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Luca Franceschini

Foals @ Fabrique, Milano – 16 maggio 2019

L I V E – R E P O R T


Articolo di Luca Franceschini, immagini sonore di Ambrogio Brambilla

Everything Not Saved Will Be Lost part 1, quinto disco della carriera dei Foals, è uscito un mese e mezzo fa e questa di Milano è l’unica data italiana, prima occasione di testare dal vivo le nuove canzoni in attesa di una possibile replica estiva e, soprattutto, della pubblicazione della seconda parte, attesa per l’autunno.
Per il momento siamo soddisfatti: la band inglese sembra tornata all’ispirazione fresca degli inizi, con un lavoro che recupera le coordinate stilistiche dell’esordio Antidotes, mescolandole con l’immediatezza Pop di Inhaler.
Il Fabrique è pienissimo, molto vicino al sold out, come del resto già accaduto tre anni fa in occasione del tour precedente. Questo è un gruppo le cui quotazioni sono in costante ascesa e che soprattutto qui da noi ha sempre goduto di grande fortuna ma è anche curioso segnalare la presenza di numerosi stranieri: fosse gente in Erasmus, in vacanza o appositamente venuta per seguire il proprio gruppo preferito, resta il fatto che si è respirato un clima parecchio internazionale. .

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The National – I am easy to find (4AD, 2019)

R E C E N S I O N E


Articolo di Luca Franceschini

“It takes life to love life”. Non c’entra nulla ma per qualche strana ragione il corto di Mike Mills (non quello dei R.E.M. bensì un regista di stanza a Los Angeles) a cui questo disco si accompagna, mi ha fatto venire in mente l’ultimo verso di quella famosa poesia dell’Antologia di Spoon River, “Lucinda Matlock”, che tra parentesi è anche una delle poche a non essere ammantata di rabbia e cupa disperazione.
C’è una donna che nasce, cresce e muore, la storia di una vita piuttosto ordinaria, coi suoi alti e bassi, momenti bui e luminosi, tristi e allegri. Una vita, appunto. Senza dire nulla, senza discorsi, senza teorizzazioni. Eppure è abbastanza per far vedere che la vita, in sé, è una roba meravigliosa. Non so a voi ma a me proprio questa mancanza di un’idea di fondo esplicitata, questo fluire inarrestabile di eventi raccontati nella loro più pura quotidianità, ha messo davanti agli occhi ancora di più il nocciolo della questione: che la vita, appunto, è un dono bellissimo di cui dovremmo tutti essere grati.

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Bobby Joe Long’s Friendship Party: Semo davvero solo scemi?

I N T E R V I S T A


Articolo di Luca Franceschini

Arrivati al terzo e conclusivo capitolo della loro “trucilogia”, l’Oscura combo romana, come da sempre ama definirsi, ha prodotto forse il suo lavoro più completo e meglio confezionato. Molto si deve sicuramente al contratto con la storica Contempo Records, che si è accorta del valore del disco e ha cooptato la band all’interno della propria scuderia, permettendole un notevole salto di qualità a livello di strumenti di lavoro e di produzione. C’è però anche la crescita esponenziale del gruppo stesso, che ha mantenuto saldo il proprio marchio di fabbrica, fatto di recupero del linguaggio Wave unito a testi “recitati” dal sapore ironico e dissacrante. A questo si sono però aggiunte una inedita profondità musicale, che ha incorporato più ampie influenze e componenti stilistiche, ed uno sguardo sulla realtà che si è progressivamente allargato, partendo da Roma Est per approdare all’Italia e, con quest’ultimo disco, all’America, di cui ne vengono irrisi i luoghi comuni ma anche, più indirettamente, messi in evidenza i pregi. Tutto questo senza dimenticare la politica (il recupero che fanno della figura di Craxi andrebbe proposto nelle scuole), il calcio (dalla passione per la Roma all’odio dichiarato verso il tiki taka) e il mondo dei serial killer da cui peraltro prendono il nome (qui è la volta di Charles Starkweather).

Semo solo scemi è dunque l’ideale conclusione di quella che speriamo sia solo la prima fase di un percorso molto più lungo. Nel frattempo ce la siamo fatta raccontare da Henry Bowers, sempre più leader e portavoce di quello che è uno dei gruppi più interessanti della scena italiana. Non c’è più l’effetto sorpresa, è la terza volta che lo intervisto, ma è inutile dire che non si è ripetuto, offrendo nuovamente notevoli punti di riflessione sui più disparati argomenti.

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Cactus? + Pijamaparty @ Circolo Ohibò, Milano – 27 aprile 2019

L I V E – R E P O R T


Articolo di Luca Franceschini
immagini di Silvia Violante Rouge

Serata all’insegna del ritmo, festa comune delle chitarre e dei Synth, quella che si è vissuta questa sera al circolo Ohibò. Sono di scena due band esordienti, arrivate per strade diverse, più o meno contemporaneamente al disco di debutto, entrambe dedite a sonorità che si potrebbero definire “retrò” ma espresse attraverso formule senza dubbio efficaci. Non sappiamo come andrà a finire ma al di fuori dei circuiti mainstream, queste sono due proposte che ci sentiamo di consigliare.

Cactus?

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Virginiana Miller: Benvenuti nell’America irreale di McCoy

I N T E R V I S T A


Articolo di Luca Franceschini e immagini sonore di Andrea Furlan

“In questo camerino ci sono stati anche Kurt, Dave e Chris…”. Sono al Bloom di Mezzago assieme ai Virginiana Miller, siamo seduti nel piccolo stanzino che funge da backstage, le pareti interamente tappezzate di scritte e adesivi, testimonianza viva di trent’anni di amore per la musica dal vivo. Ci sono passati in tanti, da questo storico locale, ma è inevitabile che il primo pensiero vada ai Nirvana, che qui furono protagonisti di due concerti leggendari, uno nel 1989, ai tempi di “Bleach”, l’altro nel 1991, quando “Nevermind” era già uscito ma, almeno da noi, non aveva ancora fatto il botto. I presenti di quella sera non immaginavano certo di stare partecipando ad un qualcosa che ci saremmo ricordati per sempre e per noi che non c’eravamo, è piuttosto inevitabile lasciarsi andare al fascino eterno della storia… Solo per poco, però. Questa sera c’è da parlare di un disco, The Unreal McCoy, che segna il ritorno, dopo sei anni, di quella che è una delle band più importanti del panorama musicale italiano. Oggi i tempi sono cambiati, certe sonorità vengono liquidate come una faccenda per vecchi, come ironizza da tempo l’account Instagram di “Nonno Indie”. Il sestetto di Livorno non appare molto preoccupato da questi cambiamenti; semmai, ha risposto prendendo una decisione mica da ridere: si è messo a cantare in inglese. Proprio loro, che hanno in Simone Lenzi uno dei più grandi parolieri italiani e che sono stati tra i primissimi a far fare un passo avanti alla tradizione cantautorale di cui per troppo tempo siamo stati prigionieri. Col cambio di idioma è cambiata anche la musica, anche se non troppo: The Unreal McCoy è in parte un tributo alla tradizione stelle e strisce ma a conti fatti rimane un disco dei Virginiana Miller, fresco ed ispirato come era lecito aspettarsi. Ne abbiamo parlato con Simone Lenzi (voce), Daniele Catalucci (basso), Giulio Pomponi (tastiere) e Antonio Bardi (chitarra), qualche ora prima della data di Mezzago, la terza in assoluto di questo nuovo tour. Tra una battuta e l’altra (perché, da buoni toscani, le cazzate a raffica non sono mancate), siamo comunque riusciti a capire che la situazione della band è ottima e che questo ritorno potrebbe aprire una nuova fase decisamente molto interessante.

virginiana-miller-bloom-foto-di-andrea-furlan

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Gianluca Gozzi (TOdays Festival): Anche l’Italia ha il suo Primavera Sound?

I N T E R V I S T A


Articolo di Luca Franceschini

Parlare di eccellenza associata al TOdays ormai non è più una novità. Da qualche anno il festival torinese inanella programmi di grande qualità con nomi internazionali del calibro di PJ Harvey, Editors, Band of Horses, War on Drugs, Mogwai ad alternarsi nelle varie edizioni, in compagnia di artisti italiani di assoluto prestigio (solo l’anno scorso, per dire, abbiamo avuto gente come Colapesce, Cosmo e M¥SS KETA). Giunti al quinto appuntamento però, hanno davvero deciso di giocare in grande: dal 23 al 25 agosto, in diversi luoghi del capoluogo piemontese, poco conosciuti ma altamente suggestivi, si esibirà una selezione di band e artisti che mai, neppure nelle nostre più recondite fantasie, avremmo pensato di vedere negli stessi giorni. Impossibile nominarli tutti ma già accennare a Low, Spiritualized, Jarvis Cocker, Bob Mould, Cinematic Orchestra, Deerhunter, Johnny Marr, Hozier, Beirut mi sembra abbastanza per far capire che siamo di fronte a qualcosa di veramente grosso. Senza contare, tra l’altro, che all’appello mancano ancora diversi nomi, che verranno annunciati a breve…

Insomma, ci lamentiamo spesso dell’arretratezza italiana in fatto di musica, della difficoltà cronica a mettere in piedi un festival che possa anche solo lontanamente confrontarsi con quelli europei ma questa volta, forse, ci siamo: se l’Ypsigrock sta sempre di più diventando un punto di riferimento a sud, il TOdays lo sta facendo al nord. Per saperne di più abbiamo raggiunto al telefono il sempre disponibilissimo Gianluca Gozzi, che di tutta questa meraviglia è il principale ideatore. Ecco quel che è venuto fuori.

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Giorgio Poi, Clavdio, etc. @ Balena Festival, Porto antico, Genova – 28 aprile 2019

L I V E – R E P O R T


Articolo di Luca Franceschini

Partiamo dalle cose fondamentali: il Balena Festival merita di diventare un appuntamento fisso nell’ambito delle rassegne musicali del nostro paese. Nel cuore del Porto Vecchio di Genova, sotto ad una tensostruttura ideale per proteggersi dal mal tempo (e questa sera ne avevamo davvero bisogno!), artisti che si alternano su due palchi, un Main stage ed uno molto più piccolo situato dalla parte opposta, così da evitare lunghe e fastidiose pause, un servizio ristorazione efficiente ed un personale fatto di ragazzi appassionati, amichevoli e motivati. Se aggiungiamo un cast di livello assoluto, che per quattro sere ha visto alternarsi act quali Franco 126, La rappresentante di lista, Edda, Giorgio Poi, Tre allegri ragazzi morti e altri, possiamo farci un’idea piuttosto precisa del livello della questione.

Io ci sono andato venerdì, la sera in cui era Bomba Dischi l’assoluta protagonista, con due dei suoi artisti di punta, Giorgio Poi e Clavdio. Soprattutto il primo, che ha fatto un disco bellissimo e che dal vivo ha sempre centellinato un po’ le esibizioni, mi tentava davvero parecchio, anche per l’idea di poterlo vedere in un contesto più favorevole rispetto ad un Mi Ami che, se tutto andrà come deve andare, sarà sempre troppo affollato e dispersivo.

Giorgio Poi

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Megha: Adesso mi potete anche vedere in faccia

I N T E R V I S T A


Articolo di Luca Franceschini

Difficile orientarsi in mezzo al mare di uscite discografiche da cui siamo sommersi ogni venerdì (perché soprattutto da quando lo streaming è il mezzo principale per fruire la musica, le novità si concentrano in questo giorno della settimana). Ancora più arduo poi, è capire cosa vale e cosa no, nel momento in cui il tempo da dedicare ad ogni singolo nome diventa sempre più esiguo. Senza contare che, trovato il genere di successo, le coordinate stilistiche che possono più agevolmente garantire la risposta del pubblico, tutti vi si buttano a pesce (è successo così in ogni momento storico), con l’inconveniente di un panorama artistico sempre più uniformato. Oggi, almeno in Italia, da una parte abbiamo Trap e Hip Pop, dall’altra quella che da tempo gli addetti ai lavori chiamano It Pop, che è poi una versione più sfacciata e piaciona di quello che una volta era l’Indie. Passerà, probabilmente, ma al momento è questo che abbiamo. E sia chiaro che non ci va affatto male: fatti salvi i gusti e le sensibilità personali (che saranno sempre e per sempre insindacabili), ogni genere ha i suoi codici espressivi, attraverso cui esce un determinato prodotto. E il prodotto può essere buono o meno buono, sia chiaro; ma è un problema di contenuto, non di forme.

Megha, da questo punto di vista, appartiene a quelli che la ricetta la sanno preparare bene. È romano, incide per Asian Fake ed è prodotto da Frenetik & Orang3 (ha preso parte anche a ZEROSEI, esordio discografico del duo, uscito un paio di mesi fa), che al momento, quando si parla di certe sonorità, sono forse il meglio che ci sia sulla piazza.
Basterebbero questi elementi per renderci bendisposti verso Superquark, il suo primo disco, che arriva dopo quattro singoli di altissima qualità usciti negli ultimi due anni, che lo hanno subito fatto collocare tra gli artisti da tenere d’occhio nel prossimo futuro. Noi ne avevamo parlato in occasione del report del concerto dei Coma_Cose a Milano, lo scorso settembre. Adesso, con un bel po’ di materiale in più a disposizione, gli abbiamo telefonato e abbiamo ascoltato che cosa aveva da raccontarci…

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Malkovic: Adesso sappiamo dove andare (ma a Porta Venezia ci si perde comunque!)

I N T E R V I S T A


Articolo di Luca Franceschini

Avevamo parlato coi Malkovic a settembre: all’epoca di Buena Sosta, il loro secondo ep, era uscito da poco, avevano appena assorbito la botta di un cambio di line up pesante, di quelli per cui magari certi gruppi meno determinati decidono di sciogliersi. Loro non l’hanno fatto ed il risultato è Tempismo, esordio in formato full length e convincente prova di maturità e consapevolezza.
Il giorno dell’uscita lo hanno presentato all’Ohibò e ne ho approfittato per incontrare Giovanni Pedersini, cantante e chitarrista della formazione bresciana. Comodamente sistemati nel backstage, con una lattina di birra in mano ed una bella Playlist della loro etichetta Costello’s in sottofondo, abbiamo scambiato quattro chiacchiere sul disco e su come davvero rappresenti per loro un nuovo inizio.
Pochi minuti dopo li ho ammirati in azione, a più di due anni dall’ultima volta. Li ho trovati in ottima forma, con una resa sonora strepitosa ed una potenza dirompente, i nuovi brani in versione molto più elettrica ed esplosiva, ad integrarsi perfettamente con gli episodi più vecchi, tratti dai due ep. Un live bellissimo, arricchito anche da un nucleo di hard fan davvero esagitati, che si sono ammazzati di pogo per tutto il tempo (qualche santo deve aver vegliato sull’incolumità dei tre e della loro strumentazione, visto che, come è noto, nel locale non ci sono transenne a separare il palco dalla platea). Insomma, se volete avere una risposta sullo status del rock cosiddetto “alternativo” (sempre che questa parola esista ancora) compratevi Tempismo e andate a sentirli dal vivo: vi farete di sicuro un bel regalo…

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