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Luca Franceschini

Seville: si può ancora suonare Indie Rock in inglese

I N T E R V I S T A


Articolo di Luca Franceschini

Vengono da Padova, i Seville, un quartetto attivo dal 2016, composto da Federico Ruzza, Sebastiano Nalin, Matteo Santaterra e Michele Tedesco. Definire le loro influenze non è facilissimo ma per semplicità diremo che si muovono tra classicismo e modernità, tra un sound radicato nelle radici del folk rock americano e nella declinazione più aggiornata di quella stessa tradizione, portata avanti negli ultimi anni da grandi nomi come Black Keys e Tame Impala. A breve usciranno col disco d’esordio, anche se la data di pubblicazione non è stata ancora annunciata. Nel frattempo sono usciti tre singoli, che hanno messo in luce le buone capacità di scrittura del gruppo, la disinvoltura nel tirare fuori melodie snelle ma allo stesso tempo profonde e ammantate di cupezza esistenziale. Abbiamo fatto due chiacchiere col gruppo, per conoscerli meglio e cercare di capire che cosa ascolteremo quando il disco sarà disponibile nella sua interezza.

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Alex Cremonesi: Creare musica con altri mezzi

I N T E R V I S T A


Articolo di Luca Franceschini

Incontro Alex Cremonesi in un bar di Milano, durante un freddo e piovoso tardo pomeriggio di dicembre. Da sempre poco uso ai riflettori, preferisce lavorare dietro le quinte, da dove ha dato corpo non solo alle canzoni dei La Crus (suoi molti testi ma anche alcune delle idee legate alle musiche) ma anche a diversi progetti successivi, frutto dell’incontro proficuo tra il mondo musicale e quello dell’arte contemporanea (alcuni di questi saranno ripercorsi nella chiacchierata che seguirà, a me preme ricordare, tra quelli non citati, il suo lavoro nello splendido “Dna”, l’ultimo disco dei Deproducers). Autore di parole molto più che musicista ma, a suo modo, musicista anch’esso, se musica è non solo suonare uno strumento ma anche collezionare e assemblare suoni per creare qualcosa di nuovo a partire da elementi già concepiti da altri. La prosecuzione della poesia con altri mezzi, è forse la sua più grande opera, da questo punto di vista. Partire da una manciata di brevi testi poetici, ruotanti attorno al mondo della psicanalisi e a quello dell’estetica relazionale, per chiedere ad un numero vastissimo di cantanti e musicisti di dar vita a quelle parole in base alla propria ispirazione; dopodiché, assemblare il tutto facendo nascere una nuova creatura. Del risultato finale ve ne abbiamo già parlato qualche settimana fa. Qui, in questa lunga chiacchierata, Alex è entrato più nel dettaglio del processo creativo e ha spiegato che cosa ci sia di veramente “originale” in un’opera come questa. Che è soprattutto rivolta a chi avesse voglia di leggere la realtà al di fuori della prospettiva canonica.

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Amelie Tritesse: anche a Teramo esiste una scena musicale

I N T E R V I S T A


Articolo di Luca Franceschini

Ho conosciuto gli Amelie Tritesse per caso ed in maniera piuttosto curiosa: due mesi fa Rumore ha pubblicato una bella inchiesta sul giornalismo e sull’editoria musicale. Trovandomi in qualche modo da quella parte della barricata (anche se ovviamente in maniera totalmente approssimativa e dilettantistica) l’ho letto con piacere e ho poi scritto a Manuel Graziani, uno degli autori, per ringraziarlo e per offrirgli un paio di mie considerazioni sull’argomento. Tra una cosa e l’altra, è venuto fuori che suona e che ha un gruppo, gli Amelie Tritesse, appunto, con il quale ha pubblicato due dischi.
L’ascolto su Bandcamp del loro secondo lavoro Sangue di provincia mi ha davvero colpito: l’unione dello spoken word alle parti cantate e degli arpeggi di chitarra stranianti a fraseggi ed atmosfere al confine tra il Garage Punk e la New Wave, mi sono sembrate subito caratteristiche fuori dal comune, come se l’eccletismo dei Pere Ubu incontrasse la complessa costruzione di paesaggi sonori tipica dei Massimo Volume. Mi è venuta voglia di saperne di più e così ho chiamato Manuel al telefono e mi sono fatto raccontare un po’ di cose della sua band, dell’ultimo disco, della sua passione per la scrittura e dei prossimi progetti futuri. Chiacchierata interessante ed una band che, pur non facilissima come proposta, merita senza dubbio di essere ascoltata…

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Delmoro: viaggio nella Italo Disco

I N T E R V I S T A


Articolo di Luca Franceschini

Se Il primo viaggio, esordio discografico di Mattia Delmoro, ci aveva rivelato il talento compositivo dell’artista friulano, capace di muoversi tra Battisti, Dalla, Colapesce, in una rilettura originale della tradizione e con un utilizzo non banale delle parole, al servizio di un concept sui rapporti famigliari, il successivo ep Balìa ne ha certificato la mutazione genetica, con l’approdo ad un’Italo Disco colorata e accattivante, valorizzata dalla produzione di Matteo Cantaluppi. Livello qualitativo sempre altissimo, adesso si guarda più dalle parti di Alan Sorrenti, una virata che potrebbe risultare spiazzante ma che a conoscere bene i gusti musicali di Mattia, non sorprende poi più di tanto.
A questo si aggiunge l’incontro con i Tiger’s Resort, la band milanese dove alla chitarra milita l’ex Green Like July Marco Verna e che comprende anche Andrea Dissimile (72h, Leute, Nadar Solo) al basso e Stefano Rescaldani alle chitarre e alle percussioni; quest’estate lo hanno accompagnato nelle prime date dal vivo, donando al suo sound quella dinamicità e quella sfumatura Disco Funk che ancora gli mancava. Il live è anche il punto di partenza per questa nostra chiacchierata, che arriva all’indomani di Complesso, il suo nuovo singolo, che come lato B sfoggia una meravigliosa rilettura di Gli parlerò di te dei Righeira, con tanto di featuring di Johnson in persona. Sono andato all’Ohibò, per sentire le prove che la band al completo stava portando avanti in vista dei concerti invernali (partiti nel frattempo da Pordenone il 15 novembre, approderanno a Milano, proprio all’Ohibò, il 19 dicembre). È stata l’occasione per testare con mano l’affiatamento di questa formazione a quattro, che punta moltissimo sul binomio batteria/percussioni e che saprà certamente far muovere a dovere il pubblico.

Saranno date da non perdere. Nell’attesa, ci siamo detti più o meno quello che segue.

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Temples live @ Circolo Magnolia – 24 novembre 2019

L I V E – R E P O R T


Articolo di Luca Franceschini, immagini sonore di Alessandro Pedale

L’impressione finale al termine di questo concerto dei Temples è che non si capisce come mai, se i Tame Impala hanno raccolto così tanti consensi negli ultimi anni, la stessa cosa non sia ancora accaduta per loro. La band britannica ha pubblicato tre dischi bellissimi, l’ultimo dei quali, Hot Motion, ha amplificato ancora di più la componente Power Pop, pur all’interno del solito trademark stilistico figlio della psichedelia anni ’70, con spruzzate di Beatles e T. Rex.

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Siberia: Non volevamo condannarci ad essere poco rilevanti

I N T E R V I S T A


Articolo di Luca Franceschini

Potrebbe essere che in futuro Tutti amiamo senza fine, il terzo disco dei Siberia, venga considerato come “quello della svolta Pop”. In realtà il quartetto livornese, con questa etichetta ci ha sempre flirtato e non solo per l’inno, ironico sì ma anche un filino programmatico, Nuovo Pop italiano, traccia di punta del precedente Si vuole scappare. Dopo anni a battere i territori dell’immediatezza melodica, seppur declinati all’interno di un’appartenenza, volontaria e non, all’immaginario Wave e Post Punk che fa capo a mostri sacri come i Joy Division o a realtà più recenti come gli Editors, i Siberia hanno deciso di liberarsi del tutto da etichette che rischiavano di relegarli per sempre in una dimensione di scontatezza e prevedibilità.
Tutti amiamo senza fine, che arriva all’indomani di un prezioso sodalizio con la Sugar, a cui va ad affiancarsi il sempre solido rapporto con Maciste Dischi (la band è tra l’altro tra le primissime ad aver fatto ingresso nel roster dell’etichetta romana), farà probabilmente storcere il naso ai fan più oltranzisti ma la verità è che è l’album che potrebbe sdoganare finalmente il nome dei Siberia all’interno dei giri che contano. Ne abbiamo parlato con Eugenio Sournia (voce), Cristiano Sbolci Tortoli (basso), Luca Pascual Mele (batteria) e Matteo D’Angelo (chitarra), tentando idealmente di riprendere il discorso da dove l’avevamo lasciato l’ultima volta, circa un anno e mezzo fa.

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Alex Cremonesi – La prosecuzione della poesia con altri mezzi (Riff records, 2019)

R E C E N S I O N E


Articolo di Luca Franceschini

Alessandro o “Alex” Cremonesi non è mai stato un artista facilmente inquadrabile. Ha legato il suo nome principalmente all’operato dei La Crus, di cui ha scritto, insieme a Mauro Giovanardi, praticamente tutti i testi, influenzandone la poetica ma senza mai apparire in prima persona sul palco, essenziale e allo stesso tempo defilato.
Negli anni successivi allo scioglimento del gruppo si è impegnato in numerosi progetti, spesso e volentieri sperimentali e poco canonici, il più delle volte in compagnia di Lagash, lo pseudonimo con cui Luca Saporiti dei Marlene Kuntz firma i suoi molteplici lavori e collaborazioni al di fuori del gruppo.
La prosecuzione della poesia con altri mezzi è però una questione diversa, soprattutto perché è la prima volta, almeno da quel che mi è dato di ricordare, che il paroliere inscrive il proprio nome in copertina, per un progetto che seppur frutto di un’unica, enorme joint venture, è comunque roba sua.

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Nicolò Carnesi “Ho bisogno di dirti domani”: viaggio nel tempo tra Palermo e Milano

I N T E R V I S T A


Articolo di Luca Franceschini

“Che cos’è il tempo? Se nessuno me lo chiede, lo so bene: ma se volessi darne spiegazione a chi me ne chiede, non lo so”. Inizia così la celebre riflessione di Agostino, che ne “Le confessioni” prova a dare ragione di un tema tanto scontato quanto controverso. Non so se Nicolò Carnesi abbia mai letto il filosofo di Ippona ma di sicuro ne ha, almeno indirettamente, raccolto la provocazione. Ho bisogno di dirti domani, sua quarta fatica in studio, riflette infatti sul tema del tempo, scomponendone le tre dimensioni, passato, presente e futuro, nel tentativo di trovare una qualche verità, un punto fermo per uscire dall’impasse nella quale sembriamo, come consorzio umano, essere sprofondati negli ultimi anni. Un disco snello, agile, che si discosta dalle sperimentazioni e da una certa prolissità che si poteva intravedere nel precedente Bellissima noia e approda ad una dimensione che gli è in qualche modo più consona, più vicina alle sonorità di Una galassia nell’armadio, al momento il suo lavoro più rappresentativo.
Un disco, questo suo ultimo, solo apparentemente semplice, però: perché dietro alle melodie di facile presa e ad un lavoro magnifico di Synth e chitarre, mai così in simbiosi come adesso, si nasconde una malinconia non ben definita e un senso di precarietà dell’esistenza da cui si prova ad uscire provando appunto a recuperare un senso unitario delle dimensioni temporali nelle quali siamo costantemente immersi. Che il tentativo abbia successo o meno, “Ho bisogno di dirti domani” è un disco bellissimo, tra i migliori usciti quest’anno in Italia, cosa che non fa che accrescere la domanda sul come mai al cantautore palermitano non sia ancora stato riconosciuto lo status che meriterebbe. Nell’attesa di risposte, lo abbiamo chiamato per telefono per farci raccontare qualcosa di più del disco e della sua personale visione dell’esistenza.

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Cristiano Lo Mele – La Passione di Anna Magnani (Ala bianca, 2019)

R E C E N S I O N E


Articolo di Luca Franceschini

I Perturbazione ci mancano tantissimo ma per fortuna stanno per tornare. Nell’attesa, potrebbe essere utile dare un ascolto a questo disco: certo, gli amanti della band di Rivoli non vi troveranno le stesse sonorità ma vale comunque la pena lasciarsi incuriosire. Cristiano Lo Mele, che dopo la dipartita di Gigi Giancursi è rimasto l’unico nel gruppo deputato a questo ruolo, ha realizzato quello che lui stesso ha definito il suo “esordio da solista”. L’occasione è delle più singolari: l’uscita de La passione di Anna Magnani, documentario di Enrico Cerasuolo, di cui Cristiano ha scritto la colonna sonora.
I più attenti si ricorderanno bene del regista: Enrico, oltre ad essere il fratello di Tommaso, cantante e paroliere dei Perturbazione, è anche colui che sedeva dietro la macchina da presa quando girarono il loro primo video, Il senso della vite (che appartiene anche al loro periodo più fortunato).


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