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Luca Franceschini

PON¥: Andare all’anima delle canzoni – Intervista

I N T E R V I S T A


Articolo di Luca Franceschini

Me lo ha chiesto lui, di non citare il nome della band da cui proviene. “Preferisco che l’ascoltatore si accosti a questo progetto senza pregiudizi, negativi o positivi che siano, e che possa giudicare queste canzoni per quello che realmente sono, senza farsi condizionare dal passato del loro autore”. Niente strategia comunicativa in stile I Cani o, per citare nomi recenti, Legno e Andreotti. Probabilmente il nome verrà scoperto in futuro, probabilmente no. Sta di fatto che PON¥ vuole che siano le sue canzoni a parlare e noi non potremmo che essere d’accordo, visto che le canzoni sono di quelle speciali, per cui ti fermi e le ascolti, qualunque cosa tu stia facendo. L’ho ascoltato la scorsa estate, un po’ di questo materiale. Ci eravamo incrociati per caso ad inizio luglio, ad un concerto di non ricordo più chi. Mi ha detto che il gruppo non esisteva più ma che da poco aveva ripreso a scrivere e che, se avessi voluto, mi avrebbe mandato alcune cose da ascoltare. Qualche giorno dopo mi è arrivato un link Soundcloud con un po’ di canzoni, il progetto abbozzato per un disco da pubblicare in un futuro ancora indefinito. Canzoni bellissime, registrate in bassa fedeltà ma straordinariamente lucide nelle intenzioni, un altro mondo rispetto a quanto fatto nella sua band madre, accostabili piuttosto a cantautori cosiddetti Lo Fi come Daniel Johnston ed Elliott Smith. Poi è arrivata la pandemia e la cosa si è un po’ fermata, almeno fino a pochi giorni fa quando, più o meno a sorpresa, La Valigetta, piccola ma attivissima etichetta con base in Lombardia, ha annunciato l’uscita di Vita, il primo singolo del progetto PON¥. Leggermente rifinito negli arrangiamenti e nella produzione, il brano non ha tuttavia perduto nulla del fascino iniziale, una gemma di cantautorato Lo Fi, malinconica ma nello stesso tempo quasi solare nelle aperture melodiche, una confessione a cuore aperto su ciò che vale la pena conservare di esistenza e relazioni. Ne abbiamo parlato direttamente con l’autore, raggiunto per telefono durante la pausa pranzo di un giorno lavorativo freddo come non mai.

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Giorgio Canali: Sempre dieci anni in ritardo sui “vecchi” che facevano cose…

I N T E R V I S T A


Articolo di Luca Franceschini

Ci è voluta una pandemia per far tornare in studio Giorgio Canali prima del previsto. L’ex C.S.I. non è mai stato particolarmente ansioso di dare un seguito ai suoi lavori e ultimamente si era preso un po’ più di tempo del solito, se pensiamo che “Undici canzoni di merda con la pioggia dentro”, uscito a ottobre 2018, era arrivato a sette anni di distanza da “Rojo”, se si accetta di non considerare “Perle ai porci”, che era sostanzialmente un disco di cover, seppur rilette in maniera totalmente personale. Ma a marzo, col lockdown come unica e triste prospettiva sul reale e i suoi Rossofuoco sparsi in ogni angolo d’Italia e anche non (il chitarrista Stewie Dal Col si trovava a Miami), scrivere e registrare nuove canzoni è stata una scelta più o meno obbligata. Ed è stata tale la prolificità, che alla fine è venuto fuori un monstre da 20 canzoni per 80 minuti di musica. Un lavoro inusuale per gli standard odierni, capace di mettere a dura prova l’ascoltatore ma allo stesso tempo sorprendentemente valido, un flusso di melodie, parole e suggestioni che sembrano scaturire spontanee e inarrestabili ma che sono anche totalmente a fuoco, frutto di un’ispirazione che da tempo non ricordavamo così alta. È il disco migliore di Giorgio Canali e i Rossofuoco? Difficile dirlo al momento ma senza dubbio è quello dove l’artista romagnolo ha messo dentro tutto se stesso, dalle riflessioni sulla politica al vissuto personale, col fuoco dentro e con l’irruenza di chi, superati i sessant’anni, avverte di essere approdato alle soglie di una nuova maturità. Ma “Venti” (qui la nostra recensione) è anche un disco perfetto per raccontare il nostro tempo, per fare il punto su un anno che non vediamo l’ora di lasciarci alle spalle ma che ha anche inesorabilmente evidenziato il pozzo fetido nel quale come civiltà occidentale stiamo ormai rischiando di sprofondare. Un disco che rimarrà anche quando sarà finito il virus, perché giudizi così taglienti e inesorabili serviranno per raccontare anche il futuro, se non cambierà qualcosa a breve. Ho raggiunto Giorgio per telefono a due anni di distanza dalla nostra ultima chiacchierata e l’ho trovato in gran forma, disponibile e desideroso di raccontare un disco di cui, lo si capisce bene, anche lui è totalmente entusiasta…

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Lucio Leoni: C’è una realtà più grande, al di fuori del nostro orticello – Intervista

I N T E R V I S T A


Articolo di Luca Franceschini

Intervistare Lucio Leoni è sempre un’esperienza speciale. Perché l’artista romano ha una visione ben precisa dell’arte, della sua musica, della realtà. Le sue canzoni sono sempre state dei piccoli tentativi di raccontare il mondo, nella molteplicità delle prospettive, nel fatto che la realtà sia sempre più complessa dei pregiudizi che volente o nolente abbiamo tutti e nella necessità di guardare bene in faccia l’interlocutore, di entrare in rapporto con lui, di mischiarsi con la sua vita e la sua esperienza invece di limitarsi a misurarlo da lontano. È un artista vero, Lucio Leoni, uno che crede ancora che attraverso le canzoni si possa riflettere e si possano imparare cose nuove. Perché ok l’arte per l’arte, anche questa è una visione con una sua dignità, ma se una proposta musicale ha valore in sé, allora che possa veicolare dei contenuti impegnati non è né un azzardo né una velleità. A questo giro ci sono state due occasioni che mi hanno fatto prendere in mano il telefono per fare due chiacchiere con lui: innanzitutto l’uscita della seconda parte di Dove sei, a cinque mesi di distanza dalla prima (ne avevo parlato con lui qui). Tecnicamente non è un nuovo disco, visto che le 15 canzoni in tutto sono state registrate in un’unica session e divise successivamente in due tranche, per evitare di sovraccaricare l’ascoltatore. Tuttavia, la presenza di questi sette brani ci permette di allargare lo spettro e di giudicare finalmente nella sua totalità un lavoro che, lo si può dire senza timore di esternare luoghi comuni, è al momento il più maturo che Lucio abbia realizzato.
In seconda battuta, è arrivato il progetto di “Her Dem Amade Me – Siamo sempre pronte, siamo sempre pronti”, una compilation in doppio cd, per un totale di 24 brani, realizzata alla memoria di Lorenzo “Orso” Orsetti, anarchico e antifascista fiorentino morto il 18 marzo 2019 mentre combatteva contro l’Isis nel nord della Siria. Una vicenda, quella della lotta del popolo curdo contro il Califfato islamico, spesso trascurata dall’informazione mainstream, che ha avuto una certa risonanza soprattutto grazie al fumettista Zerocalcare, prima con la graphic novel Kobane Calling (frutto di un suo viaggio sul posto), in seguito con la storia breve Macelli, che raccontava proprio la vicenda di Lorenzo e che era uscita originariamente su uno dei numeri di Internazionale del luglio 2019.

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Barezzi Festival Streaming @ Teatro Regio, Parma – 13/14 novembre 2020

L I V E – R E P O R T


Articolo di Luca Franceschini, immagini sonore di Elly Contini

Il Barezzi Festival non si sarebbe dovuto fermare neppure con la pandemia, nonostante a questo giro la sua line up sarebbe stata esclusivamente italiana. Poi è successo quello che sappiamo, tutti i concerti e gli spettacoli sono stati annullati e non c’è stata altra via che convertire la proposta in versione streaming. È il futuro, quello dei concerti online. Hanno iniziato a discuterne da un po’, sia i critici che gli addetti ai lavori (io stesso nel mio piccolissimo qualche tempo fa scrivevo questa cosa qui) soprattutto nel momento in cui si è capito che l’emergenza sanitaria sarebbe durata un attimino di più di una normale emergenza e che quindi, per evitare di fallire, i musicisti avrebbero dovuto inventarsi qualcosa. Intendiamoci, per chi ama la musica un concerto in streaming non è una tragedia, in sé: se ami un artista normalmente non ti limiti ad andare a vederlo dal vivo ma ne segui le esibizioni passate anche su YouTube, compri i dvd live, guardi i videoclip… tutte cose che abbiamo fatto in massa, soprattutto quando scoprivamo per la prima volta le nostre band preferite (ricordo ancora quando, a diciassettenne, andai al mio primo concerto degli Iron Maiden e benché li avessi davanti a me in carne e ossa per la prima volta, mi sembrava di conoscerli da sempre, avendo passato tre anni ad impararmi a memoria tutte le loro vhs). Quindi se il problema fosse solo che gli artisti si organizzano per suonare senza pubblico, producendosi in esibizioni ben curate per quanto un po’ stranianti nel contesto, non ci vedo assolutamente nulla di male. I recenti casi di Katatonia e Nick Cave, che hanno trasformato in uscite ufficiali questo tipo di performance, lascia intravedere che ci siano effettivamente degli spazi interessanti da aprire.

 

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Marta Tenaglia: Donne dagli occhi grandi – Intervista

I N T E R V I S T A


Articolo di Luca Franceschini

È passato un bel po’ di tempo da quando ho visto Marta Tenaglia esibirsi al Tambourine di Seregno, in occasione dell’ultima edizione del Pending Lips a cui ho avuto il piacere di presenziare come membro della giuria speciale (in realtà è stata anche l’ultima edizione in assoluto, visto che quella dopo è stata interrotta per i motivi che conosciamo fin troppo bene). Non ricordo più nulla di quel breve set, se non che mi aveva favorevolmente impressionato, sia per la vocalità sia per la qualità delle canzoni. Non mi sono dunque meravigliato più di tanto di ritrovarla pronta all’esordio discografico, tra i nuovi ingressi del roster di Costello’s, ero certo che i numeri li avesse e che fosse solo questione di tempo. Lo stupore, piuttosto, è stato quello di constatarne una quasi totale mutazione nel vestito musicale: non più chitarra e voce, col rischio di farsi rubricare troppo velocemente sotto l’etichetta della folksinger, bensì ora in possesso di una ben più ampia varietà di mezzi, in un mix efficace di RnB e New Soul, con un’attitudine in parte presa a prestito dal mondo Hip Pop. Bonsai è il suo primo singolo inedito, arrivato dopo una manciata di cover di ottima fattura, che hanno svolto la funzione di introdurne il talento. Abbiamo fatto una chiacchierata in video per capire meglio che cosa si celi dietro questo brano, per conoscerla meglio e per sapere se a breve potremo ascoltare qualcos’altro. Comunque vada, vi consiglio di segnarvi questo nome…

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Marco M. Colombo “Di ferro e cuoio” – Intervista

I N T E R V I S T A


Articolo di Luca Franceschini

Marco M. Colombo era l’anima dei Motel 20099, che per chi seguiva la scena italiana quando parlare di “Indie” non era ancora così assurdo, sono stati un gruppo di una certa importanza, autori di un disco, Romanticismo dalla periferia per giovani teppisti, che ha compiuto da poco dieci anni e che all’epoca fece parlare di sé e ricevette molte recensioni positive; un piccolo classico di nicchia, che non ridefinì nessuna coordinata stilistica ma che rimane lo stesso nel cuore di chi l’ha amato ai tempi. Oggi Marco si sta dedicando ad un’altra sua passione, la scrittura, il cui talento per essa si poteva già intuire leggendo i testi del disco. Di ferro e cuoio, il suo romanzo d’esordio, è uscito a fine ottobre per Ego Valeo Edizioni. È una storia intensa e vorticosa, che rimanda un po’ a Bukowski, un po’ al Meyer di Eravamo dei grandissimi, un po’ al Welsh di Trainspotting. Una sorta di (ipotetica) autobiografia esistenziale, un gruppo di bambini, poi di adolescenti, poi di giovani adulti, che si muovono in una realtà di periferia (non ci sono indicazioni geografiche ma l’autore è cresciuto a Sesto San Giovanni, dove tuttora vive, e alcuni riferimenti sono palesi), portando avanti una ricerca indolente di uno spazio in cui esistere, in cui divenire qualcuno, prima che il nulla cosmico divori tutto e tutti.
È una voce nuova, quella di Marco, ma è una voce già sorprendentemente matura, con una padronanza tecnico-stilistica notevole (parafrasando, scrive molto meglio di tanti colleghi idolatrati a più riprese dai mezzi d’informazione mainstream) ma soprattutto con qualcosa di interessante da dire. E se n’è accorto anche Matteo Cantaluppi, che ha deciso di realizzarne una colonna sonora esclusiva perfetta, ideale da sparare in cuffia per immergersi al meglio nella lettura. Avremmo dovuto vederci per un aperitivo il giorno della prima delle due presentazioni che si sarebbero dovute svolgere a Milano, in Santeria Palladini (entrambe sold out, tra l’altro) e che sono state ovviamente annullate dall’ennesimo Dpcm di queste settimane. Ci siamo visti così in videochiamata, situazione ormai fin troppo familiare, di questi tempi ma come avrete modo di leggere, quel che è venuto fuori è stato comunque interessante.

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Elasi: Benvenuti nel mio mondo – Intervista

I N T E R V I S T A


Articolo di Luca Franceschini

Il percorso di un artista dal primo singolo al disco, negli ultimi anni pare essersi allungato a dismisura. Che sia colpa di Spotify, di una sempre più marcata fatica da parte dell’ascoltatore medio a concentrarsi per più di cinque minuti su una determinata proposta o della necessità impellente di capitalizzare al massimo ogni minimo sforzo (più probabilmente è un insieme di tutti questi fattori e molti altri) fatto sta che, esattamente come agli albori della discografia, ci troviamo con un mercato sempre più saturo di singoli.

Elisa Massara ha esordito esattamente due anni fa, nell’ottobre del 2018. Benessere, il suo primo brano pubblicato come Elasi, era un inno travolgente alla voglia di vivere e al recupero dell’autentica dimensione del proprio io, aveva un video divertente ed efficacissimo, una base Dance irresistibile ma allo stesso tempo lasciava intravedere una profondità ed una preparazione frutto di anni di studio e di gavetta. Da allora ne sono successe, di cose: un secondo singolo (Vivo di vividi dubbi) il passaggio da Costello’s alla Sugar, altri due singoli (Si salvi chi può e Continenti), infine l’approdo alla neonata Neverending Mina, per l’uscita del tanto agognato esordio. Che non è un disco vero e proprio ma costituisce lo stesso un ricco piatto di portata: Campi Elasi, questo il titolo, contiene sei pezzi totalmente inediti per 17 minuti di durata, abbastanza per offrire un ritratto più approfondito di un’artista in continua evoluzione, al confine tra la World Music (sono numerose le sue collaborazioni con musicisti di altri continenti) e la musica elettronica in tutte le sue declinazioni.

La sento per telefono a poco meno di una settimana dall’uscita dell’Ep e dal Release Party che si sarebbe dovuto tenere mercoledì 28 ottobre all’Arci Bellezza di Milano. Lo spettro di un nuovo Dpcm che avrebbe reso impossibile qualunque spettacolo dal vivo era già nell’aria anche se, per scaramanzia, in questa chiacchierata nessuno dei due ha osato dire nulla. Quel che ci resta è comunque un gran bell’Ep, che potremo assimilare meglio in attesa di sentire finalmente queste canzoni nella loro versione live (la data è stata riprogrammata il 3 febbraio, incrociando ovviamente le dita). E ovviamente c’è l’intervista, che potete leggere qui di seguito:

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C’mon Tigre + Toccafondo @ Triennale Milano Teatro – 24 ottobre 2020

L I V E – R E P O R T


Articolo di Luca Franceschini

C’è aria di desolazione o forse me la immagino io. All’entrata del Teatro della Triennale, sede di gran parte degli eventi del JazzMi, tutti sorridono contenti, lo staff si rivolge al pubblico con cortesia e disponibilità, e i movimenti sono lenti e pacati. Persino all’interno, quando il concerto è in pieno svolgimento, il clima appare più teso e concentrato del solito: quasi nessuno fa commenti tra un pezzo e l’altro, pochissimi parlano sopra i pezzi e, se proprio lo fanno, gli interventi sono brevi e quasi sussurrati. Le misure di sicurezza sono rispettate al millesimo: dalle mascherine rigorosamente indossate anche da seduti, al distanziamento, all’igienizzazione delle mani, tutto funziona perfettamente.
Eppure, non so come e non so perché, si avverte quest’aria da fine del mondo, quasi da ultimo giorno, come fossimo sulla soglia di una dimensione in procinto di svanire. In effetti mentre entriamo in sala siamo tutti tecnicamente appesi a un filo, anche se in realtà sappiamo già benissimo che cosa accadrà. Il nuovo Dpcm non è ancora ufficiale ma ormai le anticipazioni dei giornali contano più della realtà dei fatti, per una volta possiamo fidarci: locali e teatri dovranno chiudere dalle 18, per i concerti ormai è finita.

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Marco Parente: La struggente bellezza del quotidiano

I N T E R V I S T A


Articolo di Luca Franceschini 

Marco Parente è uno dei più grandi autori di canzoni che abbiamo in Italia ma sappiamo come vanno queste cose, se ne sono accorti sempre troppo in pochi. Un po’ è anche “colpa” sua, che non ha mai amato troppo stare sotto i riflettori, che ha diradato le apparizioni pubbliche prendendosi sempre parecchio tempo tra un disco e l’altro. Life, per esempio, è il suo primo lavoro “di canzoni” dai tempi de La riproduzione dei fiori, uscito nel 2011. In questi nove anni l’artista napoletano (da anni trapiantato a Firenze) non è stato fermo, realizzando tutta una serie di progetti “alternativi”, non tutti particolarmente fruibili, che forse in qualche modo hanno alimentato questo senso di mancanza che il pubblico legato soprattutto al suo lavoro di cantautore stava sperimentando. Ad ogni modo Life è un disco splendido, un ritorno folgorante che da solo è in grado di azzerare il tempo e di ristabilire, se mai ce ne fosse stato bisogno, il posto di Parente all’interno del nostro panorama musicale. Alla vigilia dell’uscita, l’ho chiamato per telefono e mi sono fatto raccontare un po’ di cose sui pezzi e sulla loro genesi.

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