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Voci fuori dal coro

Ferenc Snétberger, Keller Quartett – Hallgató (Ecm Records, 2021)

R E C E N S I O N E


Recensione di Riccardo Talamazzi

C’è un grande chitarrista ungherese che incide dischi da circa trent’anni ma che resta conosciuto solo da un pubblico assai ristretto. Eppure questo musicista – si tratta di Ferenc Snétberger – transita attraverso i generi musicali con estrema scioltezza, ora cimentandosi con la musica classica, ora col jazz e la musica popolare brasiliana e flamenca. C’è poi anche un quartetto d’archi – il Keller Quartett – anch’esso ungherese e con una trentina d’anni di attività nel mondo della musica classica, che ha in comune con Snétberger l’attitudine alla curiosità e al desiderio di superare certi confini stilistici. Sono sempre più numerosi quei musicisti che, provenendo da mondi differenti, avvertono l’ambizione di confrontarsi con altre geografie artistiche, ma soprattutto desiderano misurarsi con se stessi, valutandosi nei generi più disparati. Gli esempi sono molti, da Friedrich Gulda a Keith Jarrett, da Nigel Kennedy a Chick Corea (ricevo, mentre scrivo, la notizia della sua morte – n.d.r.) e tanti altri ancora. Esistono poi etichette discografiche come ECM sempre pronte ad accogliere ibridazioni d’ogni tipo, purché, evidentemente, di alta qualità compositiva ed esecutiva. La molla che spinge certi artisti ad esporsi contemporaneamente su più fronti penso sia legata alla necessità di trovare nuovi spunti emozionali, di mettersi alla prova volteggiando senza rete, rischiando spesso qualcosa di proprio

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Balthazar – Ballare su un ritmo R&B per liberarsi dalle sabbie mobili

I N T E R V I S T A


Articolo di Francesca Marchesini

I Balthazar sono un gruppo di origine belga che viene fondato nel 2004 da Maarten Devoldere, Jinte Deprez e Patricia Venneste; ai tre polistrumentisti dall’anima indie rock, si aggiungono Christophe Claeys alla batteria e Simon Casier al basso. Con questa formazione producono i loro primi tre album: Applause, Rats, Thin Walls. Nel 2015, purtroppo, arrivano a uno stallo creativo e i membri della band si prendono una pausa; Venneste e Claeys lasciano il gruppo mentre gli altri si dedicano ai loro progetti solisti. I Balthazar, rinnovati nella composizione e nel sound, ritornano nel 2018 e nel 2019 pubblicano l’album Fever; alla lavorazione di questo disco più pop e ballabile si aggiungono il batterista Michiel Balcaen e il polistrumentista Tijs Delbeke.
Il 26 febbraio 2021 i Balthazar rilasciano il loro quinto album in studio, Sand. Ho avuto l’occasione di parlare dell’LP con Maarten Devoldere (voce e testi); abbiamo discusso della produzione del disco in un così delicato momento storico, del tema centrale dell’album e delle evidenti influenze R&B e jazz sul rinnovato sound del gruppo.

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Mirco Ballabene – Right To Party (Niafunken, 2021)

R E C E N S I O N E


Recensione di Mario Grella

Right to Party è il titolo dell’ultimo lavoro di Mirco Ballabene, edito dall’etichetta Niafunken in uscita in questi giorni. Con Mirco Ballabene, al contrabbasso e all’elettronica, oltre che compositore delle quattro mini-suite dell’album, ci sono Lorenzo Binotti al piano e all’elettronica, Piero Bittolo Bon al sax alto, clarinetto basso ed elettronica e Massimiliano Furia alla batteria, percussioni ed oggetti. A chi non fosse capitato di leggere “The Structure of Atonal Music” di Allen Forte (e non è gravissimo, ma ha il suo peso), potrebbe sfuggire il concetto di “pitchesets”, eppure su questa base teorica si fonda la filosofia musicale del disco, o almeno di parte di esso. Diciamo che sulla base di una particolare teoria degli insiemi, teorizzata proprio da Allen Forte, si opera un contrappunto, tecnica tanto cara alla musica classica contemporanea. È certamente poi assai difficile individuare, in queste composizioni, dove finisca la musica contemporanea e dove inizi il jazz. Non è difficilissimo, ma diciamo che è un confine amabilmente sfumato.

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Jean-Marie Machado – Majakka (La Buissonne, 2021)

R E C E N S I O N E


Recensione di Riccardo Talamazzi

Nato in Marocco da genitori europei, Jean-Marie Machado è un pianista che dimostra manifestamente le sue origini familiari. Di matrice classica ben avvertibile, frutto di un’educazione musicale tutta francese, Machado è compositore molto raffinato, di grande esperienza, con alle spalle più di una quindicina di uscite discografiche, in parte come titolare e parte come collaboratore. Ha suonato accanto a gente come Paul Motian, Paolo Fresu, David Liebman, ha scritto composizioni per orchestra e si è cimentato in progetti multidisciplinari che includono anche teatro e danza. In questa sua ultima prova, registrata in Provenza a Pernes-les-Fontaines nello studio La Buissonne, egli mira a sviluppare un discorso musicale già parzialmente avviato da artisti come il tunisino Anouar Brahem e il libanese Rabih Abou-Khalil. Sulla strada tracciata da questi musicisti viene, di fatto, costruita una composizione globale con un’impronta più occidentalizzata che vola su melodie e ritmiche ibride ricche di suggestioni arabo-meditarranee le quali si rapportano a forme jazzistiche ed acustiche più contemporanee. Il trio che accompagna Machado al piano, in questo Majakka, è composto dai sassofoni e dal flauto di Jean-Charles Richard, dal violoncello di Vincent Segal e dalle percussioni di Keyvan Chemirani

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Tash Sultana – Terra Firma (Lonely Lands Records / Sony Music, 2021)

R E C E N S I O N E


Recensione di Simone Catena

La compositrice australiana Tash Sultana, torna sulle scene con il suo secondo album in studio Terra Firma composto da 14 tracce, dove l’artista mette a nudo il sound maturo accumulato negli ultimi anni. Le influenze musicali e spirituali portano a una grande sperimentazione in fase di scrittura e l’utilizzo di diversi generi musicali dal soul al funk, fino all’hip hop. Per un lavoro immenso e dal gusto personale. Il disco è ispirato al periodo di riflessione, dovuto anche alle varie problematiche che la pandemia mondiale sta creando, il titolo è la necessità di rallentare questa vita frenetica per ritrovare noi stessi. Prodotto per l’etichetta Lonely Lands Records sotto l’attenta visione di Dann Hume, produttore e musicista dalla Nuova Zelanda.
Dopo il grande successo del precedente Low State, dove il pubblico ha iniziato ad apprezzare le grandi doti dell’artista, che con il suo grande carisma da polistrumentista è riuscita a lasciare il segno sulla scena underground oltremanica, questo nuovo lavoro, appare più sicuro e dinamico nelle strutture e viene rilasciato sotto forma di doppio album, lungo ma di grande spessore. 

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Igort – Quaderni Giapponesi Vol. 3 (Oblomov edizioni, 2021)

L E T T U R E


Articolo di Mario Grella

Scrivere di Igort e dei suoi straordinari Quaderni Giapponesi (arrivati al terzo volume) è problematico per due ordini di motivi: il primo è dovuto alla complessità dei piani narrativi e visivi sempre presenti nei suoi quaderni, il secondo, molto più prosaico, è il fatto che Igort potrebbe leggere il mio post e questo mi provoca una discreta ansia. La graphic novel narra e illustra il soggiorno di Igort in Giappone che gli permise di scoprire, tra le altre cose, i pionieri del racconto per immagini, arte preziosa che lo stesso autore pratica con rara maestria e che assunse diverse definizioni a seconda di epoche e stili, “Kibyoshi”, “Ukjio-e”, “Muzan-e”, per poi essere compresa nel termine più conosciuto (così si crede almeno in occidente) di “manga” o anche “anime”. Un viaggio affascinante, come si usa sempre dire in questi casi, quando ci si vuole trarre d’impaccio. Ma questa volta mai definizione mi è sembrata più azzeccata, un po’ perché alle tavole di Igort dò del tu, un po’ perché quando conoscenza e capacità di narrare per immagini si sposano in maniera così armonica, non si può che restare affascinati. Ma non si tratta di un viaggio confortevole, è un viaggio che ci fa incontrare numerose asperità, un viaggio contro corrente nel cuore del “segno giapponese” che non è sempre quello che si pensa.

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Clap Your Hands Say Yeah – New Fragility (CYHSY Records, 2021)

R E C E N S I O N E


Articolo di Claudia Losini

Come si combatte quella nostalgia dell’epoca d’oro dell’indie, quegli anni che dal 2001 al 2006 hanno accompagnato la post adolescenza di tante persone? I Clap Your Hands Say Yeah non fanno altro che alimentare questo sentimento: con il loro omonimo primo disco, uscito nel 2005, autoprodotto, dal sapore lo-fi e quella voce così particolare, quella di Alec Ounsworth, così sfacciata nel suo essere stonata senza troppe pretese, un po’ come era quella di Daniel Johnston.
Dopo 15 anni la band di New York torna con un disco, forse il più politico e il più completo da quell’esordio che ha aperto la strada a tantissime band indie. Il titolo, New fragility, è ispirato da un racconto di Wallace, “Per sempre lassù”, un racconto di fragilità, coraggio e candida bellezza di un ragazzino che sale una scaletta per tuffarsi in piscina, il giorno del suo compleanno, metafora del suo affacciarsi alla pubertà e quindi all’età adulta.

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Jala, Nada & Agni – Blaze [anteprima video]

   V I D E O


Articolo curato da James Cook

Blaze è parte del progetto sonoro Jala, Nada & Agni, performance creata dalla cantante torinese Giulia Damico. Si tratta di un percorso formato da voce ed elettronica, una ricerca dentro al profondo potenziale del sonoro condiviso.
Jala è l’acqua, fluida, morbida, che unisce; Nada è l’energia vibratoria che si manifesta come suono, la prima espressione dal quale sono nate tutte le altre; Agni è il fuoco, assimila, separa e trasforma.
Questi sono gli elementi al quale la cantante si ispira per creare percorsi sonori dove timbri vocali si mescolano a sonorità elettroniche dentro un flusso in esplorazione e in perenne ricerca dell’equilibrio fra acqua e fuoco attraverso Nada.

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Francesco Montesanti – Here Comes The Devil (Autoprodotto, 2020)

R E C E N S I O N E


Articolo di Antonio Spanò Greco

Classe 1980, pavese, recente collaboratore nei due dischi di Riccardo MaccabruniWaves e Fool’s Band, è al proprio esordio discografico con 10 brani inediti. Francesco Montesanti oltre a comporre e cantare belle canzoni suona la chitarra, l’armonica e nel brano finale anche il basso e il piano. Essere di Pavia vuol dire essere cresciuti intorno a Spaziomusica storico locale che ha dato voce a una scena musicale locale che dalla musica folk rock americana ha portato alla luce realtà musicali importanti, in primis Mandolin’ Brothers e Edward Abbiati. Purtroppo la recente pandemia e scelte politiche discutibili hanno fatto sì che Spaziomusica chiudesse i battenti, ma la musica va avanti anche senza i punti d’incontro e di scambio. Auguriamo a tutti i gestori di locali di musica dal vivo di poter un giorno riprendere la loro passione.

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