I N T E R V I S T A


Articolo di Lucia Dallabona e James Cook

Il 20 novembre è stato pubblicato il disco omonimo di debutto dei Radical Raptors. Il duo si presenta sulla scena musicale come qualcosa di unico per l’accoppiata originale che offre, con il bouzouki di Roberto Zanisi e il basso di William Nicastro. Il loro è un genere musicale difficile da definire, crea atmosfere calde e mediterranee con influenze che spaziano dal blues alla musica mediorientale, al rebetiko e al fado. Note speziate prendono vita e si diffondono senza confini richiamando alla mente l’idea del viaggio e della libertà.
Per approfondire la conoscenza di questo nuovo affascinante progetto, abbiamo contattato Roberto Zanisi, che avevamo seguito con interesse nel progetto in solo Bradypus Tridactylus del 2016 (intervista qui) e relativa trasposizione in concerto (report qui).

Ti abbiamo lasciato con un disco in cui praticamente suonavi tutti gli strumenti (dal vivo facendo largo uso di looper), ora ritorni con una formazione a due in cui ti concentri sul bouzouki. Una scelta, a giudicare già solo dal nome, di certo inusuale. Come sei arrivato a questa evoluzione artistica?
Ho sempre realizzato progetti con altri musicisti prima del mio ultimo disco in solo. L’utilizzo del looper negli ultimi concerti è stato una necessità per riuscire a riprodurre il più fedelmente possibile le composizioni per le quali ho sovrainciso io stesso vari strumenti che suonano contemporaneamente. Quando collaboro con altri musicisti tendenzialmente escludo l’utilizzo del looper dal vivo, per concederci maggiore libertà espressiva e improvvisativa senza il condizionamento di una macchina spietata che non reagisce alle variazioni in tempo reale, ma ti costringe a seguire il suo schema. In questo progetto la scelta di utilizzare solamente il bouzouki dipende dalla compatibilità, timbrica ed espressiva, con il basso elettrico. Quattro corde gravi e quattro corde acute che si compenetrano e si completano in un incastro ideale.

Il tuo compagno di viaggio musicale è il bassista William Nicastro. Ci racconti come è nata la vostra collaborazione e in che modo si è concretizzata nella realizzazione dei singoli pezzi? Da dove viene il nome scelto per il vostro duo?
Ho incontrato William qualche anno fa in occasione di un paio di collaborazioni con la cantante libanese Christiane Karam e la polistrumentista di Seattle, Amy Denio. In quelle occasioni abbiamo scoperto un’intesa naturale tra noi, anche se il nostro background di provenienza era completamente diverso. Un paio di anni fa abbiamo deciso di provare a suonare qualcosa insieme, senza immaginare una particolare direzione da seguire. Sono nate così alcune idee compositive che mescolavano la mia conoscenza delle musiche tradizionali di tutto il mondo, con il suo linguaggio influenzato da avant-rock, jazz-prog, soul, reggae, ma non solo… William è un bassista a tutto tondo e, aldilà delle sue qualità sullo strumento, innanzitutto è un compositore… Hanno preso vita pian piano i brani che abbiamo poi inciso su questo disco. È stato un lavoro meticoloso e paziente durante il quale abbiamo curato tutto nei minimi particolari.
Il nome nasce in Sudafrica dove, durante un viaggio, mi sono imbattuto in questa associazione che assiste gli uccelli rapaci in difficoltà. Ho visto la loro insegna e ho avuto una folgorazione. Ho subito chiamato William e gli ho chiesto cosa ne pensasse di un nome così per il nostro duo. Come potete immaginare ne è stato subito entusiasta.

Il disco incuriosisce già dalla prima traccia che dura solo 59 secondi e si intitola requiem. In effetti ascoltando quei ritmi lenti ma determinati, solenni, ho immaginato potessero accompagnare una funzione religiosa, in particolare una processione… E’ giusta la mia intuizione di un’ispirazione, diciamo, “sacra”?
(ride n.d.r.) Abbiamo improvvisato questo breve brano in studio dopo avere inciso tutti gli altri pezzi e il nostro pensiero è stato: “questo brano lo chiamiamo Requiem for a drummer”! L’abbiamo semplificato temendo gesti scaramantici di tutti i nostri amici batteristi. Durante la realizzazione del progetto la domanda che ci siamo fatti più spesso è stata: “ci serve un batterista o un percussionista?”. All’inizio ci sembrava quasi indispensabile, poi abbiamo insistito sullo scambio di tensione ritmica tra i nostri strumenti, curando l’equilibrio tonale e l’incastro con le diverse corde. Crediamo di essere riusciti a creare un sound che non fa rimpiangere la presenza di un altro musicista.

L’approccio del lavoro è prettamente acustico, allo stesso tempo i brani presentano una melodia per lo più estremamente vivace, vitale, nella quale spiccano alcuni sorprendenti cambi di ritmo. L’interplay perfetto fra bouzouki e basso arricchisce il suono al punto che sembra di assistere all’esibizione di un’intera band. Per ottenere questo sorprendente risultato finale quanto ha influito la registrazione in diretta e senza sovraincisioni?
Abbiamo registrato i brani senza click o metronomi, come fosse un’esecuzione live. Durante i pezzi ci sono variazioni di dinamica e di velocità che evidenziano la voglia e l’entusiasmo di suonare insieme. Durante un mese di registrazione in studio, abbiamo scelto le versioni migliori senza editing o sovraincisioni, con Maurizio Nardini, che ha registrato e mixato i brani, oltre ad aver avuto anche la funzione di produttore artistico.

Nel momento in cui le note si fanno più lente il percorso musicale diventa maggiormente introspettivo… Penso in particolare a “Voice of the eagle” nel quale le sonorità planano regali proprio come se osservassero il vivere dall’alto durante un meditativo viaggio di consapevolezza. Come è nato un brano così intimo?
Nel nostro repertorio vi è una prevalenza di brani con ritmi molto serrati, tempi dispari e sterzate continue da togliere il fiato. I tre brani più lenti spiccano perché quando arrivano concedono una pausa all’ascolto quasi frenetico e consentono di “riposarsi” con atmosfere più rilassate, ma non troppo, qualche minuto prima di ripartire. Voice of the Eagle, in particolare, per noi descrive l’emozione di librarsi in volo a grande altezza, come i grandi rapaci, e guardare il mondo per quello che è. Un microcosmo…

Nell’album ho notato anche il richiamo al “nostro lato umano e solidale”. Salamaleikum, titolo del secondo pezzo, in arabo significa “che la pace sia con te”. Così come la terza traccia richiama la memoria di Abebe Bikila, famoso maratoneta etiope bi-campione olimpico che correva senza scarpe per onorare e ricordare il suo popolo. La musica quindi per te, ancora oggi, continua a rimanere uno strumento privilegiato per costruire ponti di fratellanza fra le diverse culture?
All’inizio del progetto, abbiamo pensato anche di produrre i brani in una versione da “grande palco”, utilizzando l’elettronica e suoni in grado di far cantare e muovere il pubblico come avviene nei Megafestival. Salamaleikum sarebbe stato un pò il nostro inno, infatti durante il brano la metrica permette di provare a cantarlo… Magari un giorno… (ride n.d.r.) Abebe Bikila è ispirato dal maratoneta, preso come esempio per la qualità di non arrendersi mai e e dimostrare che “a piedi nudi” si possono fare grandissime cose.

Nei tuoi dischi ci regali sempre un viaggio anche fisico, vedi titoli come Plettenberg bay e China Vegas. Si tratta di luoghi che un giramondo come te ha effettivamente visitato o che semplicemente stimolano la tua immaginazione creativa?
Plettenberg Bay è la baia in Sud Africa dove ha sede l’associazione Radical Raptors. L’ho vista spuntare sulla Garden Route, venendo da Johannesburg in auto, come un posto magico. Le Dolomiti sull’oceano, i cetacei, i rapaci e all’orizzonte il Polo Sud…
China Vegas è ispirato dalla città di Macau, la Las Vegas dell’oriente. Infatti nel brano funky spunta un tema ispirato alla musica tradizionale cinese. Ma lì non sono mai stato. Ogni tanto si viaggia un pò alla Salgari. Con l’immaginazione…

La Turchia torna spesso nelle tue composizioni. Nel disco c’è ‘Turkish Waltz’ e di recente avete pubblicato un video in cui suonate brani tradizionali turchi (che non sono presenti nel disco). Hai un debole per questo paese? Ci racconti anche l’idea del video?
Ho sempre avuto la passione per la musica greca, il rebetiko e la musica turca. Passavo le estati a girare per Thessaloniki e Istanbul a cercare tutti i vinili che mi potevano interessare. Allora non c’era Internet. Se volevi ascoltare qualcosa dovevi andare a conquistartela sul campo! Abbiamo scelto di realizzare un video con tre brani turchi tradizionali, che peraltro eseguiamo solo dal vivo e non sono sul disco, per rivelare qualcosa di quello che sono state le varie influenze per le nostre composizioni.

Scorrendo la pagina facebook, mi ha colpito vedere quanto tu abbia trovato un modo molto interessante di rimanere resiliente durante il periodo di lockdown della scorsa primavera. Partendo dal ripasso di ciò che suonavi a sedici anni sei arrivato a “proporti seriamente per lezioni di American Primitive Guitar in fingerpicking a distanza.” Com’è andata? La musica è stata quindi un’alleata preziosa per dare un senso costruttivo anche a giorni innegabilmente difficili da affrontare?
Il lockdown primaverile è stata l’occasione per rispolverare cose che avevo “parcheggiato”, mai abbandonato, come la mia passione per il blues acustico, John Fahey, Leo Kottke, Peter Lang che sono stati parte importante della mia vita. Oltre a risuonare la chitarra fingerpicking ho provato a proporre, a qualche chitarrista curioso, un approfondimento e l’acquisizione di quel linguaggio. Un giorno ho pubblicato il video della mia versione di “Young man, young man look at your shoes” di Peter Lang e, indovinate un pò?, lo stesso Peter Lang mi ha scritto “Bravo!” nei commenti. Per me è stato un tuffo al cuore….

Pur con le limitazioni del presente so che tu continui ad alimentare la tua multiforme creatività. Ho visto, in particolare, che a settembre hai fatto parte di una tribute band anomala con la quale avete reso un omaggio non vocale ad Ivan Graziani. Vuoi parlarci di questo evento? Cosa ti lega al mondo del cantautorato, ma anche del pop? Ci sono altri progetti in vista?
Le collaborazioni con i musicisti che stimo non finiscono mai. Non sto qui a fare un elenco dei vari progetti e collaborazioni. C’è anche un elenco di progetti da realizzare che forse è più lungo di quelli già fatti. Non ci si ferma mai! Le mie incursioni nel pop partono dalla notte dei tempi, dall’orchestra di Gianni Mazza, al Sanremo con Spagna, qualche anno con Anna Oxa e Stewart Copeland… Dopo aver suonato per qualche anno in studio e dal vivo con Paolo Saporiti, sto collaborando attivamente e con grandi soddisfazioni con Cristina Nico, a Genova, sia con la band dal vivo che per la realizzazione dei suoi album.

A proposito di esibizioni a contatto diretto col pubblico, come sono andate le presentazioni in anteprima dal vivo dei nuovi brani?
Abbiamo fatto qualche data di anteprima del progetto Radical Raptors prima della chiusura e i riscontri sono stati molto positivi. Malgrado il periodo, rimaniamo fiduciosi che nel 2021 si possa proseguire l’attività, tornare a suonare dal vivo è quello che ci manca di più in questo momento.

Tutte le informazioni sul disco le trovate nel sito Felmay Records.