Fabio Baio Baietti

Gov’t Mule @ Alcatraz – Milano, 20 Maggio 2015

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Articolo di Fabio Baietti Immagini sonore di Federico Sponza

Da un gruppo come i Gov’t Mule si pretende sempre il massimo, che la performance sia la cosa più prossima alla perfezione artistica, vista la qualità dei musicisti.Tra insoddisfazioni oggettive (locali dall’acustica indecente) e piccole recriminazioni personali, (durata del concerto, scaletta, etc…) in tutti questi anni non ero ancora riuscito a “vivere” il mio concerto “perfetto” di Warren Haynes e soci. La serata dell’Alcatraz “riporta tutto a casa” e lascia un ricordo indelebile per suoni e immagini.

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Bocephus King & Phil Cody @ Villa Zoja – Concorezzo (Mb) 24 Aprile 2015

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Le grandi strade della musica americana

Articolo di Fabio Baietti Fotografie di Andrea Furlan

Incontro tra due anime inquiete che nulla avevano spartito del proprio passato. A loro modo, segnate da travagli che solo il tempo ha saputo acquietare, trasformandoli in parole e note. Mischiare le sensibilità di Phil Cody e Bocephus King ha prodotto una serata da ricordare a lungo. “Anomala” per come è stata concepita, organizzata e vissuta. Dal congiungere Los Angeles a Vancouver alla ri-scoperta di due album che solo i carbonari della buona musica non avevano dimenticato. Dalla convivialità di un rinfresco che ha creato la giusta atmosfera ad un concerto a finestre aperte, con bambini sparsi ovunque. Tra le braccia di madri canterine, sul pavimento ad immaginarsi grandi con una chitarra in mano, sulle spalle di un babbo cespuglioso a tenere il tempo sul palco. La magia non ha bisogno di riscaldamento per iniziare la sua partita. Scorrono canzoni che lasciavano presagire squarci di gloria per entrambi. Flussi di memoria che riportano ad anni di iniziazione alla musica che “gira intorno”. Quella da ascoltare nei locali da raggiungere tagliando a fette la nebbia. Quella proposta dietro a sipari che non si sono più aperti per troppi anni.

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James Maddock – The Green (2014 – Appaloosa / IRD)

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Articolo di Fabio Baietti

Per James Maddock è arrivato il momento di “riportare tutto a casa”. Camminando all’alba nella Lower East Side di una Manhattan che si sta risvegliando stropicciandosi gli occhi. Ammirando l’ennesimo alzarsi del Sole, in una Avenue divenuta nel tempo familiare come i campetti dietro casa, in quel di Leicester, UK. Ricordi di gioventù che riaffiorano nell’anima. Nostalgia venata di sottile ironia, sguardo benevolo sull’età dell’innocenza. Fissata in foto non troppo ingiallite che ancora provocano sussulti nel cuore.

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Dave & Phil Alvin with The Guilty Ones @ Teatro Condominio – Gallarate (Va) 31 Ottobre 2014

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Common Ground

Brotherhood and other stories from America

Live report di Fabio Baietti Fotografie di Renato Cifarelli

Mi sono messo alla prova. Far trascorrere un po’ di tempo per raccontare una serata musicalmente esaltante, vissuta con la pelle d’oca nell’anima. Visto che le sensazioni sono ancora le stesse provate “a caldo”, mi cimento volentieri. Per riassumere il senso del concerto, bisogna partire dagli istanti finali. Dall’immagine indelebile di Dave e Phil, abbracciati nel lasciare il palco mentre The Guilty Ones macinano le ultime note. Il primo, stiletto elettrico di gran classe, di enciclopedica cultura musicale ed in forma smagliante. Il secondo, a cui il destino ha lasciato di integro la (gran) voce e quel ghigno beffardo, da sempre suo marchio di fabbrica. “Terreno comune” quello su cui si sono dipanate le loro esistenze, in quel di Downey, CA. Il tributo al blues viscerale di Big Bill Broonzy risulta una (splendida) scusa per ripercorrerlo. Così per un flashback su capelli impomatati, giubbetti di jeans, chitarre affilate come lame, sullo sfondo di una L.A “blue collar”, lontanissima dai lustrini hollywoodiani. Strada illuminata da una onnivora passione di entrambi per la musica, di ogni genere e di ogni provenienza etnica. Oscurata, altresì, da litigi ed incomprensioni, un perdersi e ritrovarsi tra silenzi assordanti. Perché quando hai personalità spiccate, il legame di sangue non è sempre un buon collante.

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Lowlands – Love etc… (2014 – Harbour Song Records / IRD)

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Articolo di Fabio Baietti

Solo pioggia oltre la finestra della mia stanza. E’ un venerdì notte solitario ed insonne. Mi piacerebbe ubriacarmi, parlare di musica e delle cose della vita con qualche buon amico. Nella mia mente transitano i troppi fantasmi che popolano questa città, rimango sospeso tra ombra e luce. Decido di uscire, nonostante l’ora ed il vento gelido che soffia là fuori. Felpa pesante e niente ombrello. Le scarpe comode che scansano le pozzanghere, zizzagando tra rimorsi e i rimpianti. Rispolvero il vecchio lettore cd portatile. Con quelle obsolete, buffe cuffie sottili. Fuori moda, come le mie adorate camicie di flanella a scacchi. Ho il nuovo cd dei Lowlands da ascoltare.

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Mandolin’ Brothers play “Highway 61 Revisited” @ Spazio Teatro 89 – Milano 15 Novembre 2014

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Articolo di Fabio Baietti Fotografie di Andrea Furlan

L’emozione è palpabile sui visi di musicisti esperti e talentuosi. L’attesa è forte in una platea di appassionati che hanno messo ad asciugare i loro cappotti, intrisi di una pioggia perfida ed incessante. Rifare per intero un capolavoro come “Highway 61 Revisited” (per di più nello stesso ordine del disco) è un’idea molto “americana”, intrigante e che incuriosisce. Scaldano i motori i Mandolin’, con sei canzoni del loro pregevole songbook. Per una volta, non sono le loro composizioni quelle più attese. Pure loro ne sono consci. Si aspetta che la pietra sia spinta ed inizi a rotolare. Una discesa senza freni nella poesia, nella denuncia sociale, nel blues, nell’elettricità che soppianta tutto ciò che era stato acustico. Si aspetta Dylan insomma, uno che avrà qualcosa da dire anche quando la Terra (o quel che ne resterà…) sarà calpestata da pochi.

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Letlo Vin – Songs for Takeda (2014 – Autoproduzione)

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Articolo di Fabio Baio Baietti

Il fratello di un fondista estone con la passione per il cantautorato?
Il dubbio sul nome “nordicamente esotico” dell’Artista, si dissolve come le novembrine nebbie lodigiane.
Pseudonimo importante, Letlo Vin. Sia che lo si voglia leggere come accorata esortazione, sottoforma di anglofono gioco di parole. Sia nel non troppo velato omaggio all’istrionico Nick Cave, da sempre suo punto di riferimento artistico.
Un’”opera prima” più volte riscritta in 4 lunghi anni. Elaborata da un’anima tormentata dalla perdita di un caro amico. Quel “Takeda”, musicista innamorato della cultura giapponese, che aveva deciso di continuare il suo viaggio in un “altrove” lontano dalla vita terrena.

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