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Luca Franceschini

Perturbazione: Il nostro film su amore e disamore – Intervista

I N T E R V I S T A


Articolo di Luca Franceschini 

Quattro anni fa il mondo della musica era completamente diverso. Lo streaming non era ancora dominante negli ascolti, il cd era in crisi ma esisteva ancora una qualche velleità di farne sopravvivere la funzione, i Thegiornalisti erano un gruppo Indie solo un po’ più famoso degli altri, la rivoluzione che un disco come “Mainstream” di Calcutta avrebbe innescato era appena agli inizi e il Rap italiano solamente un genere tra gli altri. Nel 2016 i Perturbazione erano nel pieno della svolta Pop, si era rotto il sodalizio con Gigi Giancursi ed Elena Diana, “Le storie che ci raccontiamo” proseguiva nella direzione di “Musica X” ma era di fatto il primo lavoro realizzato con una formazione rimaneggiata e il possibile inizio di un nuovo capitolo. Alla fine si è rivelato essere un semplice lavoro di passaggio, come lo stesso Tommaso Cerasuolo mi ha detto alla fine dell’intervista che state per leggere. Le soluzioni moderne in fase di produzione, con l’arruolamento di un fuoriclasse come Tommaso Colliva, il featuring con un allora nastro nascente come Ghemon, unitamente ad una scrittura ad alti livelli come sempre, non sono serviti a molto: probabilmente il pubblico non era disposto ad accettare i Perturbazione in quella veste, quell’abbandono dei toni agrodolci e delle bedroom songs a la Belle and Sebastian aveva scosso gli animi molto più del previsto. Fu un tour difficile: non molte date e complessivamente meno gente di prima, quando ancora in qualche modo si sfruttava l’onda lunga di Sanremo.

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Le Marina: Non vivo più a Londra – Intervista

I N T E R V I S T A


Articolo di Luca Franceschini – ph credit Daniele Colucciello

Probabilmente ogni tanto occorrerebbe mettere da parte un po’ di esterofilia e guardare le cose come stanno. Per carità, che l’Italia sia un paese per certi versi musicalmente arretrato, non è una novità. Che all’estero, specie in Inghilterra, in Germania o nei paesi scandinavi, ci sia una più larga base di pubblico e una generale predisposizione all’ascolto delle novità, è senza dubbio vero ma non bisogna generalizzare troppo. Ultimamente anche noi ci stiamo allargando molto, le radio e le televisioni cominciano a capire che Ligabue, Vasco Rossi, Pausini, Mengoni e compagnia, non sono per forza di cose gli unici a poter essere chiamati “artisti” e che c’è tutta una scena, non solo di sottobosco, che merita di essere scoperta. I concerti (quando ancora c’erano i concerti) sono frequentati, anche se una buona fetta di pubblico è ancora lì soprattutto per bere; insomma, qualcosa si muove, anche se forse una via che sia solamente nostra non l’abbiamo ancora trovata e siamo sempre troppo dipendenti dai modelli. Un passo alla volta e probabilmente arriveranno altri risultati.
Sia come sia, Marina è una che a Londra ci è stata davvero e ci è stata parecchio. Ha studiato musica, si è laureata, ha fatto partire un suo progetto musicale ma alla fine ha deciso di rientrare in Toscana, dove è nata e cresciuta. Il perché ce l’ha spiegato direttamente lei durante l’intervista che le abbiamo fatto in occasione dell’uscita di Libera, il suo Ep d’esordio, fuori per Wild Elsa, dopo una precedente collaborazione con The Sound of Everything UK, che aveva fruttato due brani. Un sound oscuro, frammentato, a tratti visionario, chiuso su se stesso ma dai cui brani emergono sprazzi di melodie che raccontano di una voglia grande di ricominciare, oltre che di una possibile rincorsa alle chart. Un progetto interessante, espresso con un curioso monicker che declina il suo nome al plurale: un omaggio al suo segno zodiacale, che è appunto i Gemelli, ma soprattutto il riconoscimento di una imprescindibile dualità, all’interno della sua personalità e della sua musica, che si sviluppa in un continuo dialogo con se stessa.
La cosa curiosa è che scopro della sua situazione presente proprio all’inizio di questa chiacchierata: le spiego di averla chiamata su WhatsApp poiché, avendo lei un numero inglese, il mio contratto telefonico non lo supporta e mi sento rispondere: “Tranquillo, in ogni caso a breve lo dovrò cambiare!”

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Lucio Leoni: Sto cercando un “noi”, non un “io”.

I N T E R V I S T A


Articolo di Luca Franceschini

Il ritorno di Lucio Leoni è una bella notizia, soprattutto per coloro che trovano l’attuale scena italiana un po’ troppo affollata di proposte ripetitive. L’artista romano ha sin dall’inizio della sua carriera solista, cinque anni fa, dimostrato di avere parecchie frecce al proprio arco. In bilico tra vocazione teatrale (i suoi studi nel campo dello spettacolo e i suoi trascorsi amatoriali in questo settore non mentono) e suggestioni musicali che vanno dall’Hip Pop all’Elettronica, ha saputo muoversi con disinvoltura su vari terreni, producendo canzoni che avevano sia la potenza di una vera band, sia l’impianto narrativo e tematico di uno storyteller navigato. È uno che non dice banalità, Lucio. Lo ha dimostrato potentemente col precedente Il lupo cattivo, dove giocava a decostruire e a reinventare gli archetipi della fiaba, senza per questo perdere la via dell’immediatezza, sia linguistica che melodica.
Dove sei pt. 1, il suo terzo disco, alza notevolmente l’asticella, migliorando nel songwriting, incorporando influenze cantautorali che in parte mancavano e coinvolgendo ospiti prestigiosi, il tutto senza rinunciare all’intelligenza e all’acume delle riflessioni.
Insomma, di carne al fuoco ce n’è parecchia, l’ideale per un periodo storico in cui, più che essere tranquillizzati, abbiamo bisogno di essere continuamente stimolati e provocati. Abbiamo chiamato Lucio al telefono e ci siamo fatti raccontare un bel po’ di cose…

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Alessandro Rocca: Cronache dal pozzo della vita

I N T E R V I S T A


Articolo di Luca Franceschini

Non so come ricorderemo questo particolare periodo di tempo quando finirà ma di sicuro adesso la sensazione prevalente è lo straniamento. Se da una parte è giusto non indulgere troppo nel ricamare la tragicità del quadro (perché al netto dei morti e della situazione oggettivamente difficile di alcune province, in passato abbiamo vissuto ben di peggio), dall’altra è innegabile che essere strappati alla nostra quotidianità per essere proiettati in una prospettiva di incertezza economica e sociale, con poche speranze di una ripartenza a breve termine, è un’esperienza facilmente destabilizzante. Forse ancora di più per noi, figli di un benessere e di una comodità che neppure l’ondata brutale del terrorismo islamico ha saputo mettere davvero in discussione, abituati sempre come siamo a guardare le tragedie da lontano, come fossero una cosa che non ci riguardasse.
Adesso che un’emergenza la stiamo vivendo anche noi, adesso che siamo in qualche modo costretti a ripeterci che cosa c’è di veramente importante nelle nostre vite, un disco come quello di Alessandro Rocca potrebbe aiutarci a fare chiarezza. In primo luogo perché non è allineato alla schiera (pur valida, in certi casi) dei nuovi artisti da cameretta tutti hashtag e social network, spesso autoreferenziali anche nel racconto delle proprie ansie e paranoie. Al contrario, Alessandro ha trovato un modo per parlare di sé che suoni veramente diretto e accessibile a tutti, intimo e personale ma allo stesso tempo ostinato e chirurgico come solo la vera realtà sa essere. Oddio, probabilmente chi ha meno di trent’anni farà un po’ fatica ad entrare dentro un linguaggio così inesorabile e a tratti spigoloso, declinato all’interno di una proposta musicale che, per quanto melodicamente appetibile, non è esattamente la cosa più immediata della terra.
E poi c’è il fatto che “Transiti” ti sbatte la vita in faccia senza troppi compromessi, ti avvisa che crescere è un’avventura affascinante ma anche faticosa, che ci sono battute d’arresto, che si perdono affetti per strada, che alla fine si muore e che non è poi così scontato che si venga ricordati.
Un disco per pochi, forse ma allo stesso tempo un disco per chiunque ami confrontarsi davvero con l’arte, che per la sua stessa essenza non potrà mai essere davvero accomodante.
Detto molto brevemente, Transiti è per il momento il mio disco italiano dell’anno. Poi c’è pure il fatto che Alessandro è di Varese, città nella quale sono nato e cresciuto e che ho ancora profondamente nel cuore, nonostante l’abbia mollata definitivamente subito dopo il liceo. E Varese, per chi ama la musica, è stata teatro di una scena di primissimo livello, che ruotava accanto a La Sauna di Andrea Cajelli, alla Ghost Records e al Twiggy, in un intreccio di produttori, discografici e musicisti che per anni ha prodotto dischi di altissimo livello e la cui creatività non si è al momento ancora esaurita.
Con tutte queste premesse, Alessandro dovevo intervistarlo per forza. E così, in un pomeriggio di questa lunga quarantena, ci siamo sentiti al telefono ed abbiamo approfondito un po’ i contenuti di questo lavoro sorprendente…

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Pearl Jam – Gigaton (Monkeywrench Records, 2020)

R E C E N S I O N E


Articolo di Luca Franceschini

A sentire Josh Evans, che lavora col gruppo dal 2008 e che ha co-prodotto il disco assieme alla band, la regola che i cinque si sono dati per queste nuove canzoni è stata “nessuna regola”: sperimentare tutte le idee che potessero venire fuori, sovraincidere, assemblare le varie parti, far sembrare elettronica una batteria che invece è suonata totalmente in modo tradizionale (è il caso di “Dance of the Clairvoyants”), inserire piccoli loop elettronici e chitarre a dodici corde suonate da Matt Cameron (“Alright”). Tutto questo lo ha raccontato al sempre ottimo Claudio Todesco, un’autorità quando si parla di Pearl Jam e le parole di colui che per la prima volta dopo diverso tempo ha sostituito in studio Brendan O’ Brien (anche questa una novità, in effetti) ci riportano uno scenario quasi idilliaco, dove la band ha lavorato in tutta calma (ci hanno messo quasi tre anni, tra una cosa e l’altra), quasi mai assieme (ma gli anni passano e non si può certo pretendere da degli over 50 lo stesso atteggiamento cameratesco ed entusiasta che avevano agli esordi) e con la seria intenzione di realizzare qualcosa di memorabile.

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Morrissey – I Am Not A Dog On A Chain (Bmg, 2020)

R E C E N S I O N E


Articolo di Luca Franceschini

Non calcolo mai neppure di striscio tutti coloro che ci ammorbano con paternali stucchevoli sulle presunte opinioni politiche di Morrissey. Il soggetto in questione è sempre stato scomodo, sia come essere umano, sia come personaggio. Però chissà perché quando augurava alla Thatcher di essere ghigliottinata raccoglieva quantità indescrivibili di elogi, mentre ora che manifesta sostegno a Nigel Farage e al suo Ukip, viene considerato alla stregua di un genio del male. Stessa cosa per quanto riguarda il suo veganismo oltranzista (iniziato peraltro molto prima che divenisse una moda ammantata di neopaganesimo) che, al di là di divertenti prese in giro, ha sempre raccolto il rispetto e la stima dell’opinione pubblica. 
Perché diciamolo chiaramente: nel XXI secolo ci sono cose che si possono dire e altre no. Chi pensa che viviamo in un’epoca di libera opinione si sbaglia di grosso. Fascismo e razzismo, in particolare, sono due concetti talmente abusati che forse, per non essere accusati dell’uno o dell’altro, bisognerebbe semplicemente fingere di essere morti. 
Tutto questo per chiarire che al sottoscritto, delle opinioni di Morrissey non frega assolutamente nulla. Che poi basterebbe un brano non certo recente come “Bengali in Platforms” per capire che su certe cose ci ha sempre giocato. E men che meno mi interessa del suo orientamento sessuale, altro oggetto di dibattiti e speculazioni da almeno tre decenni (peraltro alimentate in modo perfido e geniale dal diretto interessato) o dei suoi gusti alimentari. 

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Paolo Benvegnù: Come Don Chisciotte e Sancho Panza

I N T E R V I S T A


Articolo di Luca Franceschini

“Ma non è fantastico che gli uomini non riescano a controllarla, questa cosa? Ovviamente mi dispiace per le vittime, però un po’ sono contento che finalmente stiamo capendo che non si può controllare nulla! La vita in fondo è questo, no? Non mi ricordo un panico del genere dai tempi dell’Austerity!”. Il caos da Coronavirus è ormai giunto alla fine della sua prima settimana, l’incertezza sulla ripresa della normalità e quindi anche dei nostri tanto amati concerti è ancora una costante ed è inevitabile che, quando lo raggiungo al telefono nel primo pomeriggio, le prime battute che ci scambiamo siano dedicate alla particolare situazione che stiamo vivendo. E se è vero che, come tutti i grandi narratori delle pestilenze del passato, da Tucidide a Manzoni, passando per Boccaccio e per il meno conosciuto Procopio di Cesarea, le condizioni estreme rivelano ciò che ogni uomo, nel suo piccolo, è e desidera veramente, allora anche questo nuovo disco di Paolo Benvegnù può configurarsi come una sorta di profezia dell’umano che verrà. Dell’odio dell’innocenza è il sesto capitolo della discografia solista dell’ex Scisma ma, come ci ha tenuto a precisare lui stesso, di fatto si tratta di un unico percorso, portato avanti senza soluzione di continuità nel corso del tempo. Arrivato a tre anni da H3+, che chiudeva un’ideale trilogia iniziata con Hermann (2011) e proseguita con Earth Hotel (2014), questo nuovo lavoro prosegue quella ricerca incessante del bello e del vero che l’artista milanese, da tempo trapiantato in Umbria, porta avanti orgogliosamente, senza troppo preoccuparsi di quante persone riuscirà effettivamente a raggiungere. Un disco che, come tutti gli altri, chiede tempo per essere compreso e meditato. Un disco che parla ancora una volta di uomini, in bilico tra la commozione per i moti grandi dell’animo e la rabbia per le bassezze e le atrocità che riescono a commettere. E siccome non stiamo parlando di un artista comune, anche questa volta intervistarlo è stata un’esperienza arricchente. 

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submeet – Musica per aeroporti

I N T E R V I S T A


Articolo di Luca Franceschini

Non sono mai stato convinto che la musica debba obbligatoriamente avere una mossa politica perché in fin dei conti un artista, con la propria arte, ci fa quello che vuole. Ma che un artista debba essere sincero ed esprimere ciò che gli sta a cuore, ciò che sente come urgente in quel determinato momento, questo sì. Per cui ben venga anche la politica, nella misura in cui non si appiattisca in una sterile battaglia ideologica ma nasca da un serio confronto con la realtà. I mantovani submeet, da questo punto di vista, sono una band politica, esattamente come lo sono gli Algiers, gli Idles o gli Sleaford Mods. Stanno cercando di dire la loro sul mondo che hanno di fronte, sulla realtà in cui si trovano immersi, con la convinzione che scrivere canzoni, inciderle su un disco e portarle sul palco, non costituisca il rimedio ai problemi ma possa comunque contribuire a portare un po’ più di chiarezza e di positività alle persone. Pazienza se poi i temi trattati non sono proprio così allegri e se il loro sguardo sulle cose non è poi così ottimistico. Credono in quello che fanno e lo fanno bene, questo è abbastanza.
Aggiungiamo che suonano un genere sempre attuale e sempre in voga, potenzialmente inesauribile e aperto ad infiniti prestiti e suggestioni. Si parte dal grande calderone del Post Punk, mescolandolo col Noise, con l’Industrial, in un affresco a tinte scure e dalle forme contorte, dove Preoccupations, A Place To Bury Strangers e Girl Band convivono in un disco monolitico, che non lascia spazi per rilassarsi e che, allo stesso tempo, ci mette davanti alle nostre ossessioni e paure. “Terminal” è il loro primo disco, parla di aeroporti e questa è una band potenzialmente in grado di diventare grande. Ne abbiamo parlato con Andrea Zanini (voce e basso), Andrea Guardagbashaw (chitarra e voce) e Jacopo Rossi (batteria).

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Non Voglio Che Clara – Ognuno fa la musica che gli viene meglio

I N T E R V I S T A


Articolo di Luca Franceschini

In fin dei conti non è cambiato nulla. Quelli che si lamentano della scomparsa dell’Indie italiano, della sua perdita di visibilità, dell’irrompere di alcuni artisti nel mondo del Mainstream, dell’ondata Hip Pop e Trap che avrebbe monopolizzato il mercato e spento ogni scintilla creativa, dovrebbero forse iniziare a guardare le cose da una prospettiva diversa. Certo, ci sono stati anni in cui i Non voglio che Clara erano headliner al Mi Ami (alla Collinetta, certo, ma pur sempre headliner) mentre probabilmente, se venissero chiamati oggi, suonerebbero alle cinque del pomeriggio. Ok, va bene, ma che numeri avevano all’epoca? Siamo proprio sicuri che Thegiornalisti, Calcutta, Ghali e compagnia bella abbiano davvero ucciso l’Indie, come da più parti si sente in giro? Non credo proprio. Sono convinto piuttosto che sia cambiato il mondo del Mainstream: c’è stato un ricambio generazionale, i giovani stanno veicolando la loro identità nell’ascolto di tutta una serie di nomi, che si esprimono in un linguaggio molto diverso sia da chi dominava le classifiche fino a qualche anno fa, sia dai vecchi idoli trasandati di un’intera generazione di universitari fighetti e un po’ hipster (a proposito, esistono ancora gli hipster? Chiedo lumi a chi ne capisce). Allo stesso tempo però, ciò che ci si illudeva fosse patrimonio dei più, era già all’epoca riservato ad una minoranza eletta, seppure, nella nostra percezione, i numeri fossero più consistenti.
E quindi cosa succederà, ora che i Non voglio che Clara, che di quella bellissima stagione furono uno dei frutti più saporiti, sono tornati con un nuovo disco? Impossibile e anche piuttosto inutile dirlo. Un paio di lezioni però, ce le stanno insegnando: la prima è che non si è per nulla obbligati a dover fare uscire un disco, se non si ha nulla da dire. Sono passati sei anni (quattro, se contiamo la ristampa di “Hotel Tivoli” col relativo tour) ma non ce ne dovremmo scandalizzare troppo, fa parte del ciclo naturale della vita: quando si è pronti, si esce. La seconda cosa è che una band in giro da tanto tempo, che ha in qualche modo fatto scuola con sua proposta, può anche sentirsela di non dover soddisfare per forza di cose le aspettative del pubblico. Suonavano Lo Fi, i Non voglio che Clara e suonavano anche piuttosto depressi, a tratti in modo esagerato. Adesso registrano un album che si chiama Superspleen e che già nel titolo gioca con la citazione baudeleriana, trasformandola in un giocattolo che sa di autoironia e di lucentezza Pop. Il tutto mentre aprono le melodie, illuminano le atmosfere e confezionano una decina di canzoni che sembrano fatte apposta per traghettarli nel presente, rimanendo tuttavia fedeli alle vecchie radici. Non sono più loro e allo stesso tempo sono ancora loro, una parziale mutazione genetica che, da qualunque parte la vogliamo prendere, ci ha regalato uno degli album più belli usciti finora in Italia. Abbiamo raggiunto al telefono Fabio De Min, voce ed autore principale del quartetto.

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