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Voci fuori dal coro

Dan Weiss – Dedication (Cygnus Recordings, 2022)

R E C E N S I O N E


Recensione di Riccardo Talamazzi

Ben lungi dall’essere considerato un dissacratore, il batterista Dan Weiss mantiene nella propria arte un alto punto di ebollizione, mandando velocemente in temperatura tutto ciò che abitualmente costituisce il suo bagaglio di esperienze musicali. E sono indubbiamente tante, quest’ultime, perché il quarantacinquenne musicista newyorkese ha accumulato così tanti stimoli, nella sua attuale carriera in continuo divenire, che può permettersi di transitare tra jazz, avant-garde, rock-metal, progressive e musica classica occidentale ed indiana con assoluta, felice noncuranza. Questa sicurezza di sé si è corroborata non solo attraverso gli studi alla Manhattan School Of Music e con gli insegnamenti del maestro indiano Samir Chatterjee per quello che riguarda le tablas ma anche per mezzo di una novantina di collaborazioni insieme ad artisti di vaglia. Qualche nome? Parliamo di incisioni con chitarristi come Rez Abbasi e Miles Okazaki, sassofonisti come Rudresh Mahanthappa e David Binney e numerosi tour in compagnia di Lee Konitz, Chris Potter, Kenny Werner e molti altri. Weiss ha pubblicato diversi dischi a suo nome ma questo Dedication ha un doppio significato. Da un lato è un insieme di omaggi a nove figure di riferimento che sono state per lui particolarmente significative, da alcuni familiari ad artisti e personaggi della cronaca e dall’altro è una riconferma del suo storico trio, con cui vanta una conoscenza ventennale, cioè il pianista Jacob Sacks e il contrabbassista Thomas Morgan. Con questi musicisti Weiss aveva pubblicato Now Yes When (2005), Timshel (2010) e Utica Box (2019) – quest’ultimo con la collaborazione di Elvind Opsvik come bassista aggiunto. Uno degli aspetti che maggiormente salta all’occhio – o meglio all’orecchio – in Dedication, è che la dialettica strumentale, pur muovendosi continuamente attraverso istanze contemporanee, non si allontana poi troppo da una matrice jazzistica di base tradizionale, o meglio, Weiss tende a trasfigurare quest’ultima come se dovesse promuoverne una forma più consona ai nostri tempi. Del resto, come egli stesso indica nelle note stampa, il “classico” trio jazz piano-contrabbasso e batteria è per collocazione storica alle radici del jazz dal ’50 in avanti ma nel contempo esso consente libertà, esperienze e tensioni sempre nuove, soprattutto quando gli elementi del gruppo si conoscono e si apprezzano vicendevolmente da molto tempo, com’è appunto in questo caso

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Basiliscus P – Spuma (Tuma Records/The Orchard, 2022)

R E C E N S I O N E


Recensione di Nadia Cornetti

È uscito il 18 novembre 2022 questo secondo album dei Basiliscus P, talentuosa ed eclettica band messinese dalle sonorità per niente definibili in una sola parola. Prima di iniziare, un po’ di storia: il gruppo nasce a Messina nel 2011 dalle abili teste e mani di Marco Mangraviti (al basso e alla voce), Federica Fornaro (alla chitarra) e Luca Risitano (alla batteria), un trio di ragazzi appassionati di musica che, nelle vesti di musicisti, mixano sperimentazione, trip musico-psichedelici e tanta, tanta consapevolezza, per restituirci un prodotto di qualità decisamente superiore alla media. Nel 2017 ci avevano già regalato Placenta, la cui pubblicazione è seguita da numerosi concerti della band e dalla vittoria, nell’anno successivo, di Arezzo Wave Band Sicilia. Il loro percorso fortunatamente prosegue in ascesa, con l’incontro di diversi musicisti, alcuni dei quali scopriremo esser fondamentali nella storia della band. Doverosa una precisazione: Spuma è impreziosito in diversi brani dall’intervento del bravissimo polistrumentista Bruno Bonaiuto.

 

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Federica Lorusso – Outside Introspections (Abeat Records / ZenneZ Records, 2022)

R E C E N S I O N E


Recensione di Riccardo Talamazzi

Non so in che misura la lontananza dalla sua terra d’origine, la Puglia, abbia condizionato Federica Lorusso nella preparazione di questo suo esordio discografico. Del resto il titolo dell’album con cui si presenta presso Abeat Records e ZenneZ Records, Outside Introspections, suggerirebbe una sorta di tensione interiore che la pianista – e brava cantante, come vedremo – ha cercato di estrovertire provando a mettere in comunicazione il suo passato vissuto in Italia con il presente attuale che la vede residente in terra olandese. Abitando ad Amsterdam, dopo aver studiato musica a L’Aia nel Royal Conservatory of the Hague, Lorusso deve aver provato almeno in parte quel sentimento nostalgico che afferra chi si trovi stabilmente lontano dai territori d’origine, qualunque ne sia il motivo del distacco. Ma il modo più corretto per legare passato e presente, almeno per un artista, è quello di trasmutare alchemicamente questi due opposti – per crucem ad rosam – e ottenere attraverso la capacità creativa una sintesi soddisfacente, un risultato che componga memoria e attualità in un unico accordo armonico. Ed è appunto di accordi e di armonie checi troviamo a scrivere in questo contesto. Lorusso è un’ottima pianista dal notevole tocco e ciò lo si avverte fin dalle prime battute, questo per mettere in chiaro da subito la caratura di questo esordio. Ma quello che mi ha in parte piacevolmente sorpreso è il canto dell’Autrice, una vocalizzazione che compare in qualche episodio dell’album e che dimostra soprattutto un’intonazione perfetta e una timbrica trasparente, molto gradevole e sicura nell’estensione vocale. Leggo infatti nella sua home page che gli studi di questa musicista vertevano originariamente proprio sul canto e che solo in un secondo tempo è nato l’interesse per il piano e per il jazz, sostenuto, in questo, dagli insegnamenti di Vito di Modugno. Non mi stupirei se in una prossima prova si potesse ascoltarla, oltre che come brillante pianista, anche come una vera e propria cantante, non più solamente occasionale come in questo contesto. Il pianismo dell’artista è piuttosto personalizzato, non riesco infatti a riscontrarvi dei chiari riferimenti diretti ma si percepisce come il suo modo di suonare porti i segni d’una ben avviata educazione jazzistica. La musica di questo album appare a larghi tratti come saldamente legata alla tradizione del jazz più classico ma in altri episodi non rinuncia ad avventurarsi in territori di confine, rivelando stati d’animo che tradiscono una certa inquietudine ed la smaniosa curiosità intellettuale degli stessi esecutori. Chi si aspettasse un’attenzione focalizzata alla melodia tipicamente mediterranea potrebbe rimanere un po’ deluso perché l’impressione che lascia questa incisione è quella di appartenere per lo più ad un’identità non necessariamente solo europea – anche se a tratti affiora giustamente qualche riflesso più italico, soprattutto nei vocalismi – sottolineando così il profilo cosmopolita di questo lavoro. I musicisti che le si affiancano formano un quartetto ben coeso e sono Claudio Jr. De Rosa al sax tenore e al clarinetto, David Macchione al contrabbasso ed Egidio Gentile alla batteria.

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Erlend Apneseth – Nova (Hubro Music, 2022)

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Recensione di Aldo Del Noce

Pervenuto già ad otto uscite discografiche in veste di titolare il giovine (appena trentaduenne) solista norvegese, si attesta quale cultore d’eccellenza del tradizionale violino multicorde Hardanger (già accreditato da una stratificata, plurisecolare letteratura e che tra gli alfieri oggi può vantare sperimentati talenti quali Nils Økland o Benedicte Maurseth).
La nuova esperienza in solo s’annuncia di speciale interesse, nel presente caso fruendo delle peculiare fisionomia ambientale del Mausoleo Emanuel Vigeland di Oslo – non unico in ciò se ne abbiamo già rilevato l’opzione ad opera anche di confratelli quali Frode Haltli, Maja S.K. Ratkje o Ingar Zach (in solo o con il quartetto Dans les Arbres) – esaltando i caratteri della registrazione con curiosi quanto funzionali artefatti quali il rumore dei passi o più impetuosa effettistica fisica.
Ma diremmo che la “materia musicale” venga esposta (ed onorata) quasi in medias res con un attacco deciso, atto a disvelare con pienezza la timbrica argentea e la caleidoscopica gamma sonora del versatile strumento, le cui trame e sottotrame acustiche sono letteralmente magnificate dalle riverberazioni d’ambiente, di possanza a tratti quasi magica.

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The Smashing Pumpkins – Atum: Act I (Martha’s Music, 2022)

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Recensione di Antonio Sebastianelli

Quanto tempo è passato? Appena due anni e rieccolo qui Billy Corgan, il Charlie Brown mai divenuto grande, alle prese con le sue zucche. Perso come al solito tra sogni di grandezza mai sopiti e ambizioni sfrenate.
Se nello scorso album Cyr al netto di arrangiamenti eighties soverchianti ed eccessivi, tra tracce minori si stagliavano almeno 4/5 pezzi di valore, a questo giro purtroppo (almeno per il primo volume) se si ritrovano i medesimi difetti, non si può parlare di tracce di reale valore e che rendano giustizia a uno dei più grandi gruppi degli anni novanta (e non solo).
Abbiamo parlato di un primo volume e di ambizione sfrenata. Ebbene sì Atum sarà un’opera rock in tre atti. Purtroppo oltre a un songwiting di livello manca una chiara idea e un produttore vero che aiuti a scremare i tanti, troppi riempitivi. Manca una vera band, Jimmy e James ridotti a figure di contorno. Buoni per strappare qualche biglietto in più ai concerti e a commuovere i tanti nostalgici di un’era che è stata e non sarà più. 

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Sarathy Korwar – Kalak (The Leaf Label, 2022)

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Recensione di Mario Grella

Per una volta, anziché dei musicisti o del titolo dell’album o magari del concept che lo ha generato, incominciamo dagli studi in cui questo magnifico lavoro è stato registrato. Se si parla di Real World Studios, il pensiero corre subito al nome di Peter Gabriel. Gli Studios sono nati nel 1986, nei pressi di Bath (Uk), con un progetto già tutto insito nel nome. Ed è idealmente in questo solco che si può inscrivere Kalak, del grande percussionista Sarathy Korwar (batteria, percussioni, voce ed elettronica)e attorno al quale si sono riuniti Alistair MacSween, Danalogue e Photay ai sintetizzatori, Magnus Mehta alla batteria e Tamar Osborn ‘Collocutor‘, al sax baritono, flauto, ed elettronica. L’album è incentrato sui ritmi tradizionali dell’Asia orientale che Sarathy Korwar definisce indo-futuristi. Ma si sa le definizioni sono un conto e la musica è un altro, anche se il titolo della prima traccia, sembra dirla lunga sull’intento di far mente locale della cultura e della storia delle comunità indigeni (e del genius loci). Vale allora la pena di ascoltarla questa A Recipe to Cure Historical Amnesia, manifesto programmatico dell’intero lavoro, scandito su una base di fruscii di una foresta pluviale, che si fa memoria della memoria, indispensabile per conservare il passato pur proiettandosi nel futuro, poiché è il passato stesso ad essere al contempo dietro di noi e davanti a noi. E il ricordo si fa ancora musica nel secondo brano che si intitola proprio To Remember, seppure cantato in una delle tante lingue dravidiche del sud dell’India. Del resto questo paradigma della circolarità del tempo è presente anche nella copertina del disco, tratto da un antico simbolo indiano e ridisegnato dalla designer di New Delhi Sijya Gupta.

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Gazebo Penguins – Quanto (Garrincha Dischi/To Lose La Track, 2022)

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Recensione di Giovanni Tamburino

Quando una band orgogliosamente affermata nell’underground emo/punk italiano come i Gazebo Penguins decide che è il momento che un nuovo lavoro veda la luce, le aspettative sono alte. E infatti, la capacità di Capra, Sollo e Piter – in questo caso con la partecipazione di Rici – di recuperare, creare, melodizzare e distorcere concetti, stati d’animo, producendo percorsi musicali che per tagliar corto chiameremo album, tocca ancora una volta i propri apici dopo il successo di Nebbia nel 2017.
Con l’immediatezza e spontaneità che contraddistingue da sempre la band, data anche dalla scelta di non organizzare pre-release al di fuori dei live di presentazione nella prima metà del mese, Il 16 dicembre esce dalle scuderie di Garrincha Dischi, con la partecipazione della storica To Lose La track, Quanto, il nuovo disco dei Gazebo Penguins. Un viaggio irregolare, accidentato, all’insegna di un binomio di caos e ciclicità che, più che controsenso, rispecchia due differenti facce dell’animo umano.

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Enrico Bracco – Flying in a Box (A.Ma Records, 2022)

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Recensione di Riccardo Talamazzi

Sono trascorsi vent’anni dall’esordio discografico del chitarrista Enrico Bracco. Su quella iniziale esperienza in quartetto – Going Wes (2002) – molto legata agli insegnamenti dei maestri come appunto Wes Montgomery, sembra essersi depositato un velo di polvere talmente è stato evidente il cambiamento nella musica del quarantanovenne chitarrista romano. Un’evoluzione certo non radicale, a voler ben vedere, ma che ha condotto l’opera di Bracco all’interno di uno spazio contemporaneo assolutamente personale, grazie anche all’aiuto di alcuni suoi compagni di viaggio come Daniele Tittarelli al sax e Pietro Lussu al piano, suoi collaboratori fin dal 2006. Molto diverso nelle sonorità e nella modalità espressiva dal compagno di scuderia in A.MA records, l’ottimo chitarrista Antonio Trinchera, maggiormente legato ad atmosfere nu-jazz – potete trovare la sua recensione quiBracco, in questo nuovo Flying in a Box, suo quinto disco da titolare, sembra inseguire soluzioni armoniche più ardite pur non recidendo il cordone ombelicale che lo lega alle radici, quell’hard-bebop che spesso riaffiora come un continente sommerso. Sono molte, infatti, quelle parti scritte percorse all’unisono con Tittarelli, angolando le frasi sonore e ubriacandole di continui saliscendi melodici, proprio com’era di moda negli anni ’50 e ’60. Ma Bracco & C. non si fermano a questi storici e collaudati estratti di grande perizia esecutiva. Spesso, come rileveremo tra poco, i musicisti di questo ensemble amano ormeggiarsi in rade isolate, affidandosi ad estemporanei giochi di montaggio equamente distribuiti tra scrittura ed improvvisazione, alla ricerca probabilmente di perimetri nuovi entro cui muoversi. Rispetto ai due dischi precedenti – Unresolved (2011) e Quiet Man (2015) la chitarra di Bracco sembra ritagliarsi qualche spazio in più d’autonomia, dove il suo jazz pare essere sempre un po’ in tensione verso territori poco esplorati, col desiderio di allontanarsi per poi riavvicinarsi alternativamente alla strada pavimentata del mainstream. In questa operazione è presente soprattutto il marcato sostegno del sax contralto di Tittarelli che spesso pare confidenzialmente sfidare la chitarra disegnando con questa nuove cartografie, con cui, in un secondo tempo, porsi alla ricerca di inedite rotte creative. Lo stile chitarristico dell’Autore è fluido, reso scorrevole da una chitarra senza artifici elettronici né distorsioni e si basa su una pulizia sonora frutto evidentemente di una ricerca sullo strumento che prevede molta attenzione alla parte melodico-armonica, sfruttando una timbrica nitida e ben leggibile all’ascolto. Oltre ai musicisti sopra citati, in questo album suonano Enrico Morello alla batteria – già con Bracco nel precedente Quiet man – e Giuseppe Romagnoli al contrabbasso.

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Vivendo, giocando. Salso Ludix e la cultura del gioco

E V E N T O – L I V E _ R E P O R T


Articolo di Barbara Guidotti

Il mio primo gioco da tavolo è stato Rischiatutto, dal programma condotto da Mike Bongiorno. Lo adoravo, al punto che non mi stancavo mai di giocarci; aveva un cicalino di latta per prenotarsi a rispondere – che per l’uso nel tempo si era sverniciato -, i segnapunti di cartoncino, una clessidra per il tempo di risposta, il tabellone per le giocate e un libretto con i quesiti più disparati, che alla fine conoscevo a memoria quanto le soluzioni. Ah, dimenticavo gli occhiali finti per entrare nella parte del conduttore! E poi Scarabeo, Monopoli (valgono anche Indovina Chi? e L’allegro Chirurgo?), il Gioco dell’oca
Crescendo ho preferito libri e videogame (da Pong in poi), e i giochi da tavolo li ho un po’ messi in disparte (non ho mai amato studiare le istruzioni, come mi succede anche con dispositivi vari), ma sentire parlare di un evento sul gioco ha risvegliato tanti ricordi.
Conoscere le persone che ne erano l’anima non ha fatto che aumentare la curiosità e la voglia di entrare nel mood dell’iniziativa: giovani, motivati, animati dal desiderio di fare di Salsomaggiore un luogo in cui accogliere le tante declinazioni di un’esperienza che, attraverso il divertimento, fa crescere e confrontare con gli altri.

(Ph. Shutterbrothers)
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