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Voci fuori dal coro

Chris Cornell – No One Sings Like You Anymore (Universal Music, 2020)

R E C E N S I O N E


Articolo di Stefania D’Egidio

Qualche anno fa mi era capitato di recensire una biografia di Chris Cornell, uscita qualche mese dopo la sua prematura morte: una vita di alti e bassi la sua, tra successi eclatanti, specie con i Soundgarden, e flop commerciali, le dipendenze, il distacco dai suoi migliori amici, quasi tutti portati via da overdosi, e poi la rinascita nell’ultimo periodo, sia per la carriera che per la vita privata, grazie a Vicky, il nuovo amore con cui aveva creato una bellissima famiglia. Nulla poteva far presagire che si sarebbe suicidato, ma soprattutto nulla faceva pensare che fosse ancora preda di una grave sindrome depressiva: bello come il sole, con una voce che madre natura concede a ben pochi – di sicuro tra le migliori nel panorama rock degli ultimi 40 anni – e tra le più versatili, come dimostrato dalla raccolta pubblicata in formato elettronico lo scorso 11 dicembre e che uscirà anche in formato fisico il prossimo 19 marzo.

Photo: Andrew Stuart

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Gli Scordati di Joe – Vol. 60

R E C E N S I O N I


Articolo di Giovanni Carfì

“Note di merito per album passati distrattamente in secondo piano, ma meritevoli di un loro piccolo spazio”.

Questo è ciò che scrivevo qualche anno fa in apertura a questa rubrica e oggi siamo arrivati al numero 60. In tempi di classifiche di fine anno, mi chiedo che senso possa avere segnalare nuovi ascolti, suggerire artisti in alcuni casi esordienti, o che dopo una prima esperienza discografica spariscono. Mi chiedo che senso abbia, avere la presunzione di giudicare dei lavori rispetto ad altri, in una giungla di “Artisti” che si professano tali, di ragazzi e ragazze che investono anche economicamente in progetti, o di chi finisce a collaborare con altri produttori o promotori, finendo stritolati in un sistema che li promuove come qualunque altro “prodotto”. Forse un senso c’è, ed è giusto che ce l’abbia.

La musica non dovrebbe essere un prodotto, ma espressione e trasposizione di un’opera artistica, di una comunicazione impellente, che abbia la forza e la dirompenza di lasciarti con la mascella a penzoloni, che abbia la capacità di emozionare, di stravolgere le tue orecchie ma ancora prima il tuo cuore. Oggi potremmo definirci fortunati, abbiamo tutto a portata di un click; che sia un video, una canzone, un’immagine, ma questo ha abbassato il livello qualitativo delle proposte in maniera clamorosa, e cercare qualcosa di “bello” o di artistico è ancora più difficile. Ci stiamo abituando a definire “bello”, qualcosa che in molti casi non lo è realmente. Se pensiamo anche solo alla fruizione della musica 20 anni fa, potremmo capire come ogni cosa aveva un peso specifico molto elevato; il valore di un supporto fisico, un libretto con i testi, un qualcosa di tangibile e concreto, poteva fare la differenza. Così come vedere un film in prima visione nel proprio salotto, rispetto a vederlo al cinema, (non nei multisala); si tornava a casa con la matrice del biglietto, si decideva l’orario in cui andare a vedere il film, e il più delle volte lo si faceva su scomode sedie di legno, ma oltre al film ti portavi a casa un’esperienza oltre alla visione stessa del film.

Lo so può essere un discorso senza senso, ma in un mondo che lamenta una mancanza di attenzione verso l’arte, servirebbe più senso critico e bisognerebbe riappropriarsi della curiosità e della voglia di scoprire cose nuove, senza la comodità di un algoritmo che decida per noi. Quanti di voi comprano fisicamente dei dischi, vanno al cinema e sostengono attivamente l’arte? Quando si sente dire che non ci sono più i grandi cantautori, i grandi artisti del passato, la colpa se così può esser definita, è una conseguenza della nostra disattenzione, la nostra comodità rispetto ad una ricerca e un approfondimento a cui non siamo più abituati. Ecco, prendetevi il vostro tempo, anzi riprendetevelo, e quando ascoltate qualcosa di nuovo, siate onesti, la musica è un’arte, non è un prodotto.

Io mi prenderò del tempo chiudendo questa rubrica, dove la selezione di ascolti che mi ha suscitato qualcosa, è sempre stato un lavoro non facile ma che ho fatto con piacere, combattendo sempre tra il proprio gusto e la capacità di allontanarsi da questo per poter avere la giusta imparzialità che serve in questo caso. Non possiamo però sempre guardare al passato cercando un ristoro in esso, ma bisogna fare del proprio meglio nel presente, con le condizioni e con le regole che questo implica. Forse è semplicemente una scusa per poter costruire qualcosa di nuovo, in ogni caso, ringrazio chi ha seguito questo mio contributo negli anni.

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PON¥: Andare all’anima delle canzoni – Intervista

I N T E R V I S T A


Articolo di Luca Franceschini

Me lo ha chiesto lui, di non citare il nome della band da cui proviene. “Preferisco che l’ascoltatore si accosti a questo progetto senza pregiudizi, negativi o positivi che siano, e che possa giudicare queste canzoni per quello che realmente sono, senza farsi condizionare dal passato del loro autore”. Niente strategia comunicativa in stile I Cani o, per citare nomi recenti, Legno e Andreotti. Probabilmente il nome verrà scoperto in futuro, probabilmente no. Sta di fatto che PON¥ vuole che siano le sue canzoni a parlare e noi non potremmo che essere d’accordo, visto che le canzoni sono di quelle speciali, per cui ti fermi e le ascolti, qualunque cosa tu stia facendo. L’ho ascoltato la scorsa estate, un po’ di questo materiale. Ci eravamo incrociati per caso ad inizio luglio, ad un concerto di non ricordo più chi. Mi ha detto che il gruppo non esisteva più ma che da poco aveva ripreso a scrivere e che, se avessi voluto, mi avrebbe mandato alcune cose da ascoltare. Qualche giorno dopo mi è arrivato un link Soundcloud con un po’ di canzoni, il progetto abbozzato per un disco da pubblicare in un futuro ancora indefinito. Canzoni bellissime, registrate in bassa fedeltà ma straordinariamente lucide nelle intenzioni, un altro mondo rispetto a quanto fatto nella sua band madre, accostabili piuttosto a cantautori cosiddetti Lo Fi come Daniel Johnston ed Elliott Smith. Poi è arrivata la pandemia e la cosa si è un po’ fermata, almeno fino a pochi giorni fa quando, più o meno a sorpresa, La Valigetta, piccola ma attivissima etichetta con base in Lombardia, ha annunciato l’uscita di Vita, il primo singolo del progetto PON¥. Leggermente rifinito negli arrangiamenti e nella produzione, il brano non ha tuttavia perduto nulla del fascino iniziale, una gemma di cantautorato Lo Fi, malinconica ma nello stesso tempo quasi solare nelle aperture melodiche, una confessione a cuore aperto su ciò che vale la pena conservare di esistenza e relazioni. Ne abbiamo parlato direttamente con l’autore, raggiunto per telefono durante la pausa pranzo di un giorno lavorativo freddo come non mai.

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Assalti Frontali – 1990-2020 (Daje Forte Daje Tutti Rec, 2020)

R E C E N S I O N E


Articolo di Stefania D’Egidio

Correva l’anno 1990, facevo il V ginnasio: in Medio Oriente scoppiava la prima guerra del Golfo, in Sudafrica veniva liberato Nelson Mandela, moriva Sandro Pertini e venivano ritrovate le lettere di Aldo Moro; tutto questo mentre nella nostra capitale, dalle ceneri del collettivo musicale Onda Rossa Posse, nascevano gli Assalti Frontali. Un periodo di grande fermento artistico per le autoproduzioni e la distribuzione indipendente, soprattutto grazie alla spinta dei centri sociali tanto che, in breve tempo, scoppiava il fenomeno delle Posse, a Roma come nel resto dello stivale, tutte accomunate dall’interesse per l’attualità politica, la controinformazione, l’impegno civile, la cittadinanza attiva e con una forte connotazione antifascista. Dal punto di vista musicale un bel pout purri di rock, punk, funk, reggae e rap che trovò in 99Posse, Africa Unite, Almamegretta, Ustmamò e Casino Royale i maggiori interpreti. Per gli Assalti Frontali dopo due anni dalla nascita arrivò l’album del debutto, Terra di Nessuno, primo Lp rap in italiano, venduto a un prezzo politico di 17.000 lire, quasi mi viene una botta di nostalgia a ripensarci…

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Il domani, il tempo e la musica: intervista a Tōru

I N T E R V I S T A


Articolo di Claudia Losini

Tōru Watanabe è il protagonista di Norwegian Wood, uno dei romanzi più belli scritti da Haruki Murakami. Toru è anche il nome d’arte di Elia Vitarelli, cantautore toscano, già all’attivo con la band I fiori di Hiroshima: peculiare questa scelta, perché richiama le atmosfere dei romanzi dell’autore giapponese, spesso contrastate da amori impossibili, mondi paralleli e storie crude. Domani è il suo disco d’esordio, uscito poco prima della pandemia a febbraio e anticipato dal singolo Soli e il 20 novembre è uscito un brano Il tempo, in collaborazione con Lucio Leoni. Abbiamo fatto quattro chiacchiere con Elia, per approfondire le tematiche del suo disco.

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The Zen Circus: scrivere e registrare musica, questo è il nostro ossigeno – Intervista

I N T E R V I S T A


Articolo di Joshin E. Galani

L’ultima casa accogliente, nuova emozione discografica degli Zen Circus, uscita a novembre scorso. Nove brani inediti, la registrazione avrebbe dovuto essere fatta negli USA, per la pandemia il viaggio è stato rinviato. Nell’album c’è il corpo, il tempio in cui ripararsi, c’è una nuova ritmica in cui orientarsi. A rispondere alle nostre domande con le sue bacchette c’è Karim Qqru, il batterista dei The Zen Circus, con cui è veramente sempre piacevole chiacchierare, buona lettura.

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Gli Scordati di Joe – Vol. 59

R E C E N S I O N I


Articolo di Giovanni Carfì

Note di merito per album passati distrattamente in secondo piano, ma meritevoli di un loro piccolo spazio. Nell’impossibilità di raccontare tutto ciò che viene prodotto, una selezione di dischi con confronti senza vincitori, né punteggi; ma con la presunzione di restituire una sensazione il più immediata possibile, attraverso un’analisi che va oltre le solite stellette.

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Nothing But Thieves – Moral Panic (Sony Uk, Rca Records, 2020)

R E C E N S I O N E


Articolo di Manuel Gala

Avere un bravo cantante come frontman non é sempre sinonimo di successo… ma averlo con una voce che unisce 3 mostri sacri come Buckley, Bellamy e Yorke, allora molto probabilmente sì. È il caso di Conor Mason, leader dei Nothing but Thieves, nato nel 1992 a est di Londra, e indirizzato dal padre a prendere lezioni di canto, mentre tutti i suoi coetanei si dirigevano in massa verso la chitarra elettrica. E meno male che il ragazzo ha ascoltato e seguito le orme del padre! La timbrica e gli acuti ne fanno una voce speciale e ricercata, pronta per una grande band e per calcare i palchi del Regno Unito. Fu così che nel 2012, il gruppo muove i primi passi sfornando un EP dietro l’altro, riscontrando grande successo nelle radio. La Sony, fiutando il talento e l’affare, li mette sotto contratto e nel 2016 pubblicano il loro primo album omonimo, un capolavoro assoluto fra pezzi che ricordano i primi Muse e i primi Radiohead, un album che non stanca mai e che mette in evidenza lo stile e le capacitá enormi del frontman.

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Lucio Leoni: C’è una realtà più grande, al di fuori del nostro orticello – Intervista

I N T E R V I S T A


Articolo di Luca Franceschini

Intervistare Lucio Leoni è sempre un’esperienza speciale. Perché l’artista romano ha una visione ben precisa dell’arte, della sua musica, della realtà. Le sue canzoni sono sempre state dei piccoli tentativi di raccontare il mondo, nella molteplicità delle prospettive, nel fatto che la realtà sia sempre più complessa dei pregiudizi che volente o nolente abbiamo tutti e nella necessità di guardare bene in faccia l’interlocutore, di entrare in rapporto con lui, di mischiarsi con la sua vita e la sua esperienza invece di limitarsi a misurarlo da lontano. È un artista vero, Lucio Leoni, uno che crede ancora che attraverso le canzoni si possa riflettere e si possano imparare cose nuove. Perché ok l’arte per l’arte, anche questa è una visione con una sua dignità, ma se una proposta musicale ha valore in sé, allora che possa veicolare dei contenuti impegnati non è né un azzardo né una velleità. A questo giro ci sono state due occasioni che mi hanno fatto prendere in mano il telefono per fare due chiacchiere con lui: innanzitutto l’uscita della seconda parte di Dove sei, a cinque mesi di distanza dalla prima (ne avevo parlato con lui qui). Tecnicamente non è un nuovo disco, visto che le 15 canzoni in tutto sono state registrate in un’unica session e divise successivamente in due tranche, per evitare di sovraccaricare l’ascoltatore. Tuttavia, la presenza di questi sette brani ci permette di allargare lo spettro e di giudicare finalmente nella sua totalità un lavoro che, lo si può dire senza timore di esternare luoghi comuni, è al momento il più maturo che Lucio abbia realizzato.
In seconda battuta, è arrivato il progetto di “Her Dem Amade Me – Siamo sempre pronte, siamo sempre pronti”, una compilation in doppio cd, per un totale di 24 brani, realizzata alla memoria di Lorenzo “Orso” Orsetti, anarchico e antifascista fiorentino morto il 18 marzo 2019 mentre combatteva contro l’Isis nel nord della Siria. Una vicenda, quella della lotta del popolo curdo contro il Califfato islamico, spesso trascurata dall’informazione mainstream, che ha avuto una certa risonanza soprattutto grazie al fumettista Zerocalcare, prima con la graphic novel Kobane Calling (frutto di un suo viaggio sul posto), in seguito con la storia breve Macelli, che raccontava proprio la vicenda di Lorenzo e che era uscita originariamente su uno dei numeri di Internazionale del luglio 2019.

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