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Luca Franceschini

Pearl Jam – Gigaton (Monkeywrench Records, 2020)

R E C E N S I O N E


Articolo di Luca Franceschini

A sentire Josh Evans, che lavora col gruppo dal 2008 e che ha co-prodotto il disco assieme alla band, la regola che i cinque si sono dati per queste nuove canzoni è stata “nessuna regola”: sperimentare tutte le idee che potessero venire fuori, sovraincidere, assemblare le varie parti, far sembrare elettronica una batteria che invece è suonata totalmente in modo tradizionale (è il caso di “Dance of the Clairvoyants”), inserire piccoli loop elettronici e chitarre a dodici corde suonate da Matt Cameron (“Alright”). Tutto questo lo ha raccontato al sempre ottimo Claudio Todesco, un’autorità quando si parla di Pearl Jam e le parole di colui che per la prima volta dopo diverso tempo ha sostituito in studio Brendan O’ Brien (anche questa una novità, in effetti) ci riportano uno scenario quasi idilliaco, dove la band ha lavorato in tutta calma (ci hanno messo quasi tre anni, tra una cosa e l’altra), quasi mai assieme (ma gli anni passano e non si può certo pretendere da degli over 50 lo stesso atteggiamento cameratesco ed entusiasta che avevano agli esordi) e con la seria intenzione di realizzare qualcosa di memorabile.

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Morrissey – I Am Not A Dog On A Chain (Bmg, 2020)

R E C E N S I O N E


Articolo di Luca Franceschini

Non calcolo mai neppure di striscio tutti coloro che ci ammorbano con paternali stucchevoli sulle presunte opinioni politiche di Morrissey. Il soggetto in questione è sempre stato scomodo, sia come essere umano, sia come personaggio. Però chissà perché quando augurava alla Thatcher di essere ghigliottinata raccoglieva quantità indescrivibili di elogi, mentre ora che manifesta sostegno a Nigel Farage e al suo Ukip, viene considerato alla stregua di un genio del male. Stessa cosa per quanto riguarda il suo veganismo oltranzista (iniziato peraltro molto prima che divenisse una moda ammantata di neopaganesimo) che, al di là di divertenti prese in giro, ha sempre raccolto il rispetto e la stima dell’opinione pubblica. 
Perché diciamolo chiaramente: nel XXI secolo ci sono cose che si possono dire e altre no. Chi pensa che viviamo in un’epoca di libera opinione si sbaglia di grosso. Fascismo e razzismo, in particolare, sono due concetti talmente abusati che forse, per non essere accusati dell’uno o dell’altro, bisognerebbe semplicemente fingere di essere morti. 
Tutto questo per chiarire che al sottoscritto, delle opinioni di Morrissey non frega assolutamente nulla. Che poi basterebbe un brano non certo recente come “Bengali in Platforms” per capire che su certe cose ci ha sempre giocato. E men che meno mi interessa del suo orientamento sessuale, altro oggetto di dibattiti e speculazioni da almeno tre decenni (peraltro alimentate in modo perfido e geniale dal diretto interessato) o dei suoi gusti alimentari. 

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Paolo Benvegnù: Come Don Chisciotte e Sancho Panza

I N T E R V I S T A


Articolo di Luca Franceschini

“Ma non è fantastico che gli uomini non riescano a controllarla, questa cosa? Ovviamente mi dispiace per le vittime, però un po’ sono contento che finalmente stiamo capendo che non si può controllare nulla! La vita in fondo è questo, no? Non mi ricordo un panico del genere dai tempi dell’Austerity!”. Il caos da Coronavirus è ormai giunto alla fine della sua prima settimana, l’incertezza sulla ripresa della normalità e quindi anche dei nostri tanto amati concerti è ancora una costante ed è inevitabile che, quando lo raggiungo al telefono nel primo pomeriggio, le prime battute che ci scambiamo siano dedicate alla particolare situazione che stiamo vivendo. E se è vero che, come tutti i grandi narratori delle pestilenze del passato, da Tucidide a Manzoni, passando per Boccaccio e per il meno conosciuto Procopio di Cesarea, le condizioni estreme rivelano ciò che ogni uomo, nel suo piccolo, è e desidera veramente, allora anche questo nuovo disco di Paolo Benvegnù può configurarsi come una sorta di profezia dell’umano che verrà. Dell’odio dell’innocenza è il sesto capitolo della discografia solista dell’ex Scisma ma, come ci ha tenuto a precisare lui stesso, di fatto si tratta di un unico percorso, portato avanti senza soluzione di continuità nel corso del tempo. Arrivato a tre anni da H3+, che chiudeva un’ideale trilogia iniziata con Hermann (2011) e proseguita con Earth Hotel (2014), questo nuovo lavoro prosegue quella ricerca incessante del bello e del vero che l’artista milanese, da tempo trapiantato in Umbria, porta avanti orgogliosamente, senza troppo preoccuparsi di quante persone riuscirà effettivamente a raggiungere. Un disco che, come tutti gli altri, chiede tempo per essere compreso e meditato. Un disco che parla ancora una volta di uomini, in bilico tra la commozione per i moti grandi dell’animo e la rabbia per le bassezze e le atrocità che riescono a commettere. E siccome non stiamo parlando di un artista comune, anche questa volta intervistarlo è stata un’esperienza arricchente. 

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submeet – Musica per aeroporti

I N T E R V I S T A


Articolo di Luca Franceschini

Non sono mai stato convinto che la musica debba obbligatoriamente avere una mossa politica perché in fin dei conti un artista, con la propria arte, ci fa quello che vuole. Ma che un artista debba essere sincero ed esprimere ciò che gli sta a cuore, ciò che sente come urgente in quel determinato momento, questo sì. Per cui ben venga anche la politica, nella misura in cui non si appiattisca in una sterile battaglia ideologica ma nasca da un serio confronto con la realtà. I mantovani submeet, da questo punto di vista, sono una band politica, esattamente come lo sono gli Algiers, gli Idles o gli Sleaford Mods. Stanno cercando di dire la loro sul mondo che hanno di fronte, sulla realtà in cui si trovano immersi, con la convinzione che scrivere canzoni, inciderle su un disco e portarle sul palco, non costituisca il rimedio ai problemi ma possa comunque contribuire a portare un po’ più di chiarezza e di positività alle persone. Pazienza se poi i temi trattati non sono proprio così allegri e se il loro sguardo sulle cose non è poi così ottimistico. Credono in quello che fanno e lo fanno bene, questo è abbastanza.
Aggiungiamo che suonano un genere sempre attuale e sempre in voga, potenzialmente inesauribile e aperto ad infiniti prestiti e suggestioni. Si parte dal grande calderone del Post Punk, mescolandolo col Noise, con l’Industrial, in un affresco a tinte scure e dalle forme contorte, dove Preoccupations, A Place To Bury Strangers e Girl Band convivono in un disco monolitico, che non lascia spazi per rilassarsi e che, allo stesso tempo, ci mette davanti alle nostre ossessioni e paure. “Terminal” è il loro primo disco, parla di aeroporti e questa è una band potenzialmente in grado di diventare grande. Ne abbiamo parlato con Andrea Zanini (voce e basso), Andrea Guardagbashaw (chitarra e voce) e Jacopo Rossi (batteria).

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Non Voglio Che Clara – Ognuno fa la musica che gli viene meglio

I N T E R V I S T A


Articolo di Luca Franceschini

In fin dei conti non è cambiato nulla. Quelli che si lamentano della scomparsa dell’Indie italiano, della sua perdita di visibilità, dell’irrompere di alcuni artisti nel mondo del Mainstream, dell’ondata Hip Pop e Trap che avrebbe monopolizzato il mercato e spento ogni scintilla creativa, dovrebbero forse iniziare a guardare le cose da una prospettiva diversa. Certo, ci sono stati anni in cui i Non voglio che Clara erano headliner al Mi Ami (alla Collinetta, certo, ma pur sempre headliner) mentre probabilmente, se venissero chiamati oggi, suonerebbero alle cinque del pomeriggio. Ok, va bene, ma che numeri avevano all’epoca? Siamo proprio sicuri che Thegiornalisti, Calcutta, Ghali e compagnia bella abbiano davvero ucciso l’Indie, come da più parti si sente in giro? Non credo proprio. Sono convinto piuttosto che sia cambiato il mondo del Mainstream: c’è stato un ricambio generazionale, i giovani stanno veicolando la loro identità nell’ascolto di tutta una serie di nomi, che si esprimono in un linguaggio molto diverso sia da chi dominava le classifiche fino a qualche anno fa, sia dai vecchi idoli trasandati di un’intera generazione di universitari fighetti e un po’ hipster (a proposito, esistono ancora gli hipster? Chiedo lumi a chi ne capisce). Allo stesso tempo però, ciò che ci si illudeva fosse patrimonio dei più, era già all’epoca riservato ad una minoranza eletta, seppure, nella nostra percezione, i numeri fossero più consistenti.
E quindi cosa succederà, ora che i Non voglio che Clara, che di quella bellissima stagione furono uno dei frutti più saporiti, sono tornati con un nuovo disco? Impossibile e anche piuttosto inutile dirlo. Un paio di lezioni però, ce le stanno insegnando: la prima è che non si è per nulla obbligati a dover fare uscire un disco, se non si ha nulla da dire. Sono passati sei anni (quattro, se contiamo la ristampa di “Hotel Tivoli” col relativo tour) ma non ce ne dovremmo scandalizzare troppo, fa parte del ciclo naturale della vita: quando si è pronti, si esce. La seconda cosa è che una band in giro da tanto tempo, che ha in qualche modo fatto scuola con sua proposta, può anche sentirsela di non dover soddisfare per forza di cose le aspettative del pubblico. Suonavano Lo Fi, i Non voglio che Clara e suonavano anche piuttosto depressi, a tratti in modo esagerato. Adesso registrano un album che si chiama Superspleen e che già nel titolo gioca con la citazione baudeleriana, trasformandola in un giocattolo che sa di autoironia e di lucentezza Pop. Il tutto mentre aprono le melodie, illuminano le atmosfere e confezionano una decina di canzoni che sembrano fatte apposta per traghettarli nel presente, rimanendo tuttavia fedeli alle vecchie radici. Non sono più loro e allo stesso tempo sono ancora loro, una parziale mutazione genetica che, da qualunque parte la vogliamo prendere, ci ha regalato uno degli album più belli usciti finora in Italia. Abbiamo raggiunto al telefono Fabio De Min, voce ed autore principale del quartetto.

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Siberia @ Circolo Ohibò, Milano – 19 febbraio 2020

L I V E – R E P O R T


Articolo di Luca Franceschini, immagini sonore di Silvia Violante Rouge

Quello di Milano era il secondo concerto del tour dopo la partenza nella loro Livorno, escludendo l’apertura per Gazzelle a Firenze del mese scorso. L’attesa era tanta, soprattutto per capire come i brani di Tutti amiamo senza fine si sarebbero incastrati nel vecchio repertorio. La “svolta Pop” (che poi non è proprio una svolta ma concedeteci etichette rapide) aveva forse un po’ deluso i fan della prima ora ma in verità, a guardarla in maniera complessiva, non era stata poi così traumatica: i Siberia hanno sempre avuto la melodia nel loro dna, hanno sempre amato scrivere canzoni ammiccanti, per cui un inno come “Nuovo Pop italiano” non deve per forza essere letto in maniera polemica o satirica. Detto questo, quando arrivo sul posto c’è una certa fila per entrare e ora dell’inizio del concerto l’Ohibò risulterà pieno zeppo. Splendida notizia, visto che stiamo parlando di un’affluenza doppia rispetto all’ultima volta che hanno suonato qui due anni fa, per promuovere “Si vuole scappare”. Segno di un gruppo in ascesa, che ci auguriamo conquisti platee sempre più vaste.

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Lowinsky: ci siamo ritrovati e siamo contenti, non importa se la gente ci ascolterà

I N T E R V I S T A


Articolo di Luca Franceschini

Almè è un piccolo paese del bergamasco, non lontano dal capoluogo e denso di reminiscenze romane di cui oggi si sono dimenticati in tanti, soprattutto gli abitanti del luogo. Me lo racconta la stessa band, mentre ceniamo con kebab e birra nella sala prove-studio di registrazione dove da qualche tempo sono di casa. La loro è una storia travagliata, fatta di battute di arresto, di continui e repentini cambi di line up ma anche di decise ripartenze ed entusiasmo contagioso. Ed è soprattutto una bella storia di amicizia: la cosa sorprendente, sin dai tempi dei Daisy Chains, è che attorno a Carlo Pinchetti, creatore e songwriter dei Lowinsky, gravita un folto gruppo di persone, unite dalla passione per la musica e dalla condivisione di gran parte della vita, comprese le cose importanti. A dover disegnare l’albero genealogico di tutti i progetti che li hanno visti coinvolti, unitamente a tutte le loro formazioni, verrebbe fuori un diagramma articolato e frastagliato che però (ed è questo il bello) dice molto di più dell’intensità del loro legame, piuttosto che di una discontinuità dell’attività musicale che rimane comunque innegabile.
Esce ora Oggetti smarriti, il primo album dei Lowinsky, il loro secondo lavoro dopo l’Ep di quattro pezzi del 2017. Il 22 febbraio lo presenteranno nella loro Bergamo, in quell’Edoné in cui sono di casa, dove per anni hanno anche curato la programmazione artistica. Sono qui per intervistarli ma anche per vederli suonare, dato che sono nel pieno della preparazione di quello che sarà a tutti gli effetti il primo live con questa nuova formazione a tre. Non racconto com’è andata perché non voglio rovinare la sorpresa a chi andrà a vederli, anche se posso assicurarvi che sono in forma e hanno voglia di spaccare tutto.
Questa invece è la chiacchierata che abbiamo fatto poco prima che imbracciassero gli strumenti.

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Nostromo @ Circolo Ohibò, Milano – 1 febbraio 2020 [Opening Le Colonne]

L I V E – R E P O R T


Articolo di Luca Franceschini, immagini sonore di Silvia Violante Rouge

“Minuetto”, l’esordio di Nostromo, ci aveva colpito positivamente e ancora di più lo aveva fatto il suo autore, quando ne avevamo visto presentare le canzoni in una semplice veste acustica. Stasera è la prima data milanese in supporto dell’album e la curiosità è tanta. BPM Concerti, che ha prodotto il tour e Sony, che si sta occupando della distribuzione del disco, sono due chiare indicazioni che sul ragazzo (al secolo Nicolò Santarelli) si vuole investire e, aggiungo io, l’intuizione è positiva, visto che i numeri non gli mancano.

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Il triangolo: Adesso abbiamo quattro lati

I N T E R V I S T A


Articolo di Luca Franceschini

C’è uno strano destino, nel fatto che “Nella testa”, primo singolo e video de Il triangolo dal 2014, sia arrivato proprio nello stesso giorno in cui mi chiedevo che fine avessero mai fatto. Un’America, il loro secondo disco, li aveva confermati come una delle band più interessanti del momento, capaci di riprendere la tradizione del Beat anglosassone e di rileggerlo in chiave “Indie”, con occhio sempre attento al tiro e alla melodia dei brani. Cinque anni sono tanti, ancora di più nell’epoca dei Social, dove tutto sta accelerando all’inverosimile e pare che si debba avere sempre qualcosa di nuovo con cui far parlare di sé. Marco Ulcigrai e Thomas Paganini sono rimasti indifferenti di fronte a questa frenetica accelerazione; si sono presi il loro tempo e se ne sono venuti fuori con Faccio un cinema, nove canzoni per una mezz’oretta scarsa di musica, dove si ritrovano tutti gli ingredienti che ci hanno fatto amare alla follia questo gruppo durante i loro anni d’oro. Nell’attesa di capire se riusciranno a riprendersi il posto che spetta loro, abbiamo fatto quattro chiacchiere con Marco, che della band è cantante, paroliere e compositore principale, per farci raccontare qualcosa in più di questo terzo, riuscitissimo lavoro.

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