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Voci fuori dal coro

Milo Scaglioni – Sketches in the sand [anteprima video]

I N T E R V I S T A


Articolo di E. Joshin Galani

Torna Milo Scaglioni, songwriter e musicista, dall’indiscutibile talento e sensibilità. Dopo il fantastico esordio con il suo primo album A Simple Present nel 2016, (trovate qui l’intervista) è tornato ad aprile con un nuovo singolo Sketches in the sand.
Abbiamo il piacere di avere in anteprima il video, accompagnato da due chiacchere con l’artista, che ha curato anche la realizzazione della clip. Buon ascolto e buona lettura.

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Alina Bzhezhinska & HipHarpCollective – Reflections (BBE Music, 2022)

R E C E N S I O N E


Recensione di Riccardo Talamazzi

Su Off Topic ci siamo occupati diverse volte di uno strumento come l’arpa e di alcuni di quei musicisti che ne hanno fatto il proprio mezzo espressivo. Pensiamo ad esempio a Vincenzo Zitello, recensito qui, alle prese con l’arpa celtica, o ad altre due artiste che utilizzano l’arpa classica suonata però nell’ambito del jazz – vedi Brandee Younger e Amanda Whiting, rispettivamente recensite qui e qui. Questa volta, la nostra attenzione la dedichiamo ad un’altra interessante arpista ucraina ma residente a Londra, dal cognome ostico, Alina Bzhezhinska. Formatasi all’Accademia Chopin di Varsavia, a cui deve l’evidente matrice classica, specializzatasi poi nell’ambito della musica jazz in Arizona, la Bzhezhinska ha insegnato arpa al Royal Conservatory of Scotland ma è a Londra che la sua carriera comincia veramente a decollare. Tutto accadde nel 2017, dopo la sua esibizione in quartetto al Centro Teatrale Barbican, all’interno di un contesto in cui erano presenti anche altri famosi jazzisti come i sassofonisti Denys Baptiste e Pharoah Sanders. La performance del gruppo della Bzehezhinska non passa inosservata e da lì comincia l’ascesa di questa arpista, allora praticamente sconosciuta e oggi giunta al suo secondo album Reflections, dopo l’esordio Inspirations del 2018. Per l’occasione di questa nuova uscita discografica, l’arpista si presenta con un nuovo quartetto, l’Hip Harp Collective, costituito dal veronese Michele Montolli al basso elettrico, Joel Prime alle percussioni, Adam Teixeira alla batteria, Ying Xue al violino e alla viola. In aggiunta ci sono Tony Kofi al sax contralto – già presente nel primo Inspirations con Joel Prime – Jay Phelps alla tromba, Vimala Rowe alla voce e Julie Walkington al contrabbasso. La Bzehezhinska, nonostante le notevoli credenziali del suo curriculim, si guarda bene dall’esibirsi con un atteggiamento ostentatamente tecnico, anzi, potremmo dire che il suo rapporto con lo strumento si basa su una oculata scelta di note, quasi suonasse al risparmio. Niente turbinii di suoni, quindi – tranne quando le mani scivolano fluttuando sulle corde nel classico arpeggio – ma un’attenta selezione di pizzichii e stimoli sonori, il tutto assemblato in un regime di assoluto equilibrio. Non ci sono nemmeno particolari carambole d’invenzioni ritmiche, neanche quando il progetto va a pescare ispirazione nei provocatori murales sonori dell’hip-hop. Un ordine superiore regna sovrano, una limpida scacchiera in cui, come ormai è diffusa abitudine generale, vari climi musicali tendono a mescolarsi anche senza confondersi troppo come in quest’occasione. Ricordi di matrice classica, ritmi urbani, jazz, downtempo, blues e persino interventi pop si sovrappongono mantenendosi comunque sufficientemente distinti gli uni dagli altri. Tra composizioni dell’autrice e riproposizioni di brani “storici” – non sono da considerarsi veri e propri standard in quanto appartengono ad un repertorio più elitario, in termini di notorietà – la Bzehezhinska e i suoi musicisti tratteggiano un’atmosfera per lo più rassicurante, oserei definirla quasi “leggera”, se non temessi di essere frainteso utilizzando questo termine. Si tratta ad ogni modo di un album fresco, frizzante, disinvolto, non privo di autunnali momenti languidi che mostra una brillante policromia di suoni, rendendo il lavoro complessivamente molto piacevole all’ascolto.

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NovaraJazz Weekender – Fall Edition @ Spazio Nòva, Novara – 12 e 13.11.22

A P P U N T I  D A  N O V A R A J A Z Z


Articolo di Mario Grella

Nj Weekender Fall Edition è la “due giorni” autunnale di NovaraJazz che si è tenuta sabato e domenica scorsi presso lo Spazio Nòva, ricavato all’interno della gigantesca ex Caserma Passalacqua nel cuore della città e abbandonata da anni al suo destino. Nòva, una volta si sarebbe chiamato “centro sociale” e del centro sociale ha tutte o quasi le caratteristiche: laboratori, biblioteca, spazi per incontri, dibattiti, proiezioni e concerti, piccolo punto ristoro. Manca forse solo la politica, almeno quella tradizionalmente intesa, poi c’è tutto (persino un posteggio a pagamento, questo magari non in stile col centro sociale anni Settanta-Ottanta). Ed è qui che Mr. Corrado Beldì, Mr. Riccardo Cigolotti ed anche Mr. Enrico Bettinello, stanno cercando di compiere il miracolo, ovvero quello di smuovere i giovani trascinandoli verso qualcosa che non sia solo lo spritz o i riti, un po’ ritriti della movida. E così eccoci qui, a quasi sessantacinque anni, in piedi (i concerti nei centri sociali et similia, si seguono rigorosamente in piedi e con una birra in mano, come mi ha rammentato più d’una persona dello staff), ad ascoltare un programma di gran qualità che comprende brevi concerti alternati a dj set di grande impatto per il pubblico più giovane che si alternano nelle due sale che permettono, grazie alla doppio allestimento, un veloce alternarsi dei musicisti e gruppi. Questo è il format di NJ Weekender Fall Edition (che lascia presumere anche una edizione primaverile o estiva…)

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Bruce Springsteen – Only The Strong Survive (Columbia Records, 2022)

R E C E N S I O N E


Recensione di Alberto Calandriello

C’è un motivo principale per cui alle soglie dei 50 anni ho deciso di iscrivermi in palestra, 25 anni abbondanti dopo l’ultima volta in cui ci misi piede; un motivo che conta più del necessario dimagrimento e della volontà di rimettermi in forma. Il motivo è la doccia calda dopo l’allenamento. Non per motivi igienici eh, ho il vizio di lavarmi spesso, anche a casa, per carità. Il motivo è che quando entro in doccia dopo aver sudato l’impossibile, la sensazione che l’acqua mi lavi via sudore e soprattutto malumori assortiti è assolutamente impagabile; sto lì qualche minuto, che mi basta per spazzare via le tensioni e le preoccupazioni della giornata lavorativa ed esco dalla palestra stanco morto, ma sereno.

La musica soul mi fa lo stesso effetto. Ogni volta che ascolto uno qualunque dei tanti capolavori di questo genere musicale, arrivo al termine del disco che mi sento meglio, rilassato, a volte addirittura felice. Una sorta di allenamento dell’anima, che poi si conclude con un’onda positiva, che rende te stesso più pulito. Credo dipenda dalla massiccia presenza degli strumenti a fiato, che mi fanno pensare ad un soffio di vento, che con dolcezza e determinazione mi entri dentro e dia una rinfrescata al mio umore.

La notizia che Bruce Springsteen dedicasse un intero album (o è solo il volume 1?) alla sua riconosciuta passione per la musica soul è stata quindi per me una sorpresa emozionante, superata poi dalla scoperta che la scaletta fosse decisamente lontana dalle mie previsioni.

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Tom Skinner – Voices of Bishara (Brownswood Recordings, 2022)

R E C E N S I O N E


Recensione di Riccardo Talamazzi

Abbiamo da poco incrociato il nome del batterista Tom Skinner nel bell’album del trio The Smile, pubblicato solo qualche mese fa insieme a Thom Yorke e Johnny Greenwood, due componenti dei Radiohead. Nel bel mezzo di quest’autunno ritoviamo il nostro batterista con un’altra uscita discografica, Voices of Bishara, primo album pubblicato a suo nome. Sebbene Skinner sia un importante agitatore dell’attuale scena jazz inglese da almeno vent’anni a questa parte, fino ad ora aveva editato due dischi da titolare sotto lo pseudonimo di Hello Skinny, titolo preso da un vecchio brano dei Residents uscito nel 1978 con l’Ep Buster and Glen. Inoltre Skinner ha fatto parte dei Sons of Kemet, gruppo scioltosi da pochissimo tempo, avendo ruotato attorno alla figura del leader trentottenne saxofonista Shabaka Hutchings che ritoviamo ad ogni modo tra le fila dei musicisti presenti in Voices of Bishara – Off Topic si è già occupato più volte di questo sassofonista e se foste interessati a saperne di più potete cliccare qui, oppure qui La storia di questa ultima produzione discografica è quanto meno curiosa. Potremmo dire che tutto è iniziato in un locale londinese, il Brilliant Corners, dove ci fu una seduta di Played Twice (= suonato due volte), cioè un set particolarmente interessante in cui dall’impianto audio del locale veniva prima mandata una storica incisione jazz – nell’occasione era un album di Tony Williams, Life Time del 1965 – e poi il gruppo ospite, tra cui il nostro Skinner, eseguiva dal vivo una sorta di “risposta” improvvisata sotto lo stimolo di ciò che si era appena ascoltato. Parte del materiale sonoro così ottenuto è finito in Voices of Bishara ma di assoluta importanza è stato anche un album di Abdul Wadud, violoncellista americano di Cleveland, che nel 1977 uscì con un Lp in solitaria, By Myself, a cui Skinner ha dedicato molta attenzione durtante il blocco Covid. “Bisharra” – con due erreera il nome dell’etichetta di proprietà di Wadud e Skinner utilizza lo stesso termine con una piccola modifica ortografica, sapendo che Bishara – con una sola erre – in lingua araba significa “buone notizie”. Il lavoro di post-produzione è continuato in un secondo tempo con il cut-up che l’Autore ha esercitato sul materiale registrato. Quindi possiamo dire che Skinner si sia sentito stimolato sia da Williams che da quel lavoro di Wadud – forse soprattutto da quest’ultimo – e in effetti l’atmosfera di Voices sembra approfittare di uno shunt spazio-temporale che ci riporta parzialmente a quel periodo della seconda metà dei ’60 fino a gran parte dei ’70, a contatto con la nascita del cosidetto spiritual jazz il cui album di assoluto riferimento è A Love Supreme di John Coltrane, uscito nel 1965. Ma in questo genere di musica, caratterizzato dalla progressiva presa di coscienza del valore religioso e dalla nuova politica dei diritti civili da parte della comunità nera americana, troviamo altri illustri rappresentanti, come ad esempio Pharoah Sanders, Don Cherry, Alice Coltrane, Sun Ra, Albert Ayler ecc…  

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Elephant Brain – Canzoni da Odiare (Libellula/Believe In, 2022)

R E C E N S I O N E


Recensione di Giovanni Tamburino

Che un gruppo rock come gli Elephant Brain tiri fuori un disco che mette al centro del mirino la fragilità, l’insicurezza dei millennials italiani, in un momento in cui questa è l’unica forma di rivendicazione rimasta a questa generazione fantasma non sembra una novità. Ciò che invece era meno scontato era che riuscissero a raccontarlo senza scadere nel banale, dando nuova consistenza ad una bandiera che, pur fatta a pezzi, continua a battere.
In uscita l’11 novembre per Libellula/Believe in, Canzoni di odiare è il secondo disco della band perugina, fratelli minori di quei Fast Animals and Slow Kids che li hanno presi sotto la propria ala, sostenendoli anche nella realizzazione dell’album, registrato e mixato dal bassista Jacopo Gigliotti, col master di Giovanni Versari.

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Bill Frisell – Four (Blue Note Records, 2022)

R E C E N S I O N E


Recensione di Lucio Vecchio

Cercando i termini “long COVID” su un motore di ricerca trovo la definizione: “È una sindrome clinica caratterizzata dalla presenza di alcuni sintomi legati all’infezione da SARS-CoV-2, che insorgono o persistono anche per settimane o mesi dopo la guarigione da COVID-19”.
Tranquilli, non state per leggere un trattato di medicina e non mi interessa infilarmi in diatribe o dibattiti legati al Covid. Ho voluto usare il caso come metafora, come spunto di riflessione del fatto che molte delle attuali uscite discografiche sono produzioni che risalgono ai mesi in cui siamo stati costretti in casa e che, come una scia lunga e persistente, verranno rilasciate nei giorni a venire. Una di queste è appunto Four, ultima fatica del chitarrista americano Bill Frisell.

Four è il terzo album di Frisell per Blue Note Records. È composto da tredici tracce di cui quattro reinterpretazioni di brani originali mai registrati e nove brani inediti, scritti come appunti durante il lockdown.
“È stato traumatico non stare con le altre persone”, dice Frisell, “così ho preso la mia chitarra e lei mi ha salvato”. In quei mesi ha scritto un sacco di melodie ed idee, così quando ha programmato le sessioni di registrazione di Four, aveva accumulato pile di quaderni pieni di musica che egli definisce “frammentata”.

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Gli ultimi giorni di Van Gogh. Il diario ritrovato – di e con Marco Goldin – Teatro Nuovo, Salsomaggiore Terme (PR)

T E A T R O


Articolo di Barbara Guidotti

Ci eravamo congedati da Marco Goldin nel backstage del suo spettacolo “Gli ultimi giorni di Van Gogh. Il diario ritrovato”. Lo rivediamo sul palco del Teatro Nuovo di Salsomaggiore, al suo debutto.
Quando le luci in sala si spengono, e il sipario finalmente si apre, lo sguardo viene catturato dai pannelli luminosi sullo sfondo, che sprigionano gli inconfondibili colori delle pennellate di Van Gogh; a lato, stagliati sulla scenografia e sovrastati dal lucernario che si affaccia sul cielo stellato, la sedia, il tavolino e la lampada – che ci sono ormai così familiari – a tratteggiare in modo essenziale la stanza in cui l’artista visse i suoi ultimi istanti.
“Ci sono braci che non si spengono mai…”: la voce fuori campo di Marco Goldin si diffonde ovunque, proiettandoci direttamente nella storia. È il locandiere Ravoux ad accoglierci, quando, a funerali avvenuti (“se ne sono andati tutti”) svela di custodire il diario di Van Gogh; il bianco e nero delle foto d’epoca e i contributi filmati ci riportano al passato, mentre le immagini dei luoghi e dei paesaggi reali si fanno per magia quadri, come accade al municipio di Auvers.

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Sebastian Gahler – Two Moons (JazzSick Records, 2022)

R E C E N S I O N E


Recensione di Riccardo Talamazzi

Così come l’acqua e il vento modellano negli anni la Natura, allo stesso modo anche i racconti, soprattutto se d’autore, possono modificare nel corso del Tempo l’animo umano. È il caso, ad esempio, dello scrittore giapponese Haruki Murakami e del pianista e compositore jazz Sebastian Gahler. Le storie dall’impronta fiabesca dello stesso Murakami pare abbiano lasciato un’impronta indelebile in Gahler, a tal punto da spingerlo a realizzare un intero disco, questo Two Moons, che già dal titolo rimanda alla famosa opera 1Q84, ispirato al romanzo di Orwell 1984. Se vogliamo, questo tributo musicale allo scrittore giapponese, compensa l’amore che Murakami porta verso il jazz e così, in qualche modo, il cerchio si chiude in questo duplice scambio tra musica e letteratura. Gahler è originario di Dusseldorf, è arrivato al suo quarto disco – escludendo un E.P. con Mark Wyand uscito nel 2012 – e anche se non sembra molto conosciuto in Italia, da tempo viene considerato un musicista serio ed apprezzato in tutto il resto dell’Europa. Two Moons non ha niente di specifico che possa far pensare, nell’ascolto, ai racconti di Murakami. Si tratta di un jazz che si muove agilmente all’interno di una corrente più tradizionale – leggi mainstream – ottimamente suonato da “veri” jazzisti e che non ha alcuna pretesa d’avanguardia ma solo il fine di produrre una musica materica e terrigna, nonostante i riferimenti ai racconti favolistici di Murakami. L’impressione globale rimanda alla memoria certi dischi di hard-bop degli anni ’60 – mi sono venuti alla mente alcuni lavori di Horace Silver – dove molto risalto è dato al sax – tenore e soprano – di Denis Gabel che spesso “ruba” la scena allo stesso Gahler, autore di un pianismo brillante a mezza strada tra Hancock e Rubalcaba da un lato ma anche vicino ad armonie più ariose come quelle di un John Taylor, ad esempio. Sempre misurato ma spigliato e preciso nei suoi interventi solistici, Gahler si presenta in un quartetto tutto nuovo, con il già citato Denis Gabel al sax, Matthias Akeo Nowak al contrabbasso, Ralf Gessler alla batteria e in aggiunta viene ospitato il trombettista Ryan Carniaux.

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