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La Marmite Infernale – Humeurs et vacillements (Arfi, 2022)

R E C E N S I O N E


Recensione di Mario Grella

Mélissa Acchiardi, (vibrafono), Jean-Paul Autin (Sassofono, clarinetti, flauti), Olivier Bost (trombone e chitarra), Clémence Cognet (violino e voce), Colin Delzant (violoncello), Jean-Marc François (rumoristica e oggetti), Xavier Garcia (sampler, elettronica), Christophe Gauvert (contrabbasso), Clément Gibert (sassofono e clarinetto basso), Félix Gibert (sax basso), Damien Grange (voce) Guillaume Grenard (tromba), Thibaut Martin (batteria), Marie Nachury (voce), Alfred Spirli (batteria e oggetti), Antoine Läng (voce). Vi chiederete cosa sia questa torma di persone e strumenti, ed io vi rispondo subito: questo è il più bell’ammasso di musicisti, riuniti in un consesso di musica di ispirazione folk-jazz. Si tratta della travolgente ed irrefrenabile La Marmite Infernale. Ricordo bene, e con grande emozione, l’esibizione di una parte del gruppo al NovaraJazz Festival nel giugno 2019: un concerto che non si dimentica facilmente. La più azzeccata definizione della loro musica potrebbe essere lo stesso acronimo del collettivo artistico lionese di cui la band è la filiazione diretta; ARFI: ovvero “Association à la recherche d’un Folklore Imaginaire”, ma anche questa definizione potrebbe essere riduttiva. I poliedrici ed eclettici musicisti francesi in realtà suonano musica di tutti i generi jazz, folk, citazioni colte della musica classica, con la particolarità che li suonano tutti insieme! E il minestrone che ne fuoriesce è semplicemente geniale ed irresistibile. Roba per stomaci forti, s’intende, ma vale proprio la pena ascoltare il loro non-programmatico caos musicale per rendersene conto e lo si può fare approfittando del loro ultimo lavoro che si intitola, molto coerentemente Humerus et vacillements.

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Barry’s trio @ Nòva, Novara – 2 aprile 2022

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Articolo di Mario Grella, immagini sonore © Emanuele Meschini

Come si usa dire, pubblico delle grandi occasioni sabato sera a Nova per il concerto conclusivo della stagione invernale di NovaraJazz. Va detto però che le grandi occasioni sono state davvero numerose tra lo scorso autunno e questa primavera e il Barry’s Trio non è che l’ultima perla infilata nella scintillante collana e va ricordato, en passant, che NovaraJazz è l’unica tappa italiana del tour europeo di questo straordinario ensemble.  E allora bando alle ciance, qui c’è solo da lasciarsi andare e buttarsi o lasciarsi trasportare, dal jazz più materico e travolgente. Quando sulla scena ci sono musicisti così, il piglio, le esecuzioni e l’atmosfera che si respira in sala, è sempre magnetica. Se si potesse fare un paragone con le arti visive, si potrebbe affermare che ai pezzi eseguiti si aggiunge quella che Walter Benjamin indicava come “aura”, ovvero quell’alone di mistica (o di magia), che emana l’opera e che, sempre secondo il grande filosofo tedesco, viene meno nell’epoca della sua riproducibilità tecnica.

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Francesco Chiapperini – On the Bare Rocks and Glaciers @ Opificio, Novara – 24 marzo 2022

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Articolo di Mario Grella

L’associazione tra jazz e musica popolare non è né nuova, né cervellotica. Il jazz delle origini nasce fortemente connotato da una vena popolare ed oggi, sempre più, sembra voler rivendicare quelle origini, benché felicemente mescolate allo spirito dell’innovazione e della ricerca. Francesco Chiapperini e il suo gruppo: Virginia Sutera (violino), Vito Emanuele Galante (tromba), Mario Mariotti (cornetta), Roger Rota (fagotto) e Andrea Ferrari (sax baritono), giovedì sera all’Opificio di Novara per Taste of Jazz 2022, hanno riportato in città un progetto oltremodo interessante, On the Bare Rocks and Glaciers, (già presentato nell’agosto del 2020, al Castello di Novara nella difficilile stagione post-pandemica), che affonda le radici in un filone della musica popolare, italiana in particolare, di grande tradizione e di tenace memoria: i canti alpini.

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Trio Correspondences @ Nòva, Novara – 20 marzo 2022

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Articolo di Mario Grella, immagini sonore © Emanuele Meschini

Quando ad un concerto jazz incontro quel mostro sacro della critica musicale che è Riccardo Bertoncelli, significa che qualcosa di grosso bolle in pentola. Un po’ come se la sua presenza fosse garanzia della qualità del concerto. E così, facendo il disinvolto e chiacchierando dei tempi passati approfitto per chiedergli per quale dei tre musicisti del Trio Correspondences, di scena domenica scorsa per l’edizione invernale di NovaraJazz 2022, si fosse scomodato. Lui con la solita “nonchalance”, mi risponde che è venuto a dare un’occhiata. Ma io so che le sue “occhiate” non sono mai casuali, ed infatti Jason Roebke al contrabbasso, Josh Berman alla cornetta e Sven-Åke Johansson alla batteria, danno vita ad uno dei più suggestivi ed intensi concerti della stagione al Nòva uno spazio, vale la pena ricordarlo, ricavato da un’ex-caserma e al centro di interessanti progetti futuri.

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A-SEPTiC w/ Vladimir Tarasov @ Nòva, Novara – 5 marzo 2022

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Articolo di Mario Grella, immagini sonore © Emanuele Meschini

Sabato sera, allo spazio Nòva, che ospita i concerti della stagione invernale di NovaraJazz, è stato molto emozionante ascoltare un musicista nato a Mosca, e non un musicista qualsiasi, ma una leggenda vivente: Vladimir Tarasov. Sì proprio una leggenda vivente: lo è per la sua attività di musicista e compositore, che lo ha portato a suonare oltre che con la Lithuanian Symphonic Orchestra, anche con molte altre orchestre in Europa e negli USA. Ma non basta, Tarasov ha collaborato con moltissimi jazzisti come Peter Brötzmann, Mikolaj Trzaska, Ken Vandermark, Andrew Cyrille, the Rova Saxophone Quartet, Anthony Braxton, Mark Dresser, Lauren Newton e Josef Nadj, come si dice “solo per fare alcuni nomi”. In considerazione della sua poliedrica attività, oltre che di musicista, di performer e compositore per il cinema e la video art, ha anche collaborato con artisti quali Sarah Flohr e Ilya Kabakov del quale, mi sia concesso un ricordo del tutto personale, vidi a Parigi qualche decennio fa “Qui ci è capitato di vivere”, una installazione con un sottofondo sonoro proprio di Tarasov che usciva da una sgangherata radio sovietica.

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Chris Pitsiokos & Mulhouse Ensemble @ Nòva, Novara – 26 febbraio 2022

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Articolo di Mario Grella, immagini sonore © Emanuele Meschini

Il jazz è meraviglioso soprattutto quando ci si prepara ad ascoltare qualcosa che poi si rivela essere qualcos’altro. È accaduto anche sabato sera, allo Spazio Nòva di Novara, in occasione del concerto di Chris Pitsiokos & Mulhouse Ensemble nell’ambito della stagione invernale di NovaraJazz. Se in un ensemble coabitano strumenti come la chitarra classica e la ghironda, e il gruppo fa riferimento ad una città piantata dentro il cuore dell’Europa, ci si aspetterebbe di ascoltare un jazz “folkeggiante” (stai a vedere che ho inventato un termine nuovo). E invece no, o forse un po’ sì è un po’ no, certo è che, chi vedendo una ghironda, ha pensato di trovarsi immerso in un mondo fatto di elfi ed unicorni, forse è rimasto un po’ deluso, ma chi frequenta la scena del jazz contemporaneo e di ricerca, sa bene che questa ricerca è ormai andata molto oltre quello che si poteva immaginare. Ma si sa che la ricerca si auto-riproduce all’infinito e i traguardi non sono mai visibili, né ben definiti e comunque, e qui sta il bello, non si raggiungono mai. Ecco allora che invece dei boschi incantati si viene catapultati in uno studio della “Scuola di Darmstadt”. Scherzi a parte, al primo ascolto, qualche evocazione folk i magnifici musicisti del Chris Pitsiokos & Mulhouse Ensemble la hanno data, facendola però vorticare subito in un enorme acceleratore di particelle musicali che ha trasformato la primigenia materia in un caleidoscopio di suoni di difficile classificazione (per fortuna), ma certamente segnati da una spiccata ricerca dissonante ed elettronica.

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Gabriele Boggio Ferraris Quartet @ Opificio, Novara – 24 febbraio 2022

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Articolo di Mario Grella

Il jazz non è fatto per i teatri, ne conveniva con me ieri sera anche Mr. Corrado Beldì (che del genere se ne intende parecchio). Ed è stato bello sentire questo quartetto, che si è esibito all’Opificio di Novara, nell’ambito della rassegna Taste of Jazz. Un altro piccolo passo verso la normalità, visto che il Quartetto non si esibiva insieme e dal vivo da quasi tre anni, come ha ricordato in apertura di serata Gabriele Boggio Ferraris. Suoi i brani presentati e che presto andranno a far parte del nuovo cd, dopo il precedente Penguin Village. Sono brani di quelli che fanno star bene e che sanno far star bene le persone tra loro, cosicché anche il vivace pubblico dell’Opificio è risultato essere partecipe e attento. Un jazz spesso dolce e pacato, qualche volta sognante e con belle individualità. Un quartetto composto da Gabriele Boggio Ferraris al vibrafono e compositore, Massimiliano Milesi al sax, Giacomo Papetti al basso (ma solitamente al contrabbasso), Alessandro Rossi alla batteria.

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Irreversible Entanglements @ Nòva, Novara – 06 febbraio 2022

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Articolo di Mario Grella, immagini sonore di Andrea Furlan

Mi piacerebbe chiedere ad uno dei tanti “opinionisti sanremesi” che in questi giorni sui social, sui giornali, nei telegiornali, si sono lanciati in lodi sperticate a questo o a quel cantante, (o a questo o a quell’outfit) che, a detta loro rappresentano un “momento di rottura” o magari “una voce scomoda”, vorrei chiedere dove collocherebbero gli Irreversible Entanglements gruppo non emergente, ma già emerso del “nuovo jazz” (chiamiamolo così per comodità), che si è esibito domenica scorsa allo Spazio Nòva nell’ambito della stagione invernale di NovaraJazz. Ma, tranquilli, non glielo chiederò perché mi guarderebbero con una faccia un po’ così ed un’espressione un po’ così…
Allora meglio parlarne tra noi quattro gatti, lontani anni luce dal caravanserraglio sanremese. Sentire il loro jazz, un po’ free, un po’ groove, un po’ tutto, intenso, schietto, senza cedimenti e magnificamente amalgamato con testi che non lasciano spazio all’ambiguità, è come aver a che fare con un fuoco purificatore, che spazza via le mezze parole, le finte verità, la melensa pedagogia del politicamente (e musicalmente), corretto.

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Hank Roberts Sextet – Science of Love (Sunnyside Records, 2021)

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Recensione di Mario Grella

Durante l’ultimo concerto “in solo” di Hank Roberts, a Novara nella Basilica di San Gaudenzio in occasione di NovaraJazz 2018, riflettevo su un concetto molto caro al compositore statunitense e cioè quello di “amore”. Il jazz di Roberts, se così possiamo classificarlo (e se fosse proprio necessario farlo), come quello di tanti altri compositori che sono passati per quella basilica, sembra essere eseguito in un luogo ad esso deputato e può sembrare apparentemente strano che questo luogo sia un luogo sacro. In realtà i luoghi sacri e i luoghi di culto, sono essenzialmente luoghi della manifestazione dell’amore. Science of Love sembra essere, anche nel titolo, che più esplicito non potrebbe essere, una grande invocazione d’amore. Amore come vera energia del mondo dove persino la distinzione tra sacro e profano viene meno, a favore di una grande e profonda “intenzionalità”. L’arte, intesa in senso lato, diviene veicolo e risultante di questo processo tutto spirituale. Ed è molto lontano dalla Basilica di una piccola città della pianura Padana e, precisamente a New York City, città dalla quale Roberts si era separato per qualche anno, che nell’estate del 2017 negli “Oktaven Studios”, Hank Roberts registra questo lavoro, edito dall’etichette Sunnyside Records pervaso di quello spirito innervato di “amore” e da quel vitalismo creativo che sembra essere nell’aria di quella città .

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