I N T E R V I S T A


Articolo di Giovanni Carfì

Un nome particolare ed evocativo, ascoltando il loro ultimo lavoro, Archetype, resto colpito dal loro sound e da quanto viene scritto per presentarlo. Coma Berenices è un duo partenopeo, composto da Antonella Bianco (chitarra e tastiere) e Daniela Capalbo (chitarre e mandolino) si uniscono nel 2015 e poco dopo si aggiunge il batterista Andrea De Fazio, con il quale registrano il loro esordio, Delight nel 2016. Tante corde, suonate e arrangiate, ma nessuna parola, per un disco interamente strumentale, nel quale troviamo brani affascinanti e dalle molte sfumature. Ho deciso di contattarle per dare anche una voce a questo lavoro, anzi due.

Nella descrizione di Archetype, viene esaltato il potere ed il valore della musica, come mezzo capace di esaltare e valorizzare i diversi aspetti della contemporaneità; una sorta di linguaggio universale e dalle mille sfumature. Quali sono per voi, alcune di queste “sfumature”, e in che modo possono infrangere le barriere, o accomunare le persone?

Nella musica ci si può rifugiare, ritrovarsi, emozionarsi, avvertire la mancanza di qualcuno o qualcosa, grazie alla musica si può trovare conforto dal dolore, oppure comprendere nuovi profondi desideri. Le “sfumature” sono tante perché la percezione è sempre soggettiva, ma ciascuna soggettività può essere valorizzata, eliminando le barriere che spesso la quotidianità ci porta ad erigere, e in questo senso possiamo sentirci accomunati, nella diversità che ci contraddistingue e che è ricchezza.

In che modo nasce l’idea di produrre un lavoro interamente strumentale, è un linguaggio espressivo che vi è sempre appartenuto o è un punto di arrivo dato da alcune vostre influenze?

Più che una scelta ponderata e razionale, la nostra musica nasce da un’esigenza. E’ una scelta espressiva alla stregua di una “licenza poetica” rispetto al mainstream contemporaneo nel quale – possiamo ammetterlo – è difficile collocarci. Probabilmente il genere strumentale è un comune denominatore tra le esperienze artistiche e musicali reciproche, del resto, nessuna delle due è una brava cantante!

Pensate che la musica suonata, abbia una capacità differente rispetto al suo utilizzo compositivo associato a dei testi?

Non necessariamente.

Coma Berenices, è un nome ispirato dalle stelle, nell’artwork del disco, una bambina sorride volgendo lo sguardo verso il cielo, è un caso o c’è un legame, una suggestione legata alle stelle o anche banalmente al perdersi con il naso verso il cielo?

La foto richiama il progetto grafico del primo lavoro, Delight, curato ai tempi da Andrea Moriello di Controlzeta Lab. Quindi non è per niente casuale come scelta, anche perché si tratta di uno scatto al quale siamo molto legati (appartiene ad un progetto fotografico di Daniela).

A proposito di influenze, cosa vi ha fatto scattare la scintilla verso la musica, e cosa la mantiene ancora viva?

E’ una domanda interessante e molto difficile, potremmo equipararla a domande simili: perché hai deciso di fare un tuffo nel mare blu? Quando hai deciso di imparare ad andare in bici? La musica è un meta verso cui tendere all’infinito.

Quando suonate, avete dei canovacci sonori dove può trovare spazio dell’improvvisazione, o vi attenete ad un’esecuzione “classica” di ciò che viene registrato su disco?

No, nessun canovaccio. Durante i live set i brani vengono eseguiti per quello che sono; può capitare di lasciar spazio a momenti di improvvisazione, ma è tutto legato al trasporto del momento, alla situazione o a circostanze particolari.

La sensazione presente nel disco, è quella di avere sempre dei punti d’appoggio sonori, grazie ai quali l’ascoltatore riesce ad orientarsi senza distrarsi, è una cosa voluta?

Certe melodie ritornano protagoniste nello svolgimento dei brani: è una struttura spontanea e naturale della nostra composizione.

Tornando indietro nel tempo, a riguardo del vostro precedente lavoro “Delight”, fate riferimento al piacere dell’imperfezione, a questo fascino descritto come “garbo selvaggio”; potreste parlarcene?

Certe cose sono belle per come sono, senza pretese di perfezione. Nella semplicità e nella sincerità è possibile ritrovare un garbo di cui avere cura e rispetto, soprattutto in una quotidianità che tende a valorizzare l’apparenza.

L’ultima traccia del nuovo album, parla di dissolvenze e di una tenerezza di cui non si capisce l’origine. Che veste potremmo immaginare per questa tenerezza riscoperta?

In ciascuno e ciascuna esiste un luogo interiore in cui l’amare non si ritrae.