R E C E N S I O N E


Recensione di Arianna Mancini

I Sycamore Age ritornano con le loro onde oniriche ed incantatrici, dando alla luce Castaways, uscito questo dicembre per Woodworm Label e distribuito da Universal Publishing.
Castaways, Naufraghi. Quale titolo migliore per ritrarre la condizione che stiamo vivendo a livello globale? Se fossimo costretti a spogliarci dalle nostre impenetrabili maschere, dovremmo ammettere che l’essere umano anche quello più basico e materialista, si sente sempre un po’ naufrago… del mondo, della vita e di se stesso.
I cinque paladini di Morfeo ci guidano nel vortice di otto tracce, un percorso ipnotico che ci porta fuori dal mondo, dentro noi stessi. Il posto più imperscrutabile e denso di ossimori, ma il più autentico e l’unico in cui può compiersi la catarsi.

Il viaggio inizia già prima dell’ascolto. L’artwork realizzato da Stefano Amerigo Santoni ci introduce in questo labirinto sonoro attraverso l’immagine di un codice morse, che altro non è che la codifica  del nome della band ed il titolo dell’album. Metafora forse di un titanico tentativo di decifrare i sibillini linguaggi che si infrangono su di noi per stabilire un contatto, che rimbalza come un’eco nel vuoto.
Il conseguente disorientamento si condensa nell’incipit di questo concept album. Castaway Without a Storm, naufraghi senza una tempesta. Uno stato nel limbo dell’assurdo, come in una pièce di Samuel Beckett. Qui gli archi e le atmosfere nebbiose alla Portishead dilatano tutto, conducendoci alla deriva.
Gravity Dance With Me, gravità balla con me, canta la seconda traccia. Un invito che implora equilibrio per indurre il sé perso a ritrovarsi. Le parole sono avvolte da ritmi elettrici sincopati, che si alternano avvolti da synth e in reprise alla King Crimson.
La deriva dei naufraghi continua a fluire con scritture smarrite in arrangiamenti dalle tinte variegate e sapienti, ben incastrate come in un puzzle, fra pennellate progressive ed electro-noise. I testi attraggono per la loro consapevolezza lunare. Sono messaggi, desideri, deliri e fulminee prese di coscienza. “…Waiting for the spring wake me up from the dust, I’ll try to forget my dream”. (In attesa della primavera svegliami dalla polvere, proverò a dimenticare il mio sogno.) “…A thundering ghost, it flows wherever we go” (Un assordante fantasma fluttua ovuque noi andiamo). “…Life is a storm…” (La vita è una tempesta). ”Where is your heart…?” (Dov’è il tuo cuore?). Esatto… dove è il nostro cuore?
Chitarre, batteria, basso, violino, clarinetto e synth si fondono alchemicamente come amanti, fungendo da Virgilio alla voce poliforme, che in cerca di equilibrio si tuffa in voli pindarici per sublimare il senso di smarrimento.
Riluce nella tempesta Foreign Dance. In apertura la sezione ritmica, seduce come un mantra in cui irrompe una melodia tzigano-mediorientale, che evoca profumi di incensi e spezie. La voce spiritata di rapimento sacrale, non tarda a fare il suo regale ingresso, come a rivelare arcane profezie.
Il sipario cala con Ibiza ‘87. Come in ogni dénoument i nodi dell’apice si sciolgono, i vortici si placano. La vita torna a fluire e le sonorità prendono corpo mormorando melodie rarefatte, cullate da un piano sognante e dallo strumento a fiato che sussurra discreto. La danza fra strumenti e voce si muove in punta di piedi, come per non molestare la quiete raggiunta. Il suono costante di un respiro fa la sua comparsa nell’equilibrio delle armonie. Forse l’Araba Fenice sta risorgendo dalle proprie ceneri…
Castaways è un disco magnetico, in cui si dipanano ricerca e sperimentazione. Al contempo è uno scacco per chi ritiene che la musica italiana non riesca più a suscitare stupore.

Tracklist:
01. Castaways Without a Storm
02. Gravity
03. Once Again
04. Still Life
05. A Maze.
06. Foreign Dance
07. To Waste Some Time
08. Ibiza ‘87