I N T E R V I S T A


Articolo di Luca Franceschini

Difficile sostenere che la pandemia da Coronavirus stia avendo anche risvolti positivi. Eppure, al di là del cambio di mentalità e di modalità di convivenza col reale che tutti noi, se non vogliamo soccombere, saremo costretti a mettere in atto, nel vorticare delle uscite discografiche, probabilmente l’assenza di una costante programmazione live ha fatto sì che ci si possa concentrare maggiormente sui singoli lavori. Il ritmo è leggermente rallentato e forse sarà più facile operare una scrematura, isolare ciò che è degno di nota dal superfluo, selezionare maggiormente quei titoli più meritevoli di rimanere nel tempo.

I Senna vengono da Ostia, leggermente fuori sede rispetto a quella Roma ritornata da diversi anni al centro della scena indipendente nazionale, dopo l’età d’oro della nuova canzone d’autore tra fine ’90 e inizio Millennio. Manco farlo apposta, il trio guarda da quelle parti lì, in bilico tra Riccardo Sinigallia e Niccolò Fabi, anche se poi se glielo chiedi, tra i loro riferimenti mettono tutt’altro, dal Jazz alla musica più sperimentale.

Lasciamo stare il solito elenco sterile delle influenze, comunque: Sottomarini è un gioiello fuori dal tempo, un fulgido esempio di scrittura a metà tra il minimale e il Lo Fi (sorprendente che a produrlo siano stati Pietro Paroletti e Fabio Grande, che normalmente sono abituati a ben altre stratificazioni sonore) che c’entra poco sia con la Trap che con l’It Pop e che mette piuttosto in risalto l’intensità e la carica emozionale delle composizioni. Se n’è accorta anche la critica, che ha premiato il disco sia al Musicultura sia al Bindi, regalandogli una visibilità che si è poi declinata in un aumento esponenziale degli ascolti, proprio mentre il lockdown interrompeva bruscamente un tour che pareva ricco di promesse.

Oggi i Senna stanno lentamente provando a ripartire. In primavera è uscita Anidride carbonica, un’outtake del disco, una struggente desolazione per chitarra e voce che rappresenta, almeno per il sottoscritto, il punto più alto raggiunto finora da Carlo Senna come songwriter. E poi, piano piano, sta ripartendo l’attività live. Incontro Carlo allo Spirit De Milan, lo storico locale dell’ex area della vetreria Livellara, nell’ambito della ormai tradizionale rassegna dei Rock Files di Ezio Guaitamacchi. Non è un concerto vero e proprio, si tratta di un breve momento (nel programma della serata sono previsti anche Graziano Romani e i Selton) che alterna una conversazione col conduttore ad una manciata di brani suonati. Poco prima dell’inizio, nell’ampio cortile esterno del posto, comodamente al riparo dal caos della musica di sottofondo e dalla gente intenta a cenare, abbiamo fatto una breve chiacchierata su passato, presente e futuro della band.

Mi pare che nella vostra realtà viva una sorta di dicotomia tra band e artista solista: i pezzi li scrivi tu e le influenze cantautorali sono ben presenti, stasera sei qui da solo ma dall’altra parte siete in tre e vi siete sempre presentati come un gruppo a tutti gli effetti…

Il gruppo si chiama Senna perché prende il nome dal mio cognome e da quello di mio fratello, quindi parte da un’idea domestica, raccolta. È vero che sono io a scrivere le canzoni, quindi da questo punto di vista il progetto può essere visto come un’espressione cantautorale. Il concetto di band però ha una grande importanza, esattamente come può avercela una famiglia: nella famiglia ognuno ha un ruolo diverso e la stessa cosa accade nella nostra band. Io scrivo le canzoni ma poi ci sono degli interlocutori di cui mi fido molto: c’è mio fratello Simone e poi Valerio (Meloni NDA), che suona la batteria e quando faccio sentire loro i pezzi so che posso fidarmi di quello che mi dicono, che non si tengono niente dentro… come in una famiglia, appunto! Fortunatamente per ora sono sempre stati contenti di quello che gli ho proposto, quindi… (ride NDA)

Come si concretizza di fatto il loro contributo? In che modo cambiano forma ai pezzi che scrivi?

Non è neanche necessario che tutti suonino su un determinato brano o che suonino lo strumento principale per cui sono nel gruppo. In Sottomarini quasi la metà dei brani sono chitarra e voce, poi abbiamo aggiunto una viola, suonata da una bravissima musicista, Gisella Orvath. Inoltre Valerio, in questo periodo in cui stiamo facendo alcuni concerti in acustico, suona la chitarra e non la batteria. È una formula che apprezzo molto in alcuni gruppi tipo i Radiohead: per loro la canzone è la cosa più importante, per cui adottano tutto ciò che è necessario per farla funzionare; a seconda di ciò che serve, anche noi decidiamo cosa mettere. Per dire, in alcuni brani io suono il pianoforte (che è il mio strumento primario, io nasco come pianista classico) invece della chitarra. In fondo è questa la funzione della famiglia: fare in modo che ciò che esce fuori sia la cosa più giusta. L’importante è ciò che si sta facendo, non chi lo fa.

Da dove parte la tua educazione musicale? Perché, se si ragiona di influenze, sento molto la presenza di Niccolò Fabi, Riccardo Sinigallia, in generale di quella “scuola romana” che è stata così importante a cavallo tra i Novanta e i Duemila. Poi però magari mi dirai che ascolti tutt’altro…

In effetti generalmente ascolto poco la musica italiana, preferisco molto di più la scena internazionale ma non per forza quella riconducibile al Pop. Amo il Jazz, l’Ambient, artisti più sperimentali tipo Steve Reich, cose fondamentalmente inascoltabili (ride NDA) ma dove si può cogliere il senso profondo di quello che gli autori fanno. Devo dire che il paragone con Sinigallia lo hanno fatto in molti. Lo conosciamo e lo apprezziamo, ci fa piacere che ci accostino a lui perché, pur non avendolo cercato esplicitamente, è un riferimento molto importante, non solo come autore ma anche come produttore, tanta della musica italiana bella di oggi passa dalle sue mani, basti pensare il lavoro che ha fatto sul primo disco di Motta.

Avete registrato anche voi da Fabio Grande e Pietro Paroletti, come diversi altri artisti della scuderia Costello’s. In questo caso però mi pare che l’impronta sonora sia molto diversa rispetto alle loro produzioni: è come se fossero stati più discreti, maggiormente al servizio delle vostre idee…

Conoscevo Fabio già da qualche anno perché quando eravamo “piccoli”, per così dire, lui faceva il fonico a Le Mura e poi suonava già ne I Quartieri, che nella zona di Roma sono un nome piuttosto conosciuto. Io ho suonato diverse volte a Le Mura e quindi abbiamo avuto modo di conoscerci. In seguito Costello’s ci ha messi in contatto a livello lavorativo ma noi avevamo questa idea dell’analogico, volevamo un disco che fosse praticamente registrato dentro casa. Ci siamo venuti incontro, come spesso si fa in queste occasioni: siamo andati in studio da loro e hanno spolverato un mixer polveroso con cui si sono accampati assieme a noi. L’idea, la puoi vedere anche nel Making Of che abbiamo pubblicato su Rockit, è molto semplice: siamo tutti quanti dentro una stanza e premiamo “Rec”, poi quello che succede, succede. È vero dunque che hanno lavorato in modo diverso rispetto a quello che sono abituati a fare e penso che questo sia un valore aggiunto perché trovare sempre nuovi modi ti fa apprezzare di più il lavoro che fai e poi, almeno a me, ha dato forti stimoli. Vero che sono abituato a lavorare col nastro ma essere in cinque dentro una stanza, con tutti i rumori, i respiri, ci ha dato un qualcosa in più che non è poi così comune nella musica contemporanea…

Questa passione per l’analogico da dove deriva? È strano perché oggi sembra che l’interesse sia più nell’assemblare i pezzi al computer, il ruolo dell’elettronica è sempre più preponderante…

Quando ho iniziato a suonare erano gli anni Zero, facevo le superiori ed era il periodo in cui si stava passando dalla registrazione su cassetta ai primi computer. La conseguenza era che questi macchinari la gente li buttava via, li svendeva. Su EBay ho trovato certi registratori a cassette che ho pagato qualche decina di euro perché i proprietari se ne volevano disfare. Oggi che stanno tornando di moda, li pagheresti molto di più, mentre invece all’epoca mi ringraziavano perché glieli portavo via! Io sono cresciuto così, col quattro piste, con l’idea di sovrapporre strati e poi, quando è arrivato il momento di fare il lavoro discografico vero e proprio, abbiamo comprato un registratore a bobine, scovato sempre ad un mercatino dell’usato, lo abbiamo messo a posto e ci abbiamo registrato il disco.

Parliamo dei pezzi: “Anidride carbonica”, che avete fatto uscire come singolo, è sicuramente uno dei miei preferiti, davvero molto potente…

Ti ringrazio. Le canzoni mi nascono in momenti di profonda riflessione/tristezza. Per me e per mio fratello il 2018 è stato un anno complicato, e tutti i brani di Sottomarini, alcuni più tranquilli, altri più “depressi”, se si può usare questa parola, sono nati in questo periodo. Anidride Carbonica probabilmente è quella che ha il maggior grado di depressione (ride NDA), infatti io all’inizio avevo pensato di metterla nel disco ma poi ci siamo resi conto che sarebbe stato eccessivo…

È anche un brano molto denso, che ha bisogno di essere metabolizzato, forse facendolo uscire come singolo, ci si può concentrare di più.

Vero. È successo poi che durante la quarantena, quelle parole che avevo scritto sulla situazione che mi trovavo a vivere in quel momento, hanno acquisito un significato ulteriore. Trovarsi in casa isolati da tutti, registrare su un quattro piste a cassetta, chitarra e voce, in camera da letto, ha dato al brano quell’elemento in più che lo ha reso così attuale, nel momento in cui è uscito.

Molto interessante questa immagine dell’imparare a respirare anidride carbonica…

Significa che per sopravvivere a qualcosa ti devi adattare, devi imparare a fare cose che non avresti mai creduto possibili. Noi associamo la vita all’ossigeno ma magari un giorno finirà, dovremo cambiare pianeta e magari, per sopravvivere, dovremo fare qualcosa che non avremmo mai pensato. È una dinamica che si applica a tutti i livelli, a partire da quello personale, che è quello che ho vissuto che mi ha dato l’occasione per scrivere il pezzo ma si può riferire anche alla situazione che abbiamo attraversato nei mesi scorsi, dove tutti abbiamo dovuto imparare a vivere in modo diverso.

È una lezione non semplice da accettare, soprattutto adesso, che siamo di fronte ad una situazione complessa, di cui non si vede la fine.

Mignolo è un altro pezzo che mi piace molto e che mi pare sia in continuità con Anidride Carbonica, almeno per quanto riguarda le atmosfere. Di che cosa parla?

L’impressione è che tu ti rivolga ad un interlocutore che non c’è più oppure è lontano, che si tratti di una canzone di perdita, di assenza… In realtà no. È la canzone che sta al centro dell’album e non a caso, ho distribuito piccoli temi delle varie canzoni un po’ dappertutto, che servissero da collegamento tra i vari episodi, perché il disco l’abbiamo inteso un po’ come un concept. È una canzone in cui due persone si mettono una di fronte all’altra e nonostante le difficoltà che ci sono state (nel ritornello si parla di “tutte le cose che vorrei buttare”, quindi cose non piacevoli), l’io narrante si rende conto che l’altro gli ha detto che loro due rappresentano qualcosa di speciale. Io l’ho intesa come un momento di riconciliazione, il mignolo infatti è il dito che si usa per fare pace, però in effetti può essere interpretata anche come hai detto tu…

È un po’ il bello dei tuoi testi, che se manca un’esplicita chiave interpretativa si prestano a più significati…

Ognuno deve riuscire a leggere quello che vede, la chiave di lettura, nell’arte e nella letteratura, sta sempre nel fruitore, non nel creatore. È lui che attiva l’opera, senza di lui sarebbe come una cattedrale nel deserto.

Le cose a metà e Italifornia rappresentano invece il lato Pop della tua scrittura. In particolare quest’ultima mi pare sia un’interessante riflessione su come dall’Italia guardiamo un altro mondo che ci sembra più cool, sempre un po’ con questo complesso d’inferiorità che ci portiamo dietro…

Italifornia ci ha portato bene, è quella che mio fratello ha mandato ai premi e che ci ha permesso di vincere Musicultura e il Bindi. È stata fortunata forse proprio perché, come dicevi tu, è un po’ più catchy, l’unica veramente uptempo che c’è dentro l’album. Già dal titolo, in effetti parla del mettere assieme questi due mondi. Guardiamo da diversi anni agli Stati Uniti, infatti, che ormai sono il metro di paragone del resto del mondo. Personalmente mi affascina la loro musica e il modo in cui sono riusciti ad esportare non tanto l’arte quanto l’industria artistica. Si parla di guardare a quel posto, ma nello stesso tempo riscontrarvi delle similitudini col luogo in cui viviamo noi. Oltretutto siamo di Ostia, viviamo sul mare, ci sono dei punti in comune con loro, stiamo proprio tra la costa e il mare, da questo punto di vista è una realtà molto californiana, no? È una canzone che cerca anche di capire dove finisca la realtà e dove inizi la fantasia, cosa che oggi è più difficile perché siamo abituati a mettere tanti filtri, a usare i social network per cui ad un certo punto ti viene da domandarti qual è il filtro e quale veramente sei tu, nel senso che il tuo personaggio alla lunga diventa indistinguibile dal filtro. Mi interessava vedere come tutte le persone del mondo occidentale oggi si districhino tra la realtà e la fantasia, in modo molto più permeante di quanto non succedesse in passato.

Mentre invece ne Le cose a metà, c’è la dicotomia della natura umana, costantemente in bilico tra la terra e il cielo… Siamo abituati a sognare in grande ma poi che cosa ci dobbiamo fare, esattamente, con questo sogno? Ha anche a fare con lo spreco, col vedere quello che c’è intorno a te e non capirne la bellezza. Anche noi come Senna, man mano abbiamo capito il valore del luogo in cui viviamo. Non è immediato, non è così facile fare pace col luogo in cui sei cresciuto. Oggi è molto facile vedere quello che ti offre il resto del mondo ma allo stesso tempo è ingannevole perché lo vedi sempre filtrato. La verità è che quello che stai cercando, che so, in Indonesia, magari ce l’hai anche a cento metri da casa tua e non te ne accorgi!

Che poi peraltro, leggevo qualche tempo fa che il posto con la peggiore qualità della vita si troverebbe proprio in California…

Sì, tante volte vediamo quello che vogliamo vedere e non vediamo quello che abbiamo sotto gli occhi. E poi quello che non ti piace attorno a te, c’è sempre la possibilità di migliorarlo, però bisogna mettersi sotto, non basta stare a guardare…

“Giulia”, che apre il disco, è un brano quasi Folk, una canzone semplice, immaginifica…

L’avevo intesa proprio come una filastrocca e inserendola all’interno di un disco che fa dell’esplorazione dei ricordi un tema importante, ha un suo senso perché parte tutto da quando siamo piccoli…

Lo si vede anche dalla foto in copertina: siete voi, giusto?

Sì, siamo io e Simone da bambini, mi pare ce l’avesse scattata nostra madre. Ho scritto questo pezzo come se fosse un gioco, come fanno i bambini quando si mettono a far rimare le parole fra di loro. Al momento di metterla giù, questi giochi retorici si sono trasformati in un pezzo vero e proprio, molto intimo e oserei dire anche toccante, diverse persone mi hanno detto di esserne rimaste colpite…

In un certo senso siete una band atipica rispetto alla contemporaneità: voglio dire, in un’epoca in cui in Italia impazzano il Rap e l’It Pop, voi vi presentate con un esordio che guarda da tutt’altra parte…

Ti dirò che anche lo stesso concetto di Indie, che ci siamo ritrovati addosso senza andarcelo a cercare, non è poi una cosa malvagia, è un tag che serve per organizzare gli ascolti. Personalmente, nel momento in cui andiamo a proporre, a scrivere, a suonare, ci influenza poco però può essere utile a chi si orienta nell’ascolto. Se ti dovessi dire che penso ad un genere mentre scrivo, ti direi di no, poi c’è da dire che usiamo un metro diverso anche per registrare. Ti direi che non siamo né avanti né indietro rispetto al nostro tempo, mi pare che abbiamo più una dimensione “extrastorica”: il disco è uscito nel 2019 ma sarebbe potuto uscire nel 2002 così come nel 2050, spero che anche tra qualche anno non perda quell’impatto emotivo che ha avuto al momento. Un po’ è successo, forse: a dieci mesi dall’uscita se ne parla ancora, ha vinto dei premi, abbiamo degli ascoltatori che continuano a scoprirci… nell’epoca delle playlist e degli ascolti veloci, dove un prodotto (brutto chiamarlo così ma di fatto è quello che è, ormai) viene dimenticato a tre mesi dall’uscita, direi che non è una cosa scontata! Lungi da me dire che abbiamo fatto il botto ma essendo partiti completamente da zero, penso che abbiamo raggiunto un bel traguardo!

Probabilmente dipende dal fatto che raccontate delle esperienze e non avete l’ansia di inseguire il suono del momento. Di fatto i dischi che oggi suonano datati sono quelli che volevano a tutti i costi suonare alla moda…

Io ad esempio quando sento un MIDI non ce la faccio (ride NDA)! È una cosa che mi succede tanto coi dischi di Lucio Dalla o di Samuele Bersani: sono dei fuoriclasse, le canzoni sono bellissime ma spesso i suoni e gli arrangiamenti… diciamo che forse andrebbero risuonate! Anche noi abbiamo usato dell’elettronica: in Italifornia abbiamo messo una batteria elettronica molto vintage, una Roland anche quella comprata ai mercatini, qua e là ci sono dei Synth più contemporanei… spero comunque che a lungo termine avremo ancora la soddisfazione di avere fatto una cosa bella in sé, non solo relativa alla nostra epoca.

Avete già dei piani per riprendere a suonare? Dopotutto, con le regole attuali, gruppi come il vostro, che non hanno dei numeri così alti, potrebbero addirittura essere favoriti, non credi?

Io penso che l’importante siano le canzoni, scrivo quotidianamente, che poi i pezzi vedano o meno la luce, quella per me è l’attività principale. Ovviamente il Covid ha ammazzato anche noi come altri, oltretutto eravamo nel mezzo del tour quindi non è stata una bella cosa. Dall’altra parte però, questa situazione ha fatto sì che chi doveva ancora ascoltare il disco, potesse concentrarsi più propriamente su di esso. Non so cosa faremo in futuro, sinceramente. Dobbiamo capire come e se saranno fattibili i concerti, la sicurezza viene prima di tutto, in questi mesi ci siamo riscoperti fragili ed è una consapevolezza che bisogna mantenere, nonostante tutto. Proveremo a suonare, compatibilmente con la situazione organizzativa e con quella economica. Anche questo è un tema sensibile, lo si è visto durante il lockdown, che questa chiusura è un problema soprattutto per chi ci lavora, quindi bisognerà fare i conti con la sostenibilità economica. Speriamo che nel momento in cui ricomincerà una stagione, si potrà tornare ad organizzare concerti che permettano a noi di suonare bene, a chi ci ascolta di ascoltarci felice e a chi ci fa suonare, di camparci! Come dicevamo prima, bisognerà imparare a respirare anidride carbonica: suoneremo di sicuro ma lo faremo in un modo diverso, che non conosciamo ma che non vediamo l’ora di scoprire! Riprenderemo, questo è sicuro: un mondo senza musica dal vivo non è assolutamente concepibile!