cui è questa, che dà il titolo al disco?
In realtà è il disco che dà il titolo al pezzo e non il contrario. Quando abbiamo cominciato a lavorarci, la prima cosa che abbiamo pensato era di trovare un titolo. Questo perché è sempre successo di arrivare a registrazione concluse, con tutti i brani pronti e di dover pensare a come chiamarlo! Allora abbiamo pensato a due o tre working title ed uno di questi era “Superspleen”, che è quello che è poi rimasto. Invece, al momento di scegliere un titolo per quel pezzo lì, ho pensato che proprio “Superspleen” potesse rispecchiarne il mood anche se, come dici tu, le atmosfere delle altre canzoni sono abbastanza diverse. Però occorre anche tenere presente che non abbiamo incluso queste dieci per un discorso di fil rouge o per un’omogeneità di suono ma semplicemente perché avevamo voglia di chiudere quei pezzi. È semplicemente una raccolta di canzoni, questo era quello che avevamo in mente.

Una delle mie preferite è sicuramente “Ex Factor”, che si muove su una sorta di doppio binario: da una parte la fine di una relazione, dall’altra una serie di immagini politiche, con la polizia che sgombera i dehors coi manganelli… poi non so se tu sia uno che spiega i suoi pezzi però mi piacerebbe capire meglio…
Certo! C’è un po’ l’idea che avevo già utilizzato e che mi piace molto, di portare le storie in un contesto quotidiano. Mentre stavo scrivendo quella cosa devo avere letto da qualche parte una notizia di questo tipo e ce l’ho messa dentro. Succede sempre che io venga provocato da quello che mi sta intorno e ho sempre quel velo caustico, frutto della contemporaneità in cui sono immerso. Anche “Il miracolo” esprime quel tipo di sensazioni lì…

Quella è organizzata un po’ come flusso di coscienza ma mi sembra che al centro vi sia il tema della mancanza di empatia…
Sì, potrebbe essere una cosa tra “Herzog” di Saul Bellow e Raymond Carver. È scritta in prima persona, c’è un personaggio che è l’io narrante ma non sono io, perché non è detto che io sia per forza dentro nei miei testi. Si tratta di un piccolo racconto che passa nella testa di un personaggio estremamente caustico…

Anche “La Croazia” è molto interessante. Sia per come l’idea del titolo viene utilizzata all’interno della canzone, sia per come il pezzo è organizzato attorno ad un loop, nella parte musicale ma anche in quella testuale, con questa idea delle ragazze che si fidanzano ma “d’estate quasi mai”…
Ci sono vari spunti, in quella canzone. Uno è, banalmente, l’osservazione dei ragazzi, degli adolescenti; l’altro è il tema delle scelte che si fanno. L’interrogativo è sempre se quelle scelte che abbiamo fatto, questi bivi che abbiamo preso pesino oppure no: se avessimo preso l’altra porta, l’altra strada, le cose sarebbero diverse oppure queste scelte che reputiamo così importanti, nell’economia della nostra vita invece non lo sono? È una canzone sulle scelte e la Croazia è un “non luogo” ideale, rappresenta il momento delle vacanze, quando magari, di fronte a un falò o di fronte a una birra, decidi che la persona che hai davanti è quella con cui resterai per il resto della tua vita, oppure che ti iscriverai all’università, oppure che cambierai lavoro…

Mentre parlavi mi veniva in mente che forse un fil rouge potrebbe anche esserci: dopotutto ci sono diverse canzoni che parlano di scelte; anche “Liquirizia”, anche se forse sono più mostrate le conseguenze, di queste scelte…
È interessante. In realtà anch’io sto cercando di capirci qualcosa, di quello che ho scritto (ride NDA)! Può essere, sì, di sicuro è stato inconsapevole però è vero che in quei pezzi lì c’è uno sguardo sul passato. Anche se non necessariamente si tratta del mio sguardo, come ti ho detto prima.

Mi piace tantissimo anche il modo con cui avete chiuso il disco, con “Altrove _ Peugeot”, questa sorta di fusione di due canzoni in una…
È nata in maniera molto banale: erano due situazioni diverse, per certi versi incomplete ma che mi sembrava si completassero mettendole insieme. Potremmo dire che erano due canzoni non finite ma che, una volta che le abbiamo incollate, hanno acquistato un loro senso. Non nasce come una suite, ecco. È un po’ un retaggio del discorso che ti facevo prima sulle nostre influenze, sulle mie influenze, soprattutto. Certi esperimenti strampalati, dove non c’è una vera attenzione per la forma canzone, ma c’è piuttosto un’idea d’insieme, di disco, diciamo, con momenti che non sono una canzone vera e propria ma che funzionano nell’economia globale di un lavoro. Sono tutte cose che si ritrovano nei dischi che ascoltavo da ragazzo…

A tal proposito: in un’intervista a Rockit di qualche mese fa mi ha colpito sentirti dire che non è che perché uno fa un certo tipo di musica, che poi debba ascoltare solo artisti affini. E hai fatto quella battuta sul fatto che avresti anche potuto aver passato gli ultimi anni ad ascoltare Death Metal, per quel che ti riguardava… ma ascolti veramente Death Metal?
Certo! Sono un grande fan del Death Metal e del Black Metal, anche… 

Pensa te! Vedi, questo mi porta a fare una riflessione sul fatto che spesso e volentieri noi tendiamo ad appiccicare ad un artista l’immagine che prendiamo di peso dalla musica che suona: dopo tutto l’hai detto anche tu prima, che non è che il fatto che suoniate canzoni tristi e malinconiche, vi renda automaticamente dei depressi…
(Ride NDA) Ti dirò che io sono sempre stato abituato a separare le due dimensioni. Ascolto Black Metal, ma non mi interessa l’aspetto di bruciare le chiese o di conciarsi con il trucco, ovviamente. Mi piace la musica di questi artisti ma non vado a chiedermi come vivano davvero nella vita privata. Mi piace pensare che ognuno faccia la musica che gli viene: io non sono mai riuscito a fare calcoli, a dire: “Scrivo una canzone di questo tipo perché magari funziona meglio!”. Certo, puoi fare determinate scelte in studio, soprattutto per quanto riguarda l’arrangiamento, ma da qui a pianificare le scelte perché si vuole sfondare in un certo genere, ce ne passa!

Quali sono i tuoi dischi preferiti, in ambito Death? 
Innanzitutto penso che sia una delle forme musicali più belle che esistano! Nello specifico, sono affezionato soprattutto ad album del passato, come “Heartwork” dei Carcass, oppure “Sound of Perseverance” dei Death ma anche le prime cose di quella stessa band. Poi amo molto gli Slayer, anche se non rientrano troppo in quel filone. E poi sono un grande fan dei Bathory… ma comunque da ascoltatore io ascolto un sacco di cose, dove i collegamenti con quello che faccio sono assolutamente irrilevanti. Riesco a passare da Stevie Wonder agli Obituary senza nessun problema!

Che poi è il modo migliore per ascoltare musica, secondo me. In Italia purtroppo siamo ancora vittime degli steccati per cui la maggior parte degli ascoltatori di solito è molto selettiva…
È vero. Siamo molto diversi da un paese come gli Stati Uniti, per dire, dove ai primi posti in classifica puoi trovare tanto Beyoncé quanto i Tool. Del resto lì di volta in volta sono andati di moda tantissimi generi mentre da noi, Rock o Metal non hanno mai avuto chissà quali fortune…

Parliamo del tour, adesso. Come sarà tornare in giro dopo alcuni anni?
Ci stiamo lavorando proprio in questi giorni. La novità è che sul palco saremo in cinque e non più in quattro. Ci concentreremo senz’altro sull’ultimo disco, che ci piacerebbe riprodurre nella sua totalità perché è nato proprio come lavoro di una band, con l’intento di suonarlo dal vivo. Bisognerà ad ogni modo fare i conti col tempo a disposizione, anche perché comunque qualche pezzo vecchio lo inseriremo di sicuro…

In effetti voi non avete mai fatto concerti troppo lunghi, da quel che mi ricordo… ?
Io personalmente penso che i concerti debbano essere brevi. Ma perché io, da ascoltatore, mi annoio! Ho un’attenzione di 45 minuti al massimo; dopodiché, se anche sul palco ci fossero i Beatles, mi romperei le palle. Cerchiamo sempre di stare dentro certo un timing, normalmente non più di un’ora e mezza anche se ci è capitato di fare concerti più brevi. Io penso che in generale l’attenzione del pubblico non sia molto alta, molto meglio fare una cosa breve ma fatta bene, piuttosto che allungare il brodo.

Un’ultima battuta: ho visto che non sarete più distribuiti da Sony/BMG. È successo qualcosa?
In realtà non ci abbiamo neanche pensato. Quella cosa era frutto del contratto che avevamo con la nostra etichetta in quel periodo e di una serie di condizioni che erano nate. Per questo disco, facendo un paragone tennistico, avevamo voglia di ripartire dai Challenge, come aveva fatto Agassi (ride NDA). Eravamo fermi da un po’ per cui pensavamo fosse meglio ripartire da una situazione dove avessimo un maggior controllo sulle cose. Ci siamo accasati con un’etichetta piccola, ma gestita da ragazzi che hanno un grande entusiasmo e una partecipazione che non avevo mai riscontrato in nessun altro. Avevamo bisogno di avere intorno delle persone di questo tipo e potevamo trovarle solo all’interno di strutture più piccole. Ad ogni modo sarà distribuito da Audioglobe, quindi ci sarà lo stesso un contesto medio grande…