Blonde Redhead – Barragán (Asawa kuru – 2014)

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Articolo di Chiara Baini

Annunciato già a giugno di quest’anno, Barragán, il nono album dei Blonde Redhead, è uscito il 2 settembre. Il disco non delude le aspettative dei fan in trepidante attesa da 4 anni. Lo stile inconfondibile della chitarra di Simone Pace, della batteria del gemello Amedeo, della voce di Kazu Makino, benchè sperimentino nuove direzioni, restano immutati nel nuovo lavoro.

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The Raveonettes – Pe’ahi (The Beat Dies – 2014)

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Articolo di Giovanni Lepori

I The Raveonettes sono un perfetto esempio di una band che sarebbe potuta già essere una realtà affermata nel panorama shoegaze/noise pop ma che in realtà non è mai riuscita a scrollarsi di dosso l’etichetta di gruppo rivelazione, alternando dischi di pregevole fattura come Lust, Lust, Lust (2007) a lavori più anonimi e confusionari.
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Afterhours @ Carroponte – Sesto San Giovanni (Mi) – 6 settembre 2014

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Testo e immagini sonore di Thomas Maspes

Andare a un concerto degli Afterhours è come salire su di un ottovolante emozionale. Vieni a contatto con molte parti del tuo essere che per varie ragioni tu stesso fatichi a riconoscere o a credere possano fare parte del tuo mondo interiore. C’è un così violento e liberatorio scambio di energia fra la band sul palco e il pubblico stipato di fronte che tutto sembra cancellarsi: il tempo che passa, le cicatrici sulla pelle, la vita molto spesso compressa che si conduce in una città frenetica come Milano.
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Gnut – Prenditi quello che meriti (Inri/Believe, 2014)

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Articolo di Chiara Baini

Cinque anni di lunga attesa per questo nuovo lavoro del cantautore napoletano Claudio Domestico, in arte Gnut. Uscito il 22 aprile, Prenditi quello che meriti è un album che porta con sé un grande bagaglio: registrato in diverse città, Gnut ha preso una nota da ogni paese, mescolandole magnificamente con il suo spirito da poeta e con una voce quasi angelica. Ogni brano è una melodia che ti entra in testa con facilità, lasciandoti una scia di parole impresse nell’anima.

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Intervista a Pierpaolo Capovilla – aurore boreali nel cielo di Roma

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Intervista di Sabrina Tolve, fotografie di Elena Schiavoni

È fine luglio, e a Roma non fa caldo. L’aria è fresca e a Villa Ada si sta benissimo: alberi, luce, vento, il laghetto. Fumo una sigaretta in attesa dell’intervista a Pierpaolo Capovilla e mi sudano le mani. Se lui sapesse quante volte mi ha salvata dal botro profondo delle amarezze, probabilmente capirebbe anche il mio lieve balbettare iniziale, quando entriamo in una delle stanzette del backstage e lui arriva lì per me – posso dirlo con una certa soddisfazione – durante una pausa del soundcheck (del concerto ne ho parlato qui). Però mi faccio forza, e lui è così bravo da farmi sentire a mio agio da subito. Perché è vero che in questa situazione dovrei avere io il coltello dalla parte del manico. Ma di fatto, di fronte a Pierpaolo Capovilla, certe convinzioni puramente ruolistiche, crollano irrimediabilmente. Giù giù, nel fondo dei suoi occhi azzurri. E quindi, iniziamo.
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Ian Curtis. Vivere e inappartenere

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Articolo e illustrazione di Mauro Savino.

Ian Curtis si è impiccato ed è morto. Ian Curtis soffriva fisicamente e psicologicamente. Ian Curtis era il fuori della musica della fine dei ‘70. Era troppo vivo così non gli restava che soffrire. Esiste una lunga linea grigia che ci separa da certi destini definitivi e comprensibili solo in dimensioni del vivere che fanno a meno della razionalità come critica dell’incomprensione di sé.
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Idhea – No Chains (Advice Music/Edel – 2014)

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Articolo di Eleonora Montesanti

Infilo questo disco nello stereo, chiudo gli occhi e in un attimo mi ritrovo nell’estate del 1994: al Festivalbar insieme a Laura Pausini, ad una Irene Grandi che presenta un pezzo intitolato Tvb e a Corona con il suo tormentone The rythm of the night ci avrei visto molto bene anche Idhea, questa giovane interprete il cui album pare davvero uscito da quel pop-rock commerciale, leggero e patinato che era tanto in voga vent’anni fa.
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