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Marco Manzella – Le mie cose (LaPOP/Freecom, 2020)

R E C E N S I O N E


Articolo di Luca Franceschini

Il disordine delle cose si sono affacciati per pochi anni nel panorama musicale italiano, ma gli hanno dato un contributo importante, con tre dischi bellissimi tra 2009 e 2014, che hanno provato ad operare una sintesi tra la tradizione italiana ed il più ampio contesto internazionale, cosa abbastanza inusuale ai tempi, con un album registrato in Islanda, un altro in Scozia e collaborazioni con svariati nomi importanti tra cui i Belle And Sebastian. Non hanno mai goduto di grande visibilità, osannati più dalla critica che dal pubblico, ma a modo loro un ruolo lo hanno avuto, all’interno di una intensa stagione creativa dove il cosiddetto Indie italiano recitava ancora la parte dell’outsider.

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Paolo Benvegnù e Marco Parente // Lettere al mondo @ Villa Angaran San Giuseppe, Bassano del Grappa (Vi) – 18 luglio 2020

L I V E – R E P O R T


Articolo di Luca Franceschini

Bello finalmente tornare ai concerti. Certo, ci sono le limitazioni, gli artisti che suonano sono esclusivamente italiani e di cosiddetti “grandi eventi” non ce ne saranno per chissà quanto. Al netto del pur comprensibile ottimismo dei promoter, che continuano ad annunciare date per il 2021 quando di evidenze che si tornerà alla normalità non ce ne sono, le poche e piccole cose a cui stiamo assistendo in queste settimane sono l’unico dato di realtà che al momento abbiamo recuperato. È poco? È tanto? È quello che c’è. Prendiamolo e cerchiamo di godercelo. 
Marco Parente e Paolo Benvegnù avrebbero dovuto suonare a Bassano del Grappa a maggio nell’ambito del loro Lettere dal mondo ma sappiamo purtroppo com’è andata. Lo recuperano ora, mentre nelle singole carriere dei due artisti sono sopraggiunte alcune novità: per Benvegnù l’uscita del nuovo Dell’odio dell’innocenza, che sta iniziando timidamente a portare in giro in queste settimane, per Parente il progetto Poe3 Is Not Dead, una trilogia sotto lo pseudonimo di Buly Pank, inaugurata proprio in questi giorni con l’uscita del disco-metraggio American Buffet

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Maestro Pellegrini: L’avventura solista tra Zen Circus e Conservatorio

I N T E R V I S T A


Articolo di Luca Franceschini 

Dagli esordi acerbi con i Walrus, passando attraverso le scarne ma significative pagine della storia del rock indipendente italiano scritte con i Criminal Jokers, la band da cui ha poi avuto origine la carriera solista di Francesco Motta, fino ad approdare alla grande vicenda degli Zen Circus, con cui suona dal 2017 e assieme ai quali ha vissuto anche un Sanremo, quello dello scorso anno. Prima, durante e dopo, c’è un percorso da musicista classico, con gli studi di fagotto al Conservatorio, sulla scia di una famiglia che ha fatto della musica la propria vocazione (il padre Andrea Pellegrini è un importante pianista Jazz), Francesco Pellegrini, detto simpaticamente “Maestro” proprio per via del suo percorso accademico, è approdato anche lui all’esordio da solista. Uno sbocco quasi obbligato, per un artista che, pur sempre al servizio degli altri, non ha mai nascosto la passione per la scrittura ed il desiderio di mettersi alla prova in un progetto che fosse tutto suo.

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Colapesce Dimartino: Quasi come una band

I N T E R V I S T A


Articolo di Luca Franceschini 

Facile dire che sia la Sicilia, il comune denominatore di questo progetto. Colapesce e Dimartino vengono da lì, sebbene originari di due province diverse (Siracusa il primo, Palermo il secondo), l’immaginario dei testi guarda tantissimo da quella parte, giocando con la geografia, il folklore e i personaggi celebri ad evocare un universo senza tempo, nonostante poi si parli anche parecchio di contemporaneità. E poi c’è Carmen Consoli, che dopo Battiato è probabilmente il volto più importante di una scena musicale vasta e importante, anche se spesso si tende a dimenticarlo.
Al di là di ogni connotazione geografica e culturale però, “I mortali” è soprattutto uno dei dischi più belli che siano usciti in Italia negli ultimi anni. E non poteva che essere altrimenti, visto che lo hanno scritto due artisti che, oggi come oggi, hanno ben pochi rivali quando si parla di rapporto tra cantautorato e dimensione Pop. Erano arrivati probabilmente all’apice del loro percorso: “Infedele” di Colapesce è stato un disco importante, che ne ha messo in mostra le doti in misura di gran lunga superiore a prima mentre “Afrodite”, grazie anche al sodalizio con Matteo Cantaluppi, ha alzato notevolmente le quotazioni di Dimartino. Adesso i due hanno unito le forze per realizzare un lavoro che non è solo la somma ideale delle rispettive proposte ma vuole proporsi come un vero e proprio terzo soggetto, quasi come se partecipassero alla Line up di una band che si è appena formata. Il tour nei teatri che aspettavamo con impazienza non c’è stato ma prima o poi ci ritroveremo di nuovo e allora cantare insieme questo canzoni sarà davvero bellissimo. Nel frattempo abbiamo raggiunto al telefono Antonio e Lorenzo che, disponibilissimi, ci hanno svelato diversi aspetti di questo lavoro a quattro mani.

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Perturbazione: Il nostro film su amore e disamore – Intervista

I N T E R V I S T A


Articolo di Luca Franceschini 

Quattro anni fa il mondo della musica era completamente diverso. Lo streaming non era ancora dominante negli ascolti, il cd era in crisi ma esisteva ancora una qualche velleità di farne sopravvivere la funzione, i Thegiornalisti erano un gruppo Indie solo un po’ più famoso degli altri, la rivoluzione che un disco come “Mainstream” di Calcutta avrebbe innescato era appena agli inizi e il Rap italiano solamente un genere tra gli altri. Nel 2016 i Perturbazione erano nel pieno della svolta Pop, si era rotto il sodalizio con Gigi Giancursi ed Elena Diana, “Le storie che ci raccontiamo” proseguiva nella direzione di “Musica X” ma era di fatto il primo lavoro realizzato con una formazione rimaneggiata e il possibile inizio di un nuovo capitolo. Alla fine si è rivelato essere un semplice lavoro di passaggio, come lo stesso Tommaso Cerasuolo mi ha detto alla fine dell’intervista che state per leggere. Le soluzioni moderne in fase di produzione, con l’arruolamento di un fuoriclasse come Tommaso Colliva, il featuring con un allora nastro nascente come Ghemon, unitamente ad una scrittura ad alti livelli come sempre, non sono serviti a molto: probabilmente il pubblico non era disposto ad accettare i Perturbazione in quella veste, quell’abbandono dei toni agrodolci e delle bedroom songs a la Belle and Sebastian aveva scosso gli animi molto più del previsto. Fu un tour difficile: non molte date e complessivamente meno gente di prima, quando ancora in qualche modo si sfruttava l’onda lunga di Sanremo.

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Le Marina: Non vivo più a Londra – Intervista

I N T E R V I S T A


Articolo di Luca Franceschini – ph credit Daniele Colucciello

Probabilmente ogni tanto occorrerebbe mettere da parte un po’ di esterofilia e guardare le cose come stanno. Per carità, che l’Italia sia un paese per certi versi musicalmente arretrato, non è una novità. Che all’estero, specie in Inghilterra, in Germania o nei paesi scandinavi, ci sia una più larga base di pubblico e una generale predisposizione all’ascolto delle novità, è senza dubbio vero ma non bisogna generalizzare troppo. Ultimamente anche noi ci stiamo allargando molto, le radio e le televisioni cominciano a capire che Ligabue, Vasco Rossi, Pausini, Mengoni e compagnia, non sono per forza di cose gli unici a poter essere chiamati “artisti” e che c’è tutta una scena, non solo di sottobosco, che merita di essere scoperta. I concerti (quando ancora c’erano i concerti) sono frequentati, anche se una buona fetta di pubblico è ancora lì soprattutto per bere; insomma, qualcosa si muove, anche se forse una via che sia solamente nostra non l’abbiamo ancora trovata e siamo sempre troppo dipendenti dai modelli. Un passo alla volta e probabilmente arriveranno altri risultati.
Sia come sia, Marina è una che a Londra ci è stata davvero e ci è stata parecchio. Ha studiato musica, si è laureata, ha fatto partire un suo progetto musicale ma alla fine ha deciso di rientrare in Toscana, dove è nata e cresciuta. Il perché ce l’ha spiegato direttamente lei durante l’intervista che le abbiamo fatto in occasione dell’uscita di Libera, il suo Ep d’esordio, fuori per Wild Elsa, dopo una precedente collaborazione con The Sound of Everything UK, che aveva fruttato due brani. Un sound oscuro, frammentato, a tratti visionario, chiuso su se stesso ma dai cui brani emergono sprazzi di melodie che raccontano di una voglia grande di ricominciare, oltre che di una possibile rincorsa alle chart. Un progetto interessante, espresso con un curioso monicker che declina il suo nome al plurale: un omaggio al suo segno zodiacale, che è appunto i Gemelli, ma soprattutto il riconoscimento di una imprescindibile dualità, all’interno della sua personalità e della sua musica, che si sviluppa in un continuo dialogo con se stessa.
La cosa curiosa è che scopro della sua situazione presente proprio all’inizio di questa chiacchierata: le spiego di averla chiamata su WhatsApp poiché, avendo lei un numero inglese, il mio contratto telefonico non lo supporta e mi sento rispondere: “Tranquillo, in ogni caso a breve lo dovrò cambiare!”

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Lucio Leoni: Sto cercando un “noi”, non un “io”.

I N T E R V I S T A


Articolo di Luca Franceschini

Il ritorno di Lucio Leoni è una bella notizia, soprattutto per coloro che trovano l’attuale scena italiana un po’ troppo affollata di proposte ripetitive. L’artista romano ha sin dall’inizio della sua carriera solista, cinque anni fa, dimostrato di avere parecchie frecce al proprio arco. In bilico tra vocazione teatrale (i suoi studi nel campo dello spettacolo e i suoi trascorsi amatoriali in questo settore non mentono) e suggestioni musicali che vanno dall’Hip Pop all’Elettronica, ha saputo muoversi con disinvoltura su vari terreni, producendo canzoni che avevano sia la potenza di una vera band, sia l’impianto narrativo e tematico di uno storyteller navigato. È uno che non dice banalità, Lucio. Lo ha dimostrato potentemente col precedente Il lupo cattivo, dove giocava a decostruire e a reinventare gli archetipi della fiaba, senza per questo perdere la via dell’immediatezza, sia linguistica che melodica.
Dove sei pt. 1, il suo terzo disco, alza notevolmente l’asticella, migliorando nel songwriting, incorporando influenze cantautorali che in parte mancavano e coinvolgendo ospiti prestigiosi, il tutto senza rinunciare all’intelligenza e all’acume delle riflessioni.
Insomma, di carne al fuoco ce n’è parecchia, l’ideale per un periodo storico in cui, più che essere tranquillizzati, abbiamo bisogno di essere continuamente stimolati e provocati. Abbiamo chiamato Lucio al telefono e ci siamo fatti raccontare un bel po’ di cose…

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Alessandro Rocca: Cronache dal pozzo della vita

I N T E R V I S T A


Articolo di Luca Franceschini

Non so come ricorderemo questo particolare periodo di tempo quando finirà ma di sicuro adesso la sensazione prevalente è lo straniamento. Se da una parte è giusto non indulgere troppo nel ricamare la tragicità del quadro (perché al netto dei morti e della situazione oggettivamente difficile di alcune province, in passato abbiamo vissuto ben di peggio), dall’altra è innegabile che essere strappati alla nostra quotidianità per essere proiettati in una prospettiva di incertezza economica e sociale, con poche speranze di una ripartenza a breve termine, è un’esperienza facilmente destabilizzante. Forse ancora di più per noi, figli di un benessere e di una comodità che neppure l’ondata brutale del terrorismo islamico ha saputo mettere davvero in discussione, abituati sempre come siamo a guardare le tragedie da lontano, come fossero una cosa che non ci riguardasse.
Adesso che un’emergenza la stiamo vivendo anche noi, adesso che siamo in qualche modo costretti a ripeterci che cosa c’è di veramente importante nelle nostre vite, un disco come quello di Alessandro Rocca potrebbe aiutarci a fare chiarezza. In primo luogo perché non è allineato alla schiera (pur valida, in certi casi) dei nuovi artisti da cameretta tutti hashtag e social network, spesso autoreferenziali anche nel racconto delle proprie ansie e paranoie. Al contrario, Alessandro ha trovato un modo per parlare di sé che suoni veramente diretto e accessibile a tutti, intimo e personale ma allo stesso tempo ostinato e chirurgico come solo la vera realtà sa essere. Oddio, probabilmente chi ha meno di trent’anni farà un po’ fatica ad entrare dentro un linguaggio così inesorabile e a tratti spigoloso, declinato all’interno di una proposta musicale che, per quanto melodicamente appetibile, non è esattamente la cosa più immediata della terra.
E poi c’è il fatto che “Transiti” ti sbatte la vita in faccia senza troppi compromessi, ti avvisa che crescere è un’avventura affascinante ma anche faticosa, che ci sono battute d’arresto, che si perdono affetti per strada, che alla fine si muore e che non è poi così scontato che si venga ricordati.
Un disco per pochi, forse ma allo stesso tempo un disco per chiunque ami confrontarsi davvero con l’arte, che per la sua stessa essenza non potrà mai essere davvero accomodante.
Detto molto brevemente, Transiti è per il momento il mio disco italiano dell’anno. Poi c’è pure il fatto che Alessandro è di Varese, città nella quale sono nato e cresciuto e che ho ancora profondamente nel cuore, nonostante l’abbia mollata definitivamente subito dopo il liceo. E Varese, per chi ama la musica, è stata teatro di una scena di primissimo livello, che ruotava accanto a La Sauna di Andrea Cajelli, alla Ghost Records e al Twiggy, in un intreccio di produttori, discografici e musicisti che per anni ha prodotto dischi di altissimo livello e la cui creatività non si è al momento ancora esaurita.
Con tutte queste premesse, Alessandro dovevo intervistarlo per forza. E così, in un pomeriggio di questa lunga quarantena, ci siamo sentiti al telefono ed abbiamo approfondito un po’ i contenuti di questo lavoro sorprendente…

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Pearl Jam – Gigaton (Monkeywrench Records, 2020)

R E C E N S I O N E


Articolo di Luca Franceschini

A sentire Josh Evans, che lavora col gruppo dal 2008 e che ha co-prodotto il disco assieme alla band, la regola che i cinque si sono dati per queste nuove canzoni è stata “nessuna regola”: sperimentare tutte le idee che potessero venire fuori, sovraincidere, assemblare le varie parti, far sembrare elettronica una batteria che invece è suonata totalmente in modo tradizionale (è il caso di “Dance of the Clairvoyants”), inserire piccoli loop elettronici e chitarre a dodici corde suonate da Matt Cameron (“Alright”). Tutto questo lo ha raccontato al sempre ottimo Claudio Todesco, un’autorità quando si parla di Pearl Jam e le parole di colui che per la prima volta dopo diverso tempo ha sostituito in studio Brendan O’ Brien (anche questa una novità, in effetti) ci riportano uno scenario quasi idilliaco, dove la band ha lavorato in tutta calma (ci hanno messo quasi tre anni, tra una cosa e l’altra), quasi mai assieme (ma gli anni passano e non si può certo pretendere da degli over 50 lo stesso atteggiamento cameratesco ed entusiasta che avevano agli esordi) e con la seria intenzione di realizzare qualcosa di memorabile.

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