R E C E N S I O N E


Recensione di Andrea Notarangelo

Una grande aspettativa accompagnava l’uscita del nuovo disco degli Elbow. Per la presentazione del nuovo album, Guy Garvey, leader e voce sopraffina della band britannica, sembrava quasi aver messo le mani avanti, indicando quelle che avrebbero potuto essere le loro principali influenze. “Ci siamo resi conto che stavamo realizzando un disco privo delle solite linee guida creative. Amiamo album come gli ultimi dischi dei Talk Talk. Solid Air e Bless the Weather di John Martyn, Is This Desire di PJ Harvey, Chet Baker Sings, Hats dei Blue Nile. Hounds of Love di Kate Bush e Astral Weeks di Van Morrison. Abbiamo sempre scritto canzoni come queste, ma ci è sembrato naturale fare un album che si concentrasse sul lato più intimista della nostra musica. È stata una sfida”. Bene, sciogliamo qualsiasi dubbio prima di procedere. La sfida è stata vinta. Se è pur vero che in ogni opera si può giocare alla ricerca della citazione più o meno velata, nel caso specifico, dopo oltre vent’anni di carriera, possiamo ben parlare di uno stile Elbow e, si tratta di qualcosa che è riconoscibile fin dai primi secondi di ascolto.

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