R E C E N S I O N E


Recensione di Riccardo Talamazzi

Forse sarebbe meglio definire questo disco come un ensemble per due pianoforti e tromba. Questo perché i maghrebini chiamano l’oud, terzo strumento qui presente, il “pianoforte del deserto”. Esso è solitamente costituito da cinque coppie di corde più una di bordone e in questa sua struttura c’è qualcosa che lo rende simile al liuto del nostro passato rinascimentale. Abbiamo imparato a conoscere l’oud attraverso le mani di musicisti come Anouar Brahem, Dhafer Youssef, Rabih Abou Khalil, tanto per citare i più famosi. Le sue corde, risonanti e piene di armonici, evocano gli esotici paesaggi desertici e i suoi silenzi. Proprio il silenzio è il protagonista paradossale di questo ultimo lavoro, il quarto di Tania Giannouli. Parlare di assenze in un disco pieno di buona musica come questo In fading light può sembrare azzardato ma la struttura modale dell’intero lavoro, costruito preferenzialmente da lunghi momenti sospesi su un’unica scala musicale riducendo al minimo i cambi di tonalità, regala proprio un’impressione di spazio dilatato, un piccolo universo a cui abbandonasi senza troppe scosse né dissonanze. 

La Giannouli assorbe, attraverso il suo autentico e tradizionale spirito greco, molte suggestioni medio-orientali, districandosi tra frasi pianistiche reiterate, brevi ostinati di note ribattute, spesso condotte all’unisono con la tromba. Lo spirito nascosto è quello di Tigran Hamasyan, di Markelian Kapedian, un vento melodico che soffia malinconiche ninne-nanne albanesi e armene, lontane reminiscenze di Gurdijeff e della sua mano destra Thomas De Hartmann. Non si può ignorare una certa tradizione che porta in seno nell’ambito di questa musica il canto dei popoli, pur rivisitato e nobilitato dalla cultura borghese europea così come accade anche nella classica struttura melodica occidentale con gli esempi di Bartok, Verdi, Beethoven, Mozart ed altri ancora.
Tania Giannouli si è fatta le ossa soprattutto attraverso l’arte multimediale, associando il suo piano a performance di proiezioni d’immagini e recitazioni teatrali. Qui la possiamo ascoltare in un flusso di sola musica in formazione triadica che la vede associarsi ad altri due strumentisti greci, Andreas Polyzogoupulos alla tromba e Kyriakos Tapakis all’oud.
Il primo brano di questa raccolta, Labyrinth, è una perfetta sinossi di tutto quello che abbiamo in precedenza rilevato, con l’aggiunta di una citazione, forse inconscia, di Nino Rota – riascoltatevi il soundtrack del Casanova felliniano e poi tirate le vostre conclusioni. When Then è un’improvvisazione con la tromba in evidenza sopra un paio di accordi di piano ripetuti ossessivamente ma tutto sommato un po’ monotona. Si respira meglio nella seguente Hinemoa’s lament, molto melodica e convincente nella sua tristezza di fondo, un canto, un lamento, una malinconia nascosta dentro un’anima che non sa o non se ne vuole liberare. Più gioia in Night Flight, uno tra i brani migliori dell’intero progetto. I Balcani fanno sentire la loro voce in Bela’s dance ma uno dei momenti clou lo cogliamo in Ingravida, anche se forse qui si sarebbe preferita una tromba meno presente. Con Moth siamo in pieno soliloquio di oud, un assolo riposante svincolato dal potere sonoro degli altri due strumenti. Nella mia personale playlist ci finisce però No corner, un incanto in cui il dialogo tra tromba, piano e oud raggiunge il suo vertice. Dimentichiamoci di Disquiet, pretenziosa improvvisazione che si perde per strada, anzi, nemmeno la imbrocca. Non ci vuole molto per riconciliarci con il disco per cui basta passare al brano seguente Inland, forse più orecchiabile ed un po’ scontato ma pur sempre molto piacevole. Assolutamente superflua l’ultima, velleitaria title track. Uno strano modo, non precisamente strategico, per concludere un buon lavoro.

Tracklist:
01. Labyrinth
02. When Then
03. Hinemoa’s lament
04. Night flight
05. Fallen
06. Bela’s dance
07. Ingravida
08. Moth
09. No corner
10. Disquiet
11. Inland sea
12. In fading light