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Luca Franceschini

Nicolò Carnesi “Ho bisogno di dirti domani”: viaggio nel tempo tra Palermo e Milano

I N T E R V I S T A


Articolo di Luca Franceschini

“Che cos’è il tempo? Se nessuno me lo chiede, lo so bene: ma se volessi darne spiegazione a chi me ne chiede, non lo so”. Inizia così la celebre riflessione di Agostino, che ne “Le confessioni” prova a dare ragione di un tema tanto scontato quanto controverso. Non so se Nicolò Carnesi abbia mai letto il filosofo di Ippona ma di sicuro ne ha, almeno indirettamente, raccolto la provocazione. Ho bisogno di dirti domani, sua quarta fatica in studio, riflette infatti sul tema del tempo, scomponendone le tre dimensioni, passato, presente e futuro, nel tentativo di trovare una qualche verità, un punto fermo per uscire dall’impasse nella quale sembriamo, come consorzio umano, essere sprofondati negli ultimi anni. Un disco snello, agile, che si discosta dalle sperimentazioni e da una certa prolissità che si poteva intravedere nel precedente Bellissima noia e approda ad una dimensione che gli è in qualche modo più consona, più vicina alle sonorità di Una galassia nell’armadio, al momento il suo lavoro più rappresentativo.
Un disco, questo suo ultimo, solo apparentemente semplice, però: perché dietro alle melodie di facile presa e ad un lavoro magnifico di Synth e chitarre, mai così in simbiosi come adesso, si nasconde una malinconia non ben definita e un senso di precarietà dell’esistenza da cui si prova ad uscire provando appunto a recuperare un senso unitario delle dimensioni temporali nelle quali siamo costantemente immersi. Che il tentativo abbia successo o meno, “Ho bisogno di dirti domani” è un disco bellissimo, tra i migliori usciti quest’anno in Italia, cosa che non fa che accrescere la domanda sul come mai al cantautore palermitano non sia ancora stato riconosciuto lo status che meriterebbe. Nell’attesa di risposte, lo abbiamo chiamato per telefono per farci raccontare qualcosa di più del disco e della sua personale visione dell’esistenza.

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Cristiano Lo Mele – La Passione di Anna Magnani (Ala bianca, 2019)

R E C E N S I O N E


Articolo di Luca Franceschini

I Perturbazione ci mancano tantissimo ma per fortuna stanno per tornare. Nell’attesa, potrebbe essere utile dare un ascolto a questo disco: certo, gli amanti della band di Rivoli non vi troveranno le stesse sonorità ma vale comunque la pena lasciarsi incuriosire. Cristiano Lo Mele, che dopo la dipartita di Gigi Giancursi è rimasto l’unico nel gruppo deputato a questo ruolo, ha realizzato quello che lui stesso ha definito il suo “esordio da solista”. L’occasione è delle più singolari: l’uscita de La passione di Anna Magnani, documentario di Enrico Cerasuolo, di cui Cristiano ha scritto la colonna sonora.
I più attenti si ricorderanno bene del regista: Enrico, oltre ad essere il fratello di Tommaso, cantante e paroliere dei Perturbazione, è anche colui che sedeva dietro la macchina da presa quando girarono il loro primo video, Il senso della vite (che appartiene anche al loro periodo più fortunato).


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Mòn @ Circolo Ohibò, Milano – 19 ottobre 2019 [opening Yet To Come]

L I V E – R E P O R T


Articolo di Luca Franceschini, immagini sonore di Silvia Violante Rouge

Dopo aver sentito i Mòn dal vivo niente vi sembrerà più lo stesso. La band romana è già da un paio d’anni una realtà consolidata nella nostra penisola, nel senso che già col loro esordio Zama, datato 2017, aveva fatto parlare di sé in termini più che positivi. 
A gennaio è uscito Guadalupe, che ha mostrato notevoli passi avanti, soprattutto dal punto di vista delle influenze e dello spettro sonoro decisamente allargato. Una scrittura di altissimo livello, che prende gruppi come Daughter e Beach House come punti di partenza ma poi si allarga notevolmente ad abbracciare numerosi territori, dal Jazz al Progressive, dal Folk ad un più lineare Synth Pop, passando per ritmi tribali e caraibici. Due dischi splendidi, pieni zeppi di brani ben costruiti e intrisi di personalità. Fin qui è già tanto, per carità, ma lo stacco con quello che sono capaci di fare dal vivo è assolutamente strabiliante e nulla avrebbe potuto farlo presagire. 

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Marlene Kuntz @ Live Music Club – Trezzo sull’Adda (Mi), 18 ottobre 2019

L I V E – R E P O R T


Articolo di Luca Franceschini, immagini sonore di Andrea Furlan

30 anni di Marlene Kuntz, 20 anni di Ho ucciso paranoia, anniversari importanti che la band di Cuneo sta celebrando in vari modi: un doppio album che è un po’ best of e un po’ raccolta di cover e rarità, un’autobiografia tutta particolare di Cristiano Godano, che ha riletto tutta la storia della band a partire dalle canzoni dei primi tre dischi; e infine, ovviamente, un po’ di concerti in giro per l’Italia.

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King Gizzard & The Lizard Wizard @ Alcatraz, Milano – 15 ottobre 2019

L I V E – R E P O R T


Articolo di Luca Franceschini, immagini sonore di Ambrogio Brambilla

I King Gizzard & the Lizard Wizard sono una band fuori dal comune, direi che è un’affermazione banale ma assolutamente inevitabile. 
Al di là del nome che si sono scelti, che basterebbe da solo a farci parlare per mezz’ora, gli australiani si sono distinti anche dal punto di vista dell’amministrazione della propria carriera e dei propri contenuti musicali: non ci sono molti gruppi, in effetti, che hanno pubblicato 14 dischi in sette anni, cinque dei quali, tra l’altro, nel solo 2017. E non esiste altro gruppo in grado come loro di giocare coi generi e le etichette, stravolgendoli, indossando maschere ed incarnando di volta in volta la veste che è loro più congeniale. Che sia il Jazz di “Sketches of Brunswick East”, la psichedelia rarefatta e vagamente progressiva di “Gumboot Soup”, l’Heavy Metal di “Murder of the Universe” o ancora le bordate stoner di “Nonagon Infinity” o “Polygondwanaland”, ogni uscita di questi simpatici pazzoidi rappresenta un punto di vista unico, un lato differente della loro personalità. 

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Cheap Wine – Faces (Cheap Wine Records, 2019)

R E C E N S I O N E


Articolo di Luca Franceschini

I Cheap Wine, sono sicuro di averlo già scritto in passato, rappresentano un’autentica anomalia nel panorama musicale italiano. Da sempre legati a sonorità “americane” (che sia il Paisley Underground di scuola Dream Syndicate o l’epica chitarristica di mostri sacri come Neil Young e Tom Petty), in un paese che si è sempre mosso ben lontano da questa tendenza; da sempre estranei ad etichette, uffici stampa e qualunque altro discorso da music business, rigorosamente autoprodotti, rigorosamente in controllo di qualunque aspetto riguardante la propria musica, sono riusciti a festeggiare i vent’anni di carriera (nel 2017 con Dreams) senza mai rinunciare alla loro particolare visione e senza la benché minima flessione dal punto di vista artistico. Uniche due concessioni: l’approdo su Spotify (anche se le nuove uscite vengono rese disponibili sulla piattaforma solo diverso tempo dopo) e il ricorso al crowdfunding, grazie al quale hanno finanziato Dreams e il nuovissimo Faces.

cheap wine - photo andrea furlan

 

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Il faro: colonna sonora di un’estate conclusa

I N T E R V I S T A


Articolo di Luca Franceschini

Calabi, che nella vita di tutti i giorni si chiama Andrea, lo conoscevamo già ai tempi dei Plastic Made Sofa, anche se all’epoca la sua creatività era messa al servizio di un collettivo di musicisti e il genere che facevano era diverso, anche se non proprio così tanto. Oggi decide di andare da solo e di inserirsi in quella galassia It Pop che, al di là di tutti i rischi di omologazione e appiattimento, sta comunque donando alla musica del nostro paese una stagione d’oro che difficilmente dimenticheremo.
Mi è capitato di vederlo dal vivo vicino alla sua Bergamo, nell’ultima serata del Filagosto, una rassegna musicale totalmente gratuita che negli ultimi anni ha chiamato artisti di eccellenza assoluta. Io ero lì per Giorgio Poi, nel bill c’era anche Francesco De Leo ma prima si è esibito questo ragazzo magro e dai folti capelli neri, che sul momento non avevo collegato alla passata militanza in una band che comunque ho seguito troppo poco per potere operare qualunque tipo di collegamento.
Detto questo, la sua scrittura vivace ma non affettata, i suoi testi giocosi ma non cazzari, unitamente al pubblico che ha partecipato e cantato tutti i brani come se li conoscesse da una vita, mi hanno favorevolmente impressionato e mi hanno fatto capire che in quel breve set c’era qualcosa che meritava di essere guardato. Detto questo, ai primi di settembre è uscito “Il faro”, il suo nuovo singolo, che ha seguito, a pochi mesi di distanza, “Bella veramente”. In precedenza, sempre nell’anno in corso, c’era stato un Ep, “Il cielo in un caffè”, quattro canzoni che già da sole valevano a farsi un’idea della bontà di questo progetto. Lo abbiamo così raggiunto per telefono, per fare quattro chiacchiere e conoscerlo di più.

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Kettle of Kites: Tra Isaac Asimov e le stelle

I N T E R V I S T A


Articolo di Luca Franceschini

Sono passati quattro anni da Loan, il loro disco di debutto e tante cose sono cambiate, in casa Kettle of Kites: nuova formazione, una line up di quattro persone sparsa in giro per tre paesi, ma una voglia di fare musica rimasta pressoché intatta. Arrows, il loro nuovo disco, uscirà ad ottobre ma loro ne hanno già presentato un’ampia porzione a giugno, quando hanno suonato al Planetario di Milano, parte di una serata che ha unito musica e divulgazione scientifica in maniera del tutto inedita e interessante.
La nostra intervista avrebbe dovuto tenersi proprio a ridosso di quell’evento ma poi, complici impegni e problemi logistici, non ce l’abbiamo fatta fino alla fine dell’estate.
Poco male, perché in questo modo ho avuto la possibilità di ascoltate e metabolizzare al meglio Arrows, un lavoro che rappresenta un deciso passo in avanti nel cammino dei Kettle of Kites, sempre guidati dal cantante e chitarrista scozzese Tom Stearn, a cui si sono uniti il chitarrista Marco Giongrandi, il bassista Pietro Martinelli, mentre Riccardo Chiaberta rimane fisso alla batteria. Arrows è un lavoro impegnativo, che richiede tempo e pazienza per essere apprezzato a dovere ma che sa anche regalare molto a chi vi si accosti con il dovuto atteggiamento. È Folk ma allo stesso tempo sa ridefinire il genere, inserendo elementi non scontati all’interno delle sonorità di base e presentando strutture che si distaccano dalla forma canzone per andare ad abbracciare liquidità, continuo cambiamento, suggestioni di varia natura e provenienza.
Ne abbiamo parlato via Skype con Tom, Marco e Pietro, in una conference call rilassata e divertente, dove comunque non sono mancate tutte quelle informazioni necessarie per conoscere di più questa band.

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Canova @ Circolo Magnolia – Segrate (Mi), 7 settembre 2019

L I V E – R E P O R T


Articolo di Luca Franceschini, immagini sonore di Alessandro Pedale

Lo hanno annunciato solo il giorno prima sulla loro pagina Facebook che questi due concerti, a Milano e a Pisa, sarebbero stati gli ultimi, oltre che del tour, anche del bassista Federico Laidlaw, che ha deciso di abbandonare la band per ragioni personali. Un fulmine a ciel sereno per i fan (e anche per gli addetti ai lavori, visto che durante l’intervista che abbiamo fatto solo due giorni prima non se n’è parlato) e immagino anche un colpo non facile per un gruppo come il loro, insieme da più di dieci anni e abituato a condividere tutto, un gruppo di amici, prima ancora che una band.

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