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Voci fuori dal coro

Daniel Lanois – Player, Piano (Modern Recordings, 2022)

R E C E N S I O N E


Recensione di Riccardo Talamazzi

Forse sarebbe meglio chiarire subito un aspetto fondamentale, beninteso senza alcuna vis polemica. Daniel Lanois, musicista canadese, produttore, compositore e abile demiurgo sonoro non è un pianista vero e proprio, per sua stessa ammissione. Ha realizzato questo disco Player, Piano lavorando sui suoni di due pianoforti, uno Steinway modello “O”, una sorta di mezza coda più grande dei normali pianoforti dello stesso tipo e uno Heintzman verticale. I due pianoforti, ciascuno con timbriche completamente differenti, sono stati “preparati”, o meglio modificati nella sonorità, sia utilizzando una microfonazione posizionata in modo strategico per lenire le frequenze più brillanti, sia utilizzando feltrini accessori da aggiungere a quelli già in dotazione ai martelletti, con l’obiettivo di ottenere una prestazione più morbida all’ascolto ma anche un particolare viraggio, almeno nelle intenzioni, verso un’atmosfera un po’ vintage. Poi Lanois ha fatto due scelte che un pianista non farebbe mai, cioè quella di registrare le parti delle due mani separate tra loro e di operare tagli e cuciture tra i suoni, in sede di missaggio, in modo da ottenere – sono parole sue tratte da un’intervista di Brad Wheeler presente sul sito The Globe and Mail del settembre dell’anno in corso – “accordi che non potrei sentirmi incline a suonare in una performance naturale”. Un commento elegantemente sincero per far intendere che il pianoforte gli è servito come sorgente d’ispirazione poetico-sonora, più che come strumento fine a sé stesso. Del resto Lanois vanta una grande esperienza sia come autore – ha pubblicato una dozzina di album prima di quest’ultima uscita, senza contare i numerosi EP, singoli e compartecipazioni varie – sia come attento e raffinato produttore – ricordiamo a proposito gli album editati con U2, Dylan, Neil Young, Emmylou Harris, ecc… Questo continuo lavoro, autoriale, coautoriale e di produzione, gli ha fatto acquisire una sorta di equilibrata sapienza musicale a posteriori, tale per cui l’Autore si trova ad operare con le note senza commettere errori di rilievo, come lui stesso racconta. “Non voglio che il riverbero del mio Do# vada a sbattere con quello di un Do naturale”, e quest’affermazione dimostra il desiderio di mantenere sotto controllo tutto ciò che potrebbe apparire oltranzismo armonico espressivo o peggio, segnale di superficiale incompetenza.
Questo Player, Piano regala l’impressione di essere un po’ l’apocatastasi di Lanois, un ritorno a casa quasi per tirare le fila delle numerose esperienze musicali attraversate in tutta la sua carriera. A 71 anni d’età è lecito guardarsi dentro con una naturale accondiscendenza, soprattutto valutando a volo d’uccello, senza narcisismi, tutti gli obiettivi raggiunti e le sperimentazioni in vari campi che Lanois stesso si è prefissato in quarant’anni circa di attività artistica. E questo disco, infatti, racconta molto dell’intimità del suo autore, rimandando alle pregresse esperienze con Brian Eno ma anche ad almeno un paio di incisioni da titolare come Belladonna (2006) e Goodbye to Language (2016) con lo spirito delle quali mi sembra di cogliere le maggiori affinità. Viene suggerita una diversa modalità di avvicinamento verso sé stessi, un modo di abbandonarsi alle proprie visioni interiori, come si trattasse di intraprendere un viaggio sentimentale che profuma di ricordi personali e che tuttavia, grazie all’intrinseco potere della musica, finisce per essere condivisibile da chiunque si disponga all’ascolto.

 

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P.J. Harvey – B Sides, Demos & Rarities (UMC / Island Records, 2022)

R E C E N S I O N E


Recensione di Andrea Notarangelo

Ecco un’uscita che sicuramente farà la felicità di tutti i fan della “Vecchia PJ”, anzi, di tutti i fan della buona musica. Dopo trent’anni di onorata carriera, Polly Jean decide di mettere ordine nei suoi cassetti rilasciando un’antologia davvero interessante. Questo B-Sides, Demos & Rarities triplo cd pieno di lati b, demo e rarità, sarà la manna di tutti i collezionisti e un regalo di Natale anticipato che ci si può fare per ricostruire, poco alla volta, il percorso artistico di una musicista prolifica e fondamentale. L’inizio è col botto, le prime cinque tracce sono dei demo estratti dai primi due dischi e rappresentano il primo EP realizzato per il progetto PJ Harvey. Ebbene sì, prima di mettersi ufficialmente in proprio, questa era la ragione sociale di un progetto che comprendeva, oltre a PJ, anche Rob Ellis (batteria e harmonium), e Steve Vaughan (basso). Ed è così che si torna ad apprezzare una versione grezza dell’imprescindibile Dry tratta dall’omonimo album di debutto. A tal proposito, Polly Jean dichiara: Dry è stata una delle prime canzoni di successo che ho scritto. Non ne avevo scritte molte, forse cinque o sei e mi sedevo e le suonavo a qualsiasi amico che volesse ascoltarle. Da sempre raccoglievo parole e frasi in un quaderno e quando mia mamma acquistò per me una chitarra acustica venduta da una sua amica, mi sembrò naturale provare a cantare le parole che avevo scritto ed è così che tutto è iniziato. John Parish mi aveva dato all’epoca una prima lezione sull’utilizzo di un 4 piste e questa è stata una delle prime registrazioni che ho fatto da sola.

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L’Arte come stile di vita – Intervista a Luca Bravo

I N T E R V I S T A


Articolo di Barbara Guidotti

Da Warhol a Banksy è la mostra d’arte che in questi giorni sta creando una piccola rivoluzione a Fiorenzuola d’Arda, una realtà di provincia che per la prima volta si trova ad ospitare, nella storica cornice di palazzo Bertamini-Lucca, opere riconducibili alla pop e street art di autori di levatura internazionale.
Off Topic ha incontrato il curatore della mostra, Luca Bravo, che da anni opera nel mondo dell’arte contemporanea come art consultant e art dealer, e al quale si deve la realizzazione di questa iniziativa “controtendenza”: portando l’arte in una dimensione territoriale non convenzionale, di matrice locale, Bravo ha infatti dato vita ad un evento di notevole risonanza mediatica, ma tale da conservare una caratterizzazione di nicchia ed un’atmosfera intima che ne valorizzano il carattere “sperimentale” e innovativo.

Il percorso della mostra – ideata da Bravo con il Comune di Fiorenzuola d’Arda e la Deodato Arte di Milano -, ci accoglie con il volto di Marilyn Monroe (“This is not by me”, nella rappresentazione pop divenuta ormai iconica di Andy Warhol) e si snoda tra gli stucchi e gli affreschi della location settecentesca (ispirati alle Metamorfosi di Ovidio e dipinti da Bartolomeo Rusca) accompagnando il visitatore in un viaggio nella street art internazionale.
Angelo Accardi (che incorpora nelle proprie opere elementi simbolici introducendoci nel suo mondo “misplaced”), classe 1964, e Daniele Fortuna (che reinterpreta in chiave pop e con tecniche innovative soggetti ispirati alle sculture classiche), classe 1981, sono gli artisti italiani giustapposti a street artists internazionali come Keith Haring, lo statunitense Shepard Fairey (Obey), il francese Thierry Guetta (Mr. Brainwash) ed il celeberrimo Banksy, la cui identità tuttora ignota, unita ai contenuti provocatori delle sue espressioni artistiche, ne ha ormai fatto una figura leggendaria sulla scena dell’arte contemporanea.

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Milo Scaglioni – Sketches in the sand [anteprima video]

I N T E R V I S T A


Articolo di E. Joshin Galani

Torna Milo Scaglioni, songwriter e musicista, dall’indiscutibile talento e sensibilità. Dopo il fantastico esordio con il suo primo album A Simple Present nel 2016, (trovate qui l’intervista) è tornato ad aprile con un nuovo singolo Sketches in the sand.
Abbiamo il piacere di avere in anteprima il video, accompagnato da due chiacchere con l’artista, che ha curato anche la realizzazione della clip. Buon ascolto e buona lettura.

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Alina Bzhezhinska & HipHarpCollective – Reflections (BBE Music, 2022)

R E C E N S I O N E


Recensione di Riccardo Talamazzi

Su Off Topic ci siamo occupati diverse volte di uno strumento come l’arpa e di alcuni di quei musicisti che ne hanno fatto il proprio mezzo espressivo. Pensiamo ad esempio a Vincenzo Zitello, recensito qui, alle prese con l’arpa celtica, o ad altre due artiste che utilizzano l’arpa classica suonata però nell’ambito del jazz – vedi Brandee Younger e Amanda Whiting, rispettivamente recensite qui e qui. Questa volta, la nostra attenzione la dedichiamo ad un’altra interessante arpista ucraina ma residente a Londra, dal cognome ostico, Alina Bzhezhinska. Formatasi all’Accademia Chopin di Varsavia, a cui deve l’evidente matrice classica, specializzatasi poi nell’ambito della musica jazz in Arizona, la Bzhezhinska ha insegnato arpa al Royal Conservatory of Scotland ma è a Londra che la sua carriera comincia veramente a decollare. Tutto accadde nel 2017, dopo la sua esibizione in quartetto al Centro Teatrale Barbican, all’interno di un contesto in cui erano presenti anche altri famosi jazzisti come i sassofonisti Denys Baptiste e Pharoah Sanders. La performance del gruppo della Bzehezhinska non passa inosservata e da lì comincia l’ascesa di questa arpista, allora praticamente sconosciuta e oggi giunta al suo secondo album Reflections, dopo l’esordio Inspirations del 2018. Per l’occasione di questa nuova uscita discografica, l’arpista si presenta con un nuovo quartetto, l’Hip Harp Collective, costituito dal veronese Michele Montolli al basso elettrico, Joel Prime alle percussioni, Adam Teixeira alla batteria, Ying Xue al violino e alla viola. In aggiunta ci sono Tony Kofi al sax contralto – già presente nel primo Inspirations con Joel Prime – Jay Phelps alla tromba, Vimala Rowe alla voce e Julie Walkington al contrabbasso. La Bzehezhinska, nonostante le notevoli credenziali del suo curriculim, si guarda bene dall’esibirsi con un atteggiamento ostentatamente tecnico, anzi, potremmo dire che il suo rapporto con lo strumento si basa su una oculata scelta di note, quasi suonasse al risparmio. Niente turbinii di suoni, quindi – tranne quando le mani scivolano fluttuando sulle corde nel classico arpeggio – ma un’attenta selezione di pizzichii e stimoli sonori, il tutto assemblato in un regime di assoluto equilibrio. Non ci sono nemmeno particolari carambole d’invenzioni ritmiche, neanche quando il progetto va a pescare ispirazione nei provocatori murales sonori dell’hip-hop. Un ordine superiore regna sovrano, una limpida scacchiera in cui, come ormai è diffusa abitudine generale, vari climi musicali tendono a mescolarsi anche senza confondersi troppo come in quest’occasione. Ricordi di matrice classica, ritmi urbani, jazz, downtempo, blues e persino interventi pop si sovrappongono mantenendosi comunque sufficientemente distinti gli uni dagli altri. Tra composizioni dell’autrice e riproposizioni di brani “storici” – non sono da considerarsi veri e propri standard in quanto appartengono ad un repertorio più elitario, in termini di notorietà – la Bzehezhinska e i suoi musicisti tratteggiano un’atmosfera per lo più rassicurante, oserei definirla quasi “leggera”, se non temessi di essere frainteso utilizzando questo termine. Si tratta ad ogni modo di un album fresco, frizzante, disinvolto, non privo di autunnali momenti languidi che mostra una brillante policromia di suoni, rendendo il lavoro complessivamente molto piacevole all’ascolto.

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NovaraJazz Weekender – Fall Edition @ Spazio Nòva, Novara – 12 e 13.11.22

A P P U N T I  D A  N O V A R A J A Z Z


Articolo di Mario Grella

Nj Weekender Fall Edition è la “due giorni” autunnale di NovaraJazz che si è tenuta sabato e domenica scorsi presso lo Spazio Nòva, ricavato all’interno della gigantesca ex Caserma Passalacqua nel cuore della città e abbandonata da anni al suo destino. Nòva, una volta si sarebbe chiamato “centro sociale” e del centro sociale ha tutte o quasi le caratteristiche: laboratori, biblioteca, spazi per incontri, dibattiti, proiezioni e concerti, piccolo punto ristoro. Manca forse solo la politica, almeno quella tradizionalmente intesa, poi c’è tutto (persino un posteggio a pagamento, questo magari non in stile col centro sociale anni Settanta-Ottanta). Ed è qui che Mr. Corrado Beldì, Mr. Riccardo Cigolotti ed anche Mr. Enrico Bettinello, stanno cercando di compiere il miracolo, ovvero quello di smuovere i giovani trascinandoli verso qualcosa che non sia solo lo spritz o i riti, un po’ ritriti della movida. E così eccoci qui, a quasi sessantacinque anni, in piedi (i concerti nei centri sociali et similia, si seguono rigorosamente in piedi e con una birra in mano, come mi ha rammentato più d’una persona dello staff), ad ascoltare un programma di gran qualità che comprende brevi concerti alternati a dj set di grande impatto per il pubblico più giovane che si alternano nelle due sale che permettono, grazie alla doppio allestimento, un veloce alternarsi dei musicisti e gruppi. Questo è il format di NJ Weekender Fall Edition (che lascia presumere anche una edizione primaverile o estiva…)

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Bruce Springsteen – Only The Strong Survive (Columbia Records, 2022)

R E C E N S I O N E


Recensione di Alberto Calandriello

C’è un motivo principale per cui alle soglie dei 50 anni ho deciso di iscrivermi in palestra, 25 anni abbondanti dopo l’ultima volta in cui ci misi piede; un motivo che conta più del necessario dimagrimento e della volontà di rimettermi in forma. Il motivo è la doccia calda dopo l’allenamento. Non per motivi igienici eh, ho il vizio di lavarmi spesso, anche a casa, per carità. Il motivo è che quando entro in doccia dopo aver sudato l’impossibile, la sensazione che l’acqua mi lavi via sudore e soprattutto malumori assortiti è assolutamente impagabile; sto lì qualche minuto, che mi basta per spazzare via le tensioni e le preoccupazioni della giornata lavorativa ed esco dalla palestra stanco morto, ma sereno.

La musica soul mi fa lo stesso effetto. Ogni volta che ascolto uno qualunque dei tanti capolavori di questo genere musicale, arrivo al termine del disco che mi sento meglio, rilassato, a volte addirittura felice. Una sorta di allenamento dell’anima, che poi si conclude con un’onda positiva, che rende te stesso più pulito. Credo dipenda dalla massiccia presenza degli strumenti a fiato, che mi fanno pensare ad un soffio di vento, che con dolcezza e determinazione mi entri dentro e dia una rinfrescata al mio umore.

La notizia che Bruce Springsteen dedicasse un intero album (o è solo il volume 1?) alla sua riconosciuta passione per la musica soul è stata quindi per me una sorpresa emozionante, superata poi dalla scoperta che la scaletta fosse decisamente lontana dalle mie previsioni.

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Tom Skinner – Voices of Bishara (Brownswood Recordings, 2022)

R E C E N S I O N E


Recensione di Riccardo Talamazzi

Abbiamo da poco incrociato il nome del batterista Tom Skinner nel bell’album del trio The Smile, pubblicato solo qualche mese fa insieme a Thom Yorke e Johnny Greenwood, due componenti dei Radiohead. Nel bel mezzo di quest’autunno ritoviamo il nostro batterista con un’altra uscita discografica, Voices of Bishara, primo album pubblicato a suo nome. Sebbene Skinner sia un importante agitatore dell’attuale scena jazz inglese da almeno vent’anni a questa parte, fino ad ora aveva editato due dischi da titolare sotto lo pseudonimo di Hello Skinny, titolo preso da un vecchio brano dei Residents uscito nel 1978 con l’Ep Buster and Glen. Inoltre Skinner ha fatto parte dei Sons of Kemet, gruppo scioltosi da pochissimo tempo, avendo ruotato attorno alla figura del leader trentottenne saxofonista Shabaka Hutchings che ritoviamo ad ogni modo tra le fila dei musicisti presenti in Voices of Bishara – Off Topic si è già occupato più volte di questo sassofonista e se foste interessati a saperne di più potete cliccare qui, oppure qui La storia di questa ultima produzione discografica è quanto meno curiosa. Potremmo dire che tutto è iniziato in un locale londinese, il Brilliant Corners, dove ci fu una seduta di Played Twice (= suonato due volte), cioè un set particolarmente interessante in cui dall’impianto audio del locale veniva prima mandata una storica incisione jazz – nell’occasione era un album di Tony Williams, Life Time del 1965 – e poi il gruppo ospite, tra cui il nostro Skinner, eseguiva dal vivo una sorta di “risposta” improvvisata sotto lo stimolo di ciò che si era appena ascoltato. Parte del materiale sonoro così ottenuto è finito in Voices of Bishara ma di assoluta importanza è stato anche un album di Abdul Wadud, violoncellista americano di Cleveland, che nel 1977 uscì con un Lp in solitaria, By Myself, a cui Skinner ha dedicato molta attenzione durtante il blocco Covid. “Bisharra” – con due erreera il nome dell’etichetta di proprietà di Wadud e Skinner utilizza lo stesso termine con una piccola modifica ortografica, sapendo che Bishara – con una sola erre – in lingua araba significa “buone notizie”. Il lavoro di post-produzione è continuato in un secondo tempo con il cut-up che l’Autore ha esercitato sul materiale registrato. Quindi possiamo dire che Skinner si sia sentito stimolato sia da Williams che da quel lavoro di Wadud – forse soprattutto da quest’ultimo – e in effetti l’atmosfera di Voices sembra approfittare di uno shunt spazio-temporale che ci riporta parzialmente a quel periodo della seconda metà dei ’60 fino a gran parte dei ’70, a contatto con la nascita del cosidetto spiritual jazz il cui album di assoluto riferimento è A Love Supreme di John Coltrane, uscito nel 1965. Ma in questo genere di musica, caratterizzato dalla progressiva presa di coscienza del valore religioso e dalla nuova politica dei diritti civili da parte della comunità nera americana, troviamo altri illustri rappresentanti, come ad esempio Pharoah Sanders, Don Cherry, Alice Coltrane, Sun Ra, Albert Ayler ecc…  

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Elephant Brain – Canzoni da Odiare (Libellula/Believe In, 2022)

R E C E N S I O N E


Recensione di Giovanni Tamburino

Che un gruppo rock come gli Elephant Brain tiri fuori un disco che mette al centro del mirino la fragilità, l’insicurezza dei millennials italiani, in un momento in cui questa è l’unica forma di rivendicazione rimasta a questa generazione fantasma non sembra una novità. Ciò che invece era meno scontato era che riuscissero a raccontarlo senza scadere nel banale, dando nuova consistenza ad una bandiera che, pur fatta a pezzi, continua a battere.
In uscita l’11 novembre per Libellula/Believe in, Canzoni di odiare è il secondo disco della band perugina, fratelli minori di quei Fast Animals and Slow Kids che li hanno presi sotto la propria ala, sostenendoli anche nella realizzazione dell’album, registrato e mixato dal bassista Jacopo Gigliotti, col master di Giovanni Versari.

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