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Luca Franceschini

Pollio @ Ride – Milano, 18 settembre 2020 [opening act Nove]

L I V E – R E P O R T


Articolo di Luca Franceschini

Gran bel posto il Ride. Ampio, accogliente, situato nella zona dell’ex mercato di Milano, oggi nel pieno centro della rinnovata vita notturna portata dalla riqualificazione dei Navigli. Se togliamo la difficoltà di raggiungerlo in macchina, alla fine è perfetto: palco e luci notevoli, area verde spaziosa che garantisce tutto il distanziamento di cui c’è bisogno per poter tornare ad organizzare qualcosa di decente.
Già, la musica sta lentamente ripartendo e anche se le limitazioni di cui sono oggetto i grandi eventi rimarranno presumibilmente a tempo indeterminato (tant’è che un futuro incentrato unicamente sui concerti in streaming sembra molto meno un incubo distopico rispetto a qualche mese fa), la scena del nostro paese, quella che non ha mai macinato grandi numeri, potrebbe utilizzare questo momento (si spera) di transizione per tornare a farsi vedere e fare quello che più ama fare.
Non è un caso, in effetti, che proprio quello di Fabrizio Pollio sia stato il mio primo live post lockdown. Era inizio luglio, al Parco Tittoni di Desio e non sembrava vero di essere di nuovo fuori casa a sentire musica dal vivo. Due mesi e diversi concerti dopo (tanti ma ovviamente non quanti avrei voluto) l’appuntamento è ancora con l’ex Io?Drama, in questa ottima cornice milanese.

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The Flaming Lips – American Head (Bella Union, 2020)

R E C E N S I O N E


Articolo di Luca Franceschini

Non credo lo si sottolinei mai abbastanza, che il primo disco dei Flaming Lips è uscito nel 1986. La band dell’Oklahoma ha esordito sul mercato quando gli Smiths esistevano ancora, quando il Grunge, l’ultima vera rivoluzione del rock, era molto di là da venire e quando etichette come New Wave, Dark, Gothic, New Romantic, Synth Pop raccontavano una realtà presente e in divenire, non erano ancora relegati nelle pagine delle retrospettive storiche. L’altra cosa sorprendente, quando ci si pensa (non so voi ma a me ha sempre colpito tantissimo) è che sono arrivati al successo più o meno planetario ben 13 anni dopo l’esordio, se dobbiamo considerare The Soft Bulletin come il momento in cui anche il resto del mondo ha scoperto la loro esistenza. Non sono poi molti gli act che hanno varcato la soglia del mainstream dopo una così lunga permanenza nei circuiti underground (il caso più clamoroso è forse quello dei R.E.M., che sono quasi loro coetanei ma sono esplosi dopo molti meno anni) e già solo per questo meriterebbero ampia considerazione.

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Gigi Giancursi e Carlo Pinchetti @ Ink – Bergamo, 5 settembre 2020

L I V E – R E P O R T


Articolo di Luca Franceschini

Normalmente ti viene da fare un disco se ti escono fuori le canzoni. Negli ultimi anni però la vita del musicista mi stava stretta, nel senso che mi sembrava si perdesse più tempo a propagandare se stessi piuttosto che a scrivere canzoni. Mi sono dato un po’ dello scemo da solo e Antonio Bardi dei Virginiana Miller una volta mi ha detto: “Ma tu sei un talebano!” che pensandoci è la definizione migliore per me!”. Di Gigi Giancursi non si avevano più notizie da qualche tempo. Nel 2017, a più di un anno dallo split coi Perturbazione aveva fatto uscire “Cronache dell’abbandono”, il primo vero lavoro da solista se si esclude il materiale pubblicato sotto il monicker di Linda & the Greenman. Come lui stesso ha detto, è stato pubblicato in sordina, “senza farlo troppo sapere in giro”, per usare le sue parole. Chi segue Offtopic e il sottoscritto probabilmente si ricorderà la recensione che avevo fatto all’epoca (potete rileggerla qui), e in effetti in quell’occasione era stato proprio lui a mandarcelo in anteprima, nel caso avessimo avuto voglia di recensirlo.
Era un bel disco ma non se ne fece molto: qualche data in giro (venne a Milano ma purtroppo non riuscii ad andarci) e poi più nulla, obbedendo alla regola secondo cui si parla quando se ne sente davvero l’urgenza, quando si ha davvero qualcosa di valido da dire. Dall’anno scorso, comunque, lo si può trovare anche in streaming: “L’ho pubblicato su Spotify e sulle varie piattaforme perché mi sarebbe sembrato un suicidio non farlo! Ma non rinnego nulla di quel che ho fatto: avevo bisogno di seguire il mio percorso, a prescindere dal fatto che fosse una cosa giusta o sbagliata, serviva a me, per una volta volevo che fosse solo la musica a parlare e non tutto quello che le sta attorno. Questa cosa ha avuto anche dei lati positivi perché mi ha obbligato a scrivere a tutti quelli che io pensavo sarebbero stati interessati al disco e quindi per un volta ho utilizzato i social in maniera utile.
Da qualche tempo Gigi è tornato a suonare ed è in fondo il motivo per cui vi stiamo raccontando queste cose: questa sera si sarebbe esibito a Bergamo e, complice la presenza di Carlo Pinchetti, che gli avrebbe aperto il concerto, mi sono trovato con loro due, seduti ad uno dei tavoli all’aperto dell’Ink, il locale che, assieme a Druso ed Edoné, è uno dei centri propulsori dell’attività live della città. Non è stata una vera e propria intervista perché il clima era conviviale e si è chiacchierato liberamente del più e del meno spaziando per vari argomenti.

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Emma Nolde: A volte la coerenza è una virtù sopravvalutata

I N T E R V I S T A


Articolo di Luca Franceschini 

Accade sempre più raramente, forse per l’eccessiva ricchezza di impulsi e la nostra sempre più cronica distrazione, ma continuo a pensare che il modo migliore per scoprire un nuovo artista sia quello di sentirlo dal vivo. Mi è successo pochi giorni fa con Emma Nolde: un nome che nei circuiti specializzati gira da parecchio (la partecipazione, tra le altre cose, al Mi Ami TVB è stata di per sé una certificazione di garanzia), due singoli usciti durante l’estate che però, tra una cosa e l’altra, mi ero dimenticato di ascoltare. Me ne sono ricordato il 27 agosto, quando sono andato a sentire Francesca Michielin nell’ambito di una delle serate di “Cuori impavidi”, la rassegna concertistica messa coraggiosamente in piedi da Carlo Pastori e dal team del Mi Ami, di fatto l’unica occasione, a parte Parco Tittoni, Mare Culturale Urbano e qualche sporadica data qua e là, di ascoltare musica dal vivo a Milano durante questa estate interlocutoria. Emma Nolde (che vive a San Miniato ma di fatto è cresciuta ad Empoli) si è presentata sul palco subito dopo il pregevolissimo set di Hån (spendiamo due parole anche per questa ragazza e per il suo ultimo Ep ”Gradients”, uscito a luglio; magari non originalissimo ma di pregevole fattura, certificazione indubbia di un talento cristallino, anche se forse sul palco c’è qualche cosa da aggiustare), in compagnia di Renato d’Amico e Andrea Pachetti, amici e collaboratori di lunga data, fondamentali anche per gli arrangiamenti e la produzione dei pezzi. Ha aperto con “Nero ardesia”, uno dei due singoli già usciti e che non avevo ascoltato, e non ci è voluto altro per conquistarmi. Capacità di scrittura, voce, personalità, impatto: questa ragazza possiede tutto questo e fa impressione perché ha solo vent’anni e le canzoni che compongono il suo disco d’esordio le ha scritte tutte durante l’adolescenza. Ci sono voluti cinque anni di lavoro, subito dopo la decisione di passare dal cantato in inglese a quello in italiano, ma alla fine le canzoni selezionate, otto in tutto, hanno trovato il loro vestito migliore e anche grazie alla sapiente cura di Renato e Andrea, brillano di luce propria, mettendo a nudo un’artista dalla maturità sorprendente, che sa perfettamente cosa vuole fare e che non sembra troppo preoccupata dalla quantità di influenze che ha disseminato nel disco, caratteristica che si avrebbe la tentazione di bollare come mancanza di sicurezza. La incontro a Milano, nella sede di Universal, che pubblica “Toccaterra” assieme a Woodworm, durante una giornata interamente dedicata alle interviste promozionali. Chiacchierata molto interessante, che, come vedrete, ha offerto parecchi spunti che sarebbero stati meritevoli di approfondimento. Anche questo non è un dato da poco: è verissimo che un artista debba innanzitutto sapere esprimersi attraverso la propria arte, ma se si trova qualcuno che è anche in grado di riflettere e di mettere a fuoco ciò che fa, tanto meglio!

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Perturbazione @ Porte Aperte Festival, Cremona – 22 agosto 2020

L I V E – R E P O R T


Articolo di Luca Franceschini

Stiamo lentamente tornando ai concerti ma non è la normalità. La pandemia potrà anche essere sotto controllo (per lo meno dalle nostre parti) ma non è finita e il presente che stiamo vivendo in questi mesi è difficile da definire. Non si tratta di una nuova normalità (perché è improbabile che, a livello di spettacoli dal vivo, saremo per sempre messi così) ma neppure di un periodo di transizione (perché non si possono fare previsioni su un’eventuale sconfitta del virus). Occorre rassegnarci: stiamo vivendo un qualcosa che non conosciamo ancora, all’interno di uno scenario complesso e per molti versi impossibile da interpretare. Viviamo quello che c’è e viviamolo alla grande, perché comunque quello che c’è è tanto e bisogna trattarlo come un dono.
È anche e soprattutto in quest’ottica che il ritorno sul palco dei Perturbazione, sabato scorso a Cremona, è stato qualcosa di meraviglioso. Ce li ricordiamo tutti aver posticipato più di una volta il loro nuovo disco, quello del ritorno in pista dopo quattro anni di hiatus, quello della nuova avventura con Ala Bianca, quello del (possiamo definirlo così) “ritorno alle origini” dopo le esplorazioni sonore dei due lavori precedenti. Un gran bel disco, abbiamo scoperto quando l’hanno finalmente pubblicato, un lavoro lungo e complesso ma allo stesso tempo anche leggero e ispirato, forse come non erano mai stati da tanti anni a questa parte. La cancellazione del tour è stato un brutto colpo perché sarebbe stato giusto che, dopo così tanta lontananza dai palchi, tornassero nella loro dimensione migliore (dal vivo sono tra le migliori realtà italiane, secondo me) con un progetto solido e credibile.

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Marco Manzella – Le mie cose (LaPOP/Freecom, 2020)

R E C E N S I O N E


Articolo di Luca Franceschini

Il disordine delle cose si sono affacciati per pochi anni nel panorama musicale italiano, ma gli hanno dato un contributo importante, con tre dischi bellissimi tra 2009 e 2014, che hanno provato ad operare una sintesi tra la tradizione italiana ed il più ampio contesto internazionale, cosa abbastanza inusuale ai tempi, con un album registrato in Islanda, un altro in Scozia e collaborazioni con svariati nomi importanti tra cui i Belle And Sebastian. Non hanno mai goduto di grande visibilità, osannati più dalla critica che dal pubblico, ma a modo loro un ruolo lo hanno avuto, all’interno di una intensa stagione creativa dove il cosiddetto Indie italiano recitava ancora la parte dell’outsider.

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Paolo Benvegnù e Marco Parente // Lettere al mondo @ Villa Angaran San Giuseppe, Bassano del Grappa (Vi) – 18 luglio 2020

L I V E – R E P O R T


Articolo di Luca Franceschini

Bello finalmente tornare ai concerti. Certo, ci sono le limitazioni, gli artisti che suonano sono esclusivamente italiani e di cosiddetti “grandi eventi” non ce ne saranno per chissà quanto. Al netto del pur comprensibile ottimismo dei promoter, che continuano ad annunciare date per il 2021 quando di evidenze che si tornerà alla normalità non ce ne sono, le poche e piccole cose a cui stiamo assistendo in queste settimane sono l’unico dato di realtà che al momento abbiamo recuperato. È poco? È tanto? È quello che c’è. Prendiamolo e cerchiamo di godercelo. 
Marco Parente e Paolo Benvegnù avrebbero dovuto suonare a Bassano del Grappa a maggio nell’ambito del loro Lettere dal mondo ma sappiamo purtroppo com’è andata. Lo recuperano ora, mentre nelle singole carriere dei due artisti sono sopraggiunte alcune novità: per Benvegnù l’uscita del nuovo Dell’odio dell’innocenza, che sta iniziando timidamente a portare in giro in queste settimane, per Parente il progetto Poe3 Is Not Dead, una trilogia sotto lo pseudonimo di Buly Pank, inaugurata proprio in questi giorni con l’uscita del disco-metraggio American Buffet

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Maestro Pellegrini: L’avventura solista tra Zen Circus e Conservatorio

I N T E R V I S T A


Articolo di Luca Franceschini 

Dagli esordi acerbi con i Walrus, passando attraverso le scarne ma significative pagine della storia del rock indipendente italiano scritte con i Criminal Jokers, la band da cui ha poi avuto origine la carriera solista di Francesco Motta, fino ad approdare alla grande vicenda degli Zen Circus, con cui suona dal 2017 e assieme ai quali ha vissuto anche un Sanremo, quello dello scorso anno. Prima, durante e dopo, c’è un percorso da musicista classico, con gli studi di fagotto al Conservatorio, sulla scia di una famiglia che ha fatto della musica la propria vocazione (il padre Andrea Pellegrini è un importante pianista Jazz), Francesco Pellegrini, detto simpaticamente “Maestro” proprio per via del suo percorso accademico, è approdato anche lui all’esordio da solista. Uno sbocco quasi obbligato, per un artista che, pur sempre al servizio degli altri, non ha mai nascosto la passione per la scrittura ed il desiderio di mettersi alla prova in un progetto che fosse tutto suo.

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Colapesce Dimartino: Quasi come una band

I N T E R V I S T A


Articolo di Luca Franceschini 

Facile dire che sia la Sicilia, il comune denominatore di questo progetto. Colapesce e Dimartino vengono da lì, sebbene originari di due province diverse (Siracusa il primo, Palermo il secondo), l’immaginario dei testi guarda tantissimo da quella parte, giocando con la geografia, il folklore e i personaggi celebri ad evocare un universo senza tempo, nonostante poi si parli anche parecchio di contemporaneità. E poi c’è Carmen Consoli, che dopo Battiato è probabilmente il volto più importante di una scena musicale vasta e importante, anche se spesso si tende a dimenticarlo.
Al di là di ogni connotazione geografica e culturale però, “I mortali” è soprattutto uno dei dischi più belli che siano usciti in Italia negli ultimi anni. E non poteva che essere altrimenti, visto che lo hanno scritto due artisti che, oggi come oggi, hanno ben pochi rivali quando si parla di rapporto tra cantautorato e dimensione Pop. Erano arrivati probabilmente all’apice del loro percorso: “Infedele” di Colapesce è stato un disco importante, che ne ha messo in mostra le doti in misura di gran lunga superiore a prima mentre “Afrodite”, grazie anche al sodalizio con Matteo Cantaluppi, ha alzato notevolmente le quotazioni di Dimartino. Adesso i due hanno unito le forze per realizzare un lavoro che non è solo la somma ideale delle rispettive proposte ma vuole proporsi come un vero e proprio terzo soggetto, quasi come se partecipassero alla Line up di una band che si è appena formata. Il tour nei teatri che aspettavamo con impazienza non c’è stato ma prima o poi ci ritroveremo di nuovo e allora cantare insieme questo canzoni sarà davvero bellissimo. Nel frattempo abbiamo raggiunto al telefono Antonio e Lorenzo che, disponibilissimi, ci hanno svelato diversi aspetti di questo lavoro a quattro mani.

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